La vita è facile ad occhi chiusi

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“Ci sono canzoni che ti salvano la vita.”

Il regime di Francisco Franco, John Lennon e Antonio, professore di inglese ad Albacete, Spagna; cos’hanno in comune?

Antonio è un professore originale e anticonformista che insegna inglese ai suoi alunni utilizzando le canzoni dei Beatles; Belén e Juanjo sono due anime in fuga, rispettivamente da una società che non accetta la maternità fuori dal matrimonio e da un padre autoritario.

Le loro vite si incontrano sulla strada per l’Almeria, dove Antonio è risoluto a incontrare John Lennon, in Spagna per girare il film Come ho vinto la guerra (1967), e chiedergli di correggere il quaderno dove traduce per i suoi alunni i testi delle canzoni dei Beatles.

Il titolo del film riprende il verso “Living is easy with eyes closed” della canzone “Strawberry fields forever” dei Beatles, scritta da Lennon durante il suo soggiorno in Almeria; il verso è emblematico nel contesto narrativo del film e racchiude perfettamente la condizione esistenziale generata dalla dittatura franchista. Ognuno dei personaggi incarna in qualche modo una forma di ribellione all’ordine costituito e l’on the road per raggiungere l’Almeria non sarà per loro soltanto un viaggio geografico.

In questo scenario Antonio, anima candida dal “cuore gigante e più solo di un eremita”, che ogni sera prima di dormire legge una poesia per togliersi di dosso la sporcizia del giorno, “come una doccia”,  è il lone ranger che viaggia, si prodiga per il prossimo e riesce a realizzare il suo sogno.

Con pochi dettagli David Trueba riesce a ricreare il contesto storico del regime, una Spagna che sembra rimasta al 1936 anche se siamo quasi negli anni ’70, e allo stesso tempo ci fa respirare l’aria dei tanti spaghetti western girati nei territori desertici del sud della Spagna rievocati anche grazie alla colonna sonora firmata da Pat Metheny, a sua volta coinvolto dall’amico Charlie Haden perché impossibilitato a portare a termine il lavoro.

Il film si basa su una storia vera, il professore di inglese esiste, ha avuto il suo agognato incontro con John Lennon e forse proprio grazie a lui “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles (1967) sarà il primo LP rock a riportare I testi delle canzoni sul retro di copertina.

Aggiungendo elementi autobiografici e di fantasia a questa bizzarra storia, David Trueba riesce a creare un racconto delicato e commovente che può facilmente conquistare anche chi non si riconosce tra i milioni di fans dei Beatles.


La vita è facile ad occhi chiusi (Vivir es fàcil con los ojos cerrados) – Spagna, 2013
regia di David Trueba


Frank

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“Come descrivere Frank?”.

Se lo chiede Jon, ambizioso tastierista dal talento acerbo e forzato, in un immaginario dialogo con i suoi invisibili follower, mentre pubblica l’ennesimo post sui suoi account social.

Tutto inizia proprio quando Jon entra per caso a far parte dei Soronprfbs, eccentrica e sperimentale band capeggiata dal criptico e misterioso Frank, il cui tratto distintivo è indossare una gigantesca testa di cartapesta.

Jon vive nel mondo della realtà percepita come tale solo se postata e degna di “like”; Frank e i Soronprfbs vivono la loro realtà, completamente dedita alla musica, collante di esistenze da outsider.

Jon cerca nella band la sua esperienza formatrice, la sua chance da outsider, convinto che la genialità, la creatività, possano scaturire solo da situazioni di disagio e sofferenza e che la propria incapacità di essere geniale sia causata dal fatto di aver sempre avuto una vita “normale”.

Così, il viaggio che la band intraprende prima per la registrazione del disco e in seguito per esibirsi al prestigioso South by Southwest Festival in Texas, diventa il viaggio della vita, che mette i due protagonisti alle corde, costringendoli a smascherare le loro paure e le loro verità.

Il regista Lenny Abrahamson sostiene che “il film non ci fa oziare in una zona di comfort perché è imprevedibile” (cit.), ed è così; si ride, si sorride e ci si diverte, ci si commuove e vorremmo che quella testa Frank non se la togliesse mai, perché sappiamo che sarebbe troppo doloroso per lui.

Con la stessa delicatezza con cui Lenny Abrahamson ci aveva fatto amare Josie in Garage (2007), ci fa adesso amare e sperare per Frank, riuscendo a comunicare senza morbosità o pietismo il disagio del disturbo mentale.

E così Frank potrebbe essere l’idea della possibilità della purezza della creazione artistica, circuita da un’imprecisata idea di fama e dalla necessità di essere accettati e amati, a costo di comporre un gingle pensando che potrebbe essere la canzone più “likeable” che mai sia stata composta.

Potrebbe essere una poesia sussurrata, ma che irrompe e ti cattura.

Ma d’altronde, “Come descrivere Frank?”.


Frank – Gran Bretagna, Irlanda, 2014
regia di Lenny Abrahamson


Nebraska

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #6 – Woody Grant

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David “Hai detto allo sceriffo che stavi andando a piedi nel Nebraska?”
Woody “Esatto. A prendere il mio milione di dollari.”

Cosa succede quando un anziano ex alcolista, reduce dalla guerra di Corea, sgarbato e taciturno, decide di voler percorrere a tutti i costi millequattrocento chilometri per andare a ritirare una presunta e cospicua vincita milionaria?

Da Billings, Montana, fino a Lincoln, Nebraska, attraverso gli sterminati paesaggi della provincia americana; questo è il lungo viaggio che Woody Grant è risoluto a fare, a piedi se necessario. Il secondogenito David, prigioniero consapevole di una vita di anestetizzata inconsistenza, si convince ad accompagnarlo nonostante il disappunto della madre.

Alexander Payne utilizza ancora una volta il viaggio come percorso parallelo, e forse necessario, alla crescita dei suoi protagonisti e fa un affresco delle debolezze umane, universali e in quanto tali prive di una  localizzazione geografica precisa. Come l’immaginaria cittadina di Hawthorne, città da cui Woody proviene e dove per l’occasione si riunisce tutta la famiglia Grant, che potrebbe trovarsi  ovunque.

Parenti vicini e lontani, amici della prima ora, “avvoltoi” (come li apostrofa Kate, petulante e vulcanica moglie di Woody) che, capovolgendo la realtà, iniziano a vantare crediti inesistenti nei confronti di Woody non appena la notizia della vincita milionaria si sparge in città.

Un bianco e nero quasi morbido, inquadrature fisse e primi piani; le scelte stilistiche del regista  consentono di insinuarsi nell’anima dei protagonisti quel tanto che basta a svelarne i tormenti.

Quarto lungometraggio girato nel suo stato natale, il Nebraska, cui rende omaggio, Payne omaggia con questo film anche la carriera di Bruce Dern, capace di dar vita a uno sgradevole antieroe in cui convivono ingenuità, malinconia e rassegnazione per un passato brutale ed egoista.

Mettendo Woody al centro di questa diatriba di interessi economici, il regista ne costruisce il riscatto, suo ma anche dei figli e della moglie; e costruisce un ponte tra Woody Grant e Ruth Stoops, al centro di ben altri interessi nel suo film d’esordio (Citizen Ruth1996), interpretato da un’altra Dern, Laura. Entrambi è come se riuscissero a restare fedeli a se stessi  nonostante tutto.

Forse il film più intimista di Payne, ma sempre tagliente e ironico.


Nebraska – Stati Uniti, 2013
regia di Alexander Payne