Café Society

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“La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo”.

C’è anche “La signora in rosso” di Robert Florey tra i tanti film che Bobby e Vonnie vanno a vedere nelle magnifiche sale hollywoodiane durante i pomeriggi trascorsi insieme.

Siamo nel 1935 e Bobby Dorfman, giovane e timido newyorkese trapiantato a Hollywood alla corte dello zio Phil, agente delle star del cinema, si innamora perdutamente di Veronica “Vonnie” Sybil, dolce e gentile segretaria dello zio, disillusa dal sogno hollywoodiano, con i piedi ben piantati per terra e il cuore in sospeso.

Bobby, figlio di una comica e litigiosa coppia di ebrei del Bronx, fratello minore di Evelyn, maestra elementare sposata con un mite intellettuale e di Ben, gangster di professione che persuade presunti soci e non a suon di colate di cemento, si adatta velocemente alla nuova situazione, aiutato da Vonnie e dai ricchi e potenti amici dello zio. Ma quando una lettera d’amore di Rodolfo Valentino riesce a svelare e risolvere un insospettabile triangolo amoroso, Bobby fa ritorno nella sua New York dove aiuta il fratello ad avviare l’Hangover night club, che sotto la sua direzione e grazie alle influenti amicizie hollywoodiane, diventa presto punto di ritrovo per attori, politici, modelle: la Café Society. Ed è durante una serata di lavoro al club,  intensa e affollata come tante altre, che il passato di Los Angeles torna da Bobby.

Divertente e sofisticato, Café Society gioca, con spirito e senza autocommiserazione, con i cliché legati all’industria cinematografica “malvagia e noiosa, cane-mangia-cane” e alla religione ebraica, per la quale si rimpiange la mancanza del credo nell’aldilà, cosa che garantirebbe molti “clienti” in più.
Contemporaneamente, strizza l’occhio a una dolce malinconia per gli anni d’oro del cinema, all’implacabilità del fluire del tempo e alla conseguente nostalgia per ciò che non c’è più o che rimane “in potenza”; forse anche alla nostalgia per l’unica epoca in cui un giovane poteva indossare un completo color burro d’arachidi e risultare comunque attraente.

Del racconto Woody Allen si riserva la parte del narratore, ci accompagna attraverso tutti i capitoli di questo libro a immagini e si riflette nelle debolezze e nelle isterie del suo protagonista, dolce come un cerbiatto, ma abile nell’adattarsi e sfruttare le risorse a sua disposizione.

Negli anni d’oro di Hollywood gli amanti protagonisti di Café Society, nostalgici, reali ma irrealizzabili, sono intrappolati nella lacrima d’oro che riga la guancia dell’elegante donna sulla locandina del film; legati per sempre e destinati a vivere una presenza che travalica lo spazio.


Café Society – Stati Uniti, 2016
regia di Woody Allen


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Giovani si diventa

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“– (I giovani) Mi disturbano così tanto che ho chiuso le mie porte
 – Forse dovresti aprire la porta e lasciarli entrare”.
(Il Costruttore Solness, H. Ibsen)

Cosa succede se una coppia di quarantenni, colti e apparentemente realizzati, incontra una coppia di venticinquenni, spavaldi e perennemente in movimento?

Josh è un documentarista in crisi professionale che ormai da anni cerca di realizzare il suo documentario perfetto, che sia materialista e intellettuale allo stesso tempo; genero di un noto e affermato regista di cui ha sposato la figlia Cornelia, a sua volta produttrice cinematografica, Josh confessa di sentirsi come un bambino che imita un adulto.

In concomitanza con l’arrivo del primo figlio per la coppia dei loro migliori amici, Josh e Cornelia virano rispetto al sentiero conosciuto e cominciano a frequentare Jamie, aspirante documentarista generoso e disinvolto e la sua fidanzata Darby, di professione gelataia; una coppia giovane, spensierata e dai gusti old fashioned.

Lasciandosi investire dalle novità, che sia una cerimonia ayahuasca o un party improvvisato per strada e tuffandosi nel passato fatto di vhs, vinili e soluzioni d’arredamento artigianali per cui i loro giovani amici vanno matti, Josh e Cornelia usano Jamie e Darby per ritornare giovani, per sentirsi giovani o forse solo per ricordarsi giovani.

Limitando un po’ l’impatto emotivo straniante dei lavori precedenti, come già in Frances Ha (2014), ma restando fedele al suo approccio antropologico-documentaristico e apparentemente paradossale sulle interazioni umane, ancora una volta Noah Baumbach ci fa fare un’immersione totale nelle assurdità di tali interazioni,  firmando un film che non solo ci mette di fronte alle difficoltà di una coppia alle prese con bisogni inespressi e attese del mondo esterno, esasperata dall’incontro/scontro generazionale con i rappresentanti del “come (forse) eravamo”, ma aggiunge al mix una riflessione sulla possibilità di mantenere la purezza del mestiere in un’epoca in cui tutti possono improvvisarsi registi.

L’anacronismo che vede i quarantenni succubi di smartphone e Netflix e i venticinquenni che vivono circondati da oggetti che arrivano direttamente dagli anni ’70 e ‘80 viene ribaltato dai diversi approcci di Josh e Jamie al mestiere di documentarista: tanto tradizionale e appassionato il primo, quanto calcolatore e spregiudicato nell’utilizzo di tutti i mezzi tecnologici a disposizione il secondo.

Così l’immensa e variegata collezione di vinili di Jamie forse non denota apertura mentale e gusti “democratici“, quanto piuttosto il senso di smarrimento che nasce dall’esigenza di volersi, o doversi, dimostrare all’altezza delle generazioni precedenti, finendo per cercare ciò che di fatto non c’è più nonostante le infinite possibilità a disposizione.

Da questa prospettiva l’amico quarantenne che si prende la briga di leggere “Le creature del buio” di Stephen King alla figlia ancora nel grembo della madre non è poi così noioso.

“Giovani si diventa” (traduzione italiana che stravolge il significato del titolo), è una commedia intelligente e brillante, che indulge sull’accettazione dello scorrere del tempo, lasciando però simbolicamente la porta aperta alla giovinezza, che sia un bambino che gioca con inquietante disinvoltura con uno smartphone, il muro di graffiti su cui si chiude il film o un nuovo giovane capitolo nella vita dei protagonisti.


Giovani si diventa (While We’re Young) – Stati Uniti, 2014
regia di Noa Baumbach


Hungry Hearts

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Un avvenimento buffo e imbarazzante, in un luogo tanto improbabile quanto ordinario, fa incontrare Jude e Mina, loro due fra le migliaia di anime sole che popolano New York, e loro si scelgono, scelgono di condividere le loro vite, i loro spazi.

Il lavoro chiama però Mina in un altro paese e lei, straniera per scelta o forse per necessità, è pronta ad andare, ma non Jude, lui non è pronto, sembra cercare un modo per farla restare e improvvisa arriva nelle loro vite la vita. Nel momento in cui si concretizza, la gravidanza di Mina definisce paradossalmente la fine dell’esistenza di uno scopo comune, la coppia cede alle individualità.

Lo scopo di Mina è difendere il bambino che porta in grembo dalla tossicità del mondo, difenderlo dal dolore e dalle sofferenze da cui nessuno ha mai messo al sicuro lei, orfana di mamma e in qualche modo anche di papà. Il bambino deve restare puro, dentro e fuori. E mano a mano che vediamo il bambino non crescere, parallelamente vediamo intensificarsi la volontà di Mina nel perseguire il suo progetto di un mondo “altro” in cui farlo crescere. Jude impotente, ma innamorato di questa donna per la quale sa di rappresentare la sola famiglia possibile, inizialmente la asseconda.

E così, in una città utilizzata forse come simbolo dello straniamento inevitabile a meno di non riuscire a condividere se stessi e non solo vite e spazi, Jude e Mina si muovono di nuovo soli, sfiorano la felicità, ma non sono capaci di condividerla.

Saverio Costanzo ci introduce ancora una volta nel mondo estremo e quotidiano, più di quanto si possa immaginare, di anime tormentate, a disagio con il mondo in cui vivono e con se stesse.

Liberamente ispirato a “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, Hungry Hearts non è un film pro o contro la scelta di un regime alimentare o di uno stile di vita, quanto piuttosto una riflessione sulle privazioni e i malesseri che portano alle ossessioni. Lo stile narrativo utilizzato dal regista, che a tratti sfiora il thriller, ci porta nelle ansie e nelle paure che abitano l’angusto appartamento dei protagonisti; ci porta a guardare con distacco questa mamma mentre compie delle scelte non comprensibili e non condivisibili, non possiamo essere empatici verso di lei, ma non riusciamo a colpevolizzarla, perché, chi si prende cura di Mina nel suo cammino verso l’abisso? Chi fa un tentativo di entrare nel suo mondo?


Hungry Hearts – Italia, 2014
regia di Saverio Costanzo


Gigolò per caso

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Anche se di fatto “per caso” o per necessità, Fioravante è, come da titolo originale, un gigolò “fading”, come “quelle donne che devono essere guardate, altrimenti si spengono”.

Fioravante, fioraio part-time, all’occorrenza idraulico e tuttofare, lavora anche nella libreria dell’amico Murray, che però sta per chiudere. Per far fronte alla crisi di lavoro Murray propone a Fioravante di formare con lui una società e di cimentarsi nel mestiere più antico del mondo. La strana coppia Murray – Fioravante si ribattezza così Dan Bongo – Virgil a beneficio del “mestiere”.

La delicatezza e la destrezza con cui Fioravante crea i suoi componimenti floreali sono anche le armi inconsapevoli del successo di Virgil con le donne che si rivolgono a lui per colmare i vuoti di solitudine.

In una New York multietnica e dai bellissimi colori autunnali, a ritmo di jazz, tra il variopinto ménage familiare di Murray e la rigida condotta della comunità ebraica ortodossa cui la gentile e silenziosa Avigal, giovane vedova di un rabbino, appartiene, seguiamo l’evolversi del bizzarro business, che proprio l’arrivo di Avigal porterà su strade inaspettate.

Delicata e sofisticata commedia sentimentale, pervasa da una indefinibile saudade; la percepiamo sin dalle prime immagini di apertura, girate come se fossero un filmino familiare; la troviamo nella pudica e garbata sfrontatezza di Virgil, e nella timida e allo stesso tempo potente sinergia che vediamo nascere tra due persone che si trovano, a dispetto delle differenze e delle rigidità emotive cui entrambe sono costrette per motivi diversi.

Pur essendo un film “con” Woody Allen e non “di” Woody Allen, il suo tocco tipico si percepisce a diversi livelli, come se si fosse compiuta una contaminazione con i gusti del regista. John Turturro però non rinuncia e anzi rivendica le sue origini italiane, inserendo molti elementi nella narrazione e affidando, come già successo per il film musicale Passione (2010), due ruoli chiave, montaggio e fotografia, a professionisti italiani. Nello specifico è proprio al direttore della fotografia Marco Pontecorvo, suo amico da anni, che il regista si è ispirato per il personaggio di Fioravante, un “uomo d’altri tempi” (cit. John Turturro).

E forse, come già nel precedente Romance & Cigarettes (2005), non è mai tardi per concedere una possibilità alla possibilità dell’amore.


Gigolò per caso (Fading Gigolo) – Stati Uniti, 2013
regia di John Turturro