Il cittadino illustre

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Una gomma a terra e Daniel e il suo Caronte restano bloccati, senza i mezzi per comunicare con anima viva; i fari della macchina, persa in mezzo al nulla tra l’aeroporto di Buenos Aires e Salas, illuminano solo metà del volto di Daniel Mantovani, l’altra metà è immersa nella tenebre mentre lui racconta una delle storie dei suoi libri. E’ una storia vera o di fantasia?

Scrittore per mestiere Daniel, con i suoi romanzi ha portato Salas al mondo e il mondo ha potuto vivere le sfaccettature più diverse di quel microcosmo. Esiliato per scelta Daniel nella sua casa prigione di Barcellona, da dove rifiuta categoricamente i tanti inviti a cerimonie, letture, interviste, che Nuria gli elenca pazientemente. L’assegnazione del premio Nobel per la letteratura lo ha condannato artista di ”comodo”, con più niente da dire e domandare.

E’ l’invito che arriva da Salas, luogo fuggito molti anni prima perché “da lì I miei personaggi non erano capaci di andarsene e io di tornarci”, l’unico che con sua stessa sorpresa accetta; consapevole di aver sempre desiderato tornare essendo solo occhi per evitare il dolore, decide di tornare sul serio.

E torna da vincitore, portato in trionfo e adulato, finché il microcosmo si afferma esattamente per ciò che è sempre stato. Salvo brevi attimi di riparo con qualche anima docile e disponibile, atteggiamento quasi di rivolta alla trappola vissuta quotidianamente, le tenebre di Salas si rivelano. Un paese congelato nel tempo e nello spazio, vittima di un passato tutt’altro che glorioso e al tempo stesso nostalgico di quel passato; ambivalente. Luci e tenebre.

False luci e tenebre Antonio, amico d’infanzia che vive la sua rivincita personale. False luci e tenebre il sindaco; il medico. Caleidoscopio di grettezza umana Salas. Grettezza che Daniel polarizza; per essere riuscito a scappare dalla prigione paese, per aver messo quella prigione paese nero su bianco, rendendola possibile al mondo o semplicemente cristallizzando quella realtà agli stessi protagonisti.

E se la scrittura si presenta come unica via di fuga da situazioni kafkiane anche a distanza di quarant’anni per un giovane scrittore in erba con stile kafkiano, è sul confine tra realtà e finzione che ci fermiamo, chiedendoci se stiamo assistendo al dispiegarsi della realtà o stiamo leggendo la storia di quella che, solo probabilmente, è una storia reale. Realtà e finzione.

Borges, citato più volte in contrapposizione a Mantovani come famoso scrittore argentino a non aver ricevuto il premio Nobel, immaginava il paradiso come una biblioteca. Simbolicamente la biblioteca è l’inferno figurato di Mantovani, il reale invece gode della luce del giorno; piani ben distinti della sua casa prigione. Ma è proprio sulle orme di Borges che Daniel Mantovani sembra costruire la sua tela. E’ lo scrittore a creare la storia, o la storia crea lui? Il ritorno di Mantovani a Salas è solo una coincidenza?

La realtà non esiste, non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni. Ma anche fosse tutto reale, un artista avrebbe per questo minor valore? (Daniel Mantovani)


Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre) – Argentina, Spagna, 2016
regia di Gastón Duprat, Mariano Cohn


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Mine

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“Anche la strada sbagliata può portare a casa”.

Un soldatino inginocchiato nella posizione di tiro; tanti soldatini inginocchiati nella stessa posizione, mentre mirano al bersaglio e stanno per sparare, o forse hanno già sparato. Mike ne trova più di uno durante la sua permanenza forzata nel deserto.

Il soldatino è lui, tiratore scelto dei marines capace di stare immobile ore per professione; costretto a restare immobile ore per salvarsi la vita. Una missione nel deserto dell’Afghanistan durante la quale la sua sicurezza vacilla, i dubbi morali hanno la meglio sulla disciplina, qualcosa si incrina e lui e il suo compagno devono mettersi in salvo.

Ma il deserto è grande, le tempeste di sabbia sono protagoniste, il vento cancella le tracce, sposta le dune. I due militari si trovano in un campo minato e Mike resta completamente solo in quel campo, con un piede su una di quelle mine. Cosa fare? I soccorsi non arriveranno molto presto, le risorse sono scarse e l’ambiente inclemente, la natura feroce. Lui resta immobile.

Nonostante le tempeste di sabbia e il caldo, nonostante il freddo e i predatori affamati che gli girano intorno di notte. Nonostante un berbero solitario continui a dirgli di andare avanti, di fare quel passo perché “anche la strada sbagliata può portare a casa” e lui ne è la dimostrazione.

Il deserto diventa la gabbia di Mike, ma anche la sua zona di comfort; proporzionalmente alla vita scelta, fatta di partenze e grosse assenze per le persone a lui vicine, fuga da una realtà che richiede troppo coinvolgimento emotivo e scelte da compiere, il deserto è lo stallo definitivo che gli permette di vivere eternamente nel passato, soffrirne, e non risolversi.
Una bambina dal sorriso grande e gli occhi consapevoli lo protegge.

Siamo immobili con Mike in quel deserto. Le mine da cui il protagonista è circondato sono i ricordi, le situazioni, gli affetti, i traumi che ci inchiodano a un momento specifico della nostra vita e ci impediscono di  andare avanti. Fare un passo può rendere liberi, dal passato, dalla paura di non dover soffrire più; ma quanta guerra costa quel passo?

Mine, ordigni esplosivi concreti o simbolici; Mine, pronome possessivo inglese che concentra tutta l’azione su Mike. E’ proprio il titolo che racchiude tutto l’universo del film, esordio italiano internazionale, lucido e abile nel costruire la narrazione di un mondo interiore tormentato e assoluto dominatore di una vita.


Mine – Stati Uniti, Italia, Spagna, 2016
regia di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro