La guerra dei cafoni

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C’era un tempo in cui ai “cafoni”, i braccianti, non apparteneva neanche la loro stessa vita. Morivano per un sorso d’acqua attinto dal pozzo sbagliato, nel territorio sbagliato, quello dei “signori”, gli aristocratici cui erano sottomessi e con cui condividevano unicamente la lingua parlata.

C’è un tempo in cui la rivalità tra cafoni e signori è ancora viva, è sempre rimasta viva; ma senza più sottomissione. Neanche la lingua li unisce adesso perché, nella Puglia degli anni settanta, a Torrematta, i signori parlano in italiano, i cafoni in dialetto.

Torrematta è la riserva estiva scenario dello scontro tra le due fazioni; un mondo popolato di soli ragazzi, per lo più adolescenti, a eccezione di Papaquaremma, santo protettore dei cafoni e di Pedro, padrone del chiosco in mezzo al nulla.

C’è Scaleno, il leader dei cafoni; Francisco invece comanda i signori. La dolce e risoluta Mela, suo fratello Tonino, piccolo tra i cafoni, e il cane, Mosè. Una signorina di nome Sabrina e un pericoloso outsider, né cafone né signore, Cugginu.

Mentre la guerra infuria e l’amore tra Francisco e Mela fiorisce in gran segreto, Cugginu irrompe nell’assolato non-luogo di Torramatta e si autoelegge leader dei cafoni. Farà di tutto per farli trionfare sui signori, derogando alle regole non scritte della storica guerra; facendo oltrepassare ai cafoni il confine del lecito, sconfinando nella delinquenza.

A distanza di secoli, il cerchio si chiude con pari perdite sul campo. Un’epoca finisce, ma un’altra, forse non meno pericolosa, inizia.

Storia fortemente simbolica sul piano storico e umano, “La guerra dei cafoni” si astrae da qualsiasi contesto specificamente reale per portarci in un non-luogo abitato da ragazzini, spopolato di presenze adulte e privo di riferimenti di “civiltà”. Se da un lato la storia si fa allegoria dell’evoluzione storica e dei divari sociali e linguistici tra l’Italia di ieri e quella di oggi, dall’altro si impone come favola divertente e amara che ci consegna una morale, mediata dalla carica narrativa di alcuni dei protagonisti.

Tonino è come lo scotch che tiene insieme i suoi occhiali, quelli che gli danno il potere di “vedere”: l’inutilità del conflitto; l’impossibilità di migliorare la propria condizione grazie a qualche battaglia vinta sul campo. È il collante; la ragione, tra le ragioni dei signori e quelle dei cafoni. Francisco e Mela, gli innamorati che non possono, o non vogliono, stare insieme, ma il cui amore trova ragione di essere stato. Mosè, di cui avevamo perso le tracce nel corso di una battaglia, che riapparendo libera i due gruppi dalla schiavitù della guerra.

Il conflitto cromatico tra la luce abbacinante dell’estate pugliese e il buio umido dei pozzi abbraccia il conflitto reale tra cafoni e signori accompagnandoci fino alla fine quando, proprio emergendo dal fondo di un pozzo, scopriamo che la vita ha un valore percepito, non assoluto, e che l’affrancamento da una sottomissione non necessariamente conduce alla libertà.


La guerra dei cafoni – Italia, 2017
regia di Davide Barletti, Lorenzo Conte


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Segreti di famiglia

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“Qualche volta, quando ho le cuffie, penso di respirare troppo forte. Allora smetto, ma quando riprendo è ancora più forte.”

Una pagina del New York Times girata con superficialità. In quella pagina una foto, un campo profughi in Afghanistan. Una foto per cercare di descrivere la vita in guerra di troppe persone; una foto con implicazioni sulle vite di tante altre persone. Ma non ci si sofferma su quella pagina, notizie e immagini a cui sembriamo assuefatti o che ci sembrano troppo lontani da noi per meritare attenzione.

Quell’immagine è di Isabelle, famosa fotografa di guerra; professionista insaziabile che non si è mai sentita autorizzata a essere presente, a vedere e documentare il dolore delle persone; tormentata dalla portata morale delle sue azioni. Le foto hanno il compito di raccontare la storia delle persone? Sono un mezzo, devono usare le persone e il loro dolore per raccontare e fare arrivare al “pubblico” qualcosa di più grande e importante? Lei non pensa di avere il diritto di stare lì, e forse da nessun’ altra parte.

Nel momento in cui Isabelle decide di non raccontare più attraverso i suoi scatti, decide anche di morire e la sua scelta di morte, così come la sua scelta di vita, si abbatte sulle persone a lei più vicine. Gene, marito passivo, deluso dal non essere stato corrisposto nelle rinunce fatte in nome del matrimonio; Jonah, primogenito cresciuto troppo velocemente nel tentativo di raggiungere la grandezza della madre; Conrad, secondogenito adolescente, vive con la sua immaginazione, vede la madre ancora accanto a lui e riesce a far parlare il suo silenzio, più forte delle bombe. Conrad trasforma la sua sofferenza in racconto e concede alle possibili gioie dell’adolescenza di entrare nella sua vita.

E’ Conrad che ci guida. In sogno vede tornare la madre dall’Africa per la mostra a lei dedicata, è  accompagnata da un bambino, e sono le centinaia di bambini che da piccolo voleva che la madre portasse via dai luoghi di guerra, ma questo bambino è la nuova Isabelle e ha dentro di se’ tutta la saggezza di una vita.

E’ la guerra che si vive nell’intimo  più forte delle bombe; la consacrazione al proprio istinto e la dedizione nell’assecondarlo; ciò che fa rimanere fedele a se stessi. Isabelle e Conrad.


Segreti di famiglia (Louder Than Bombs) – Norvegia, Francia, Danimarca, Stati Uniti, 2015
regia di Joachim Trier


American Sniper

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Il piccolo Chris Kyle è determinato, ha le idee chiare, è obbediente al padre e ne segue le indicazioni senza fiatare perché sa che l’uomo che prende a esempio non può sbagliare, deve essere così: il mondo è diviso in pecore deboli, lupi cattivi e cani pastore. E lui di sicuro vuole essere un cane pastore, dedito alla protezione del gregge. Lo fa con il fratellino. Lo farà per sempre.

L’uomo Chris Kyle dismette i suoi abiti da cowboy texano e si arruola nei Navy Seals in seguito agli attentati terroristici ai danni delle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998.

Dio, patria, famiglia. Chris è un cane pastore e non può tirarsi indietro; è un patriota figlio dell’America che fa quello che ritiene giusto per il suo paese, e il suo paese, il più bello del mondo, adesso ha bisogno di lui.

L’addestramento come cecchino, il matrimonio, la prima delle quattro partenze in missione per l’Iraq dopo l’11 Settembre 2001. In Iraq diventa la “Leggenda” perché protegge bene i suo fratelli, gli copre le spalle, si prende cura di loro e presto ci sarà anche una taglia sulla sua testa, ma lui è pronto a rispondere davanti a Dio di ogni cuore cui ha tolto i battiti.

La tempesta di sabbia che si abbatte sui soldati alla fine della quarta missione sembra simbolica; la situazione è confusa, non c’è visibilità, solo sabbia. E’ forse una metafora della condizione di guerra? E’ tutto troppo per dei “soli” esseri umani?

La sensibilità del regista ci offre per questo alcuni spunti di riflessione. Il primo forse è lo stesso “doppio” di Chris, il suo alter ego, cecchino iraniano anche lui convinto di lottare per un bene superiore; ancora, l’epilogo paradossale della storia, che vede il male annidarsi dove mai avresti pensato di doverlo cercare. Non è tutto bianco o nero, non ci può essere distinzione netta tra buoni e cattivi o la possibilità di definirli in base a principi assoluti.

Clint Eastwood non esprime nessun giudizio politico sulla guerra o sugli uomini che la combattono, per scelta o per necessità; nessun giudizio morale che ci dica se lui è pro o contro, ma non è quello l’importante. A venire fuori, al di là della storia personale di un uomo diventato  “Leggenda”, sono gli esseri umani. Quando le cose che vedi e che fai sono veramente troppo oltre il male che potevi solo immaginare? Quando si è sazi di gloria o di vendetta?

Più che giudicare Eastwood ci mette difronte alle conseguenze della lex talionis, occhio per occhio, che nulla porta di buono ai Seals, e sulle conseguenze della guerra, fisiche e psicologiche, che faranno vacillare anche il granitico Chris. Quando la sbornia adrenalinica passa, restano i fantasmi, riappare il dubbio, sale il rimorso per non avere salvato ancora più compagni, rimorso per averne persi altri; Chris troverà la sua salvezza continuando a salvare fratelli in armi, anche se non imbracciando il fucile di precisione.

Bradley Cooper restituisce un protagonista intenso, fragile, robotico; riesce a far convivere le due anime di Chris Kyle, il combattente cane pastore, votato a un patriottismo che probabilmente un non americano non potrà mai capire, protetto da una piccola Bibbia che in realtà non legge, e l’uomo.

American Sniper racconta la storia vera di Chris Kyle, un uomo che si è guadagnato il pane, ma anche forse  il rispetto per se stesso, uccidendo altri esseri umani e racchiude in sé contraddizioni e interrogativi più attuali che mai e Clint Eastwood ci regala ancora una volta un film profondamente umano.


American Sniper – Stati Uniti, 2014
regia di Clint Eastwood


Grand Budapest Hotel

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Un racconto nel racconto, nel racconto.

Ispirato alle opere di Stefan Zweig, Grand Budapest Hotel parte dai giorni nostri per catapultarci negli anni ’30 del secolo scorso, in un immaginario stato dell’Europa centro orientale,  la repubblica di Zubrowka.

Una ragazza legge un racconto, il cui autore ci riferisce in prima persona di un viaggio compiuto nel 1968 al Grand Budapest Hotel, struttura decadente e quasi abbandonata; lì incontra il suo proprietario, Zero Moustafa, il quale a sua volta racconta al giovane autore come ha ereditato l’hotel.

Inizia così la storia del giovane Zero, apprendista fattorino al Grand Budapest Hotel e del suo mentore, monsieur Gustave H, irreprensibile concierge, amante delle ricche quanto attempate  frequentatrici dell’hotel, ma soprattutto amante della bellezza in tempi di decadenza morale.

Decadenza morale che l’avvicinarsi della guerra porta con sé. Decadenza che si annuncia nel momento in cui i due protagonisti cercano di attraversare il confine in treno e che si compie qualche anno più tardi; per questa scena il regista sacrifica l’uso della sua palette colori, in favore di un eloquente bianco e nero.

Guerra, avidità, stratificazione sociale; temi che però non intrappolano né condizionano lo stile narrativo tipico di Anderson, che crea come sempre il “suo” mondo, caldo abbraccio di un’immaginazione pura e quasi innocente.

Tra evasioni improbabili, parenti avidi e improponibili, rimandi a società segrete, inseguimenti e sparatorie, si ride di gusto, ci si emoziona e ci si commuove quando, nonostante tutto, siamo consapevoli che la bellezza cui monsieur Gustave ha dedicato la vita sopravvive grazie al racconto dell’anziano Zero.

Con The Grand Budapest Hotel Wes Anderson ci porta in un momento storico che è stato cruciale per l’umanità, senza perdere mai la grazia della sua leggerezza. Oltre a confermare il suo personalissimo registro stilistico e l’interesse per le tematiche cui tutti i suoi lavori rimandano, riesce come sempre in un racconto reale e fiabesco al tempo stesso.


Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel ) – Stati Uniti, 2014
regia di Wes Anderson


Ida

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Polonia comunista, anni ’60. Anna è novizia nel convento in cui è cresciuta perché orfana ed è in procinto di prendere i voti. Prima di compiere il passo definitivo verso la consacrazione a Dio, su invito della madre superiora, Anna va a fare visita all’unica parente che le è rimasta. Conosce così Wanda, sorella di sua madre, giudice del regime e donna “libera”.

La donna rivela alla giovane novizia la sua vera identità; Anna è ebrea e il suo vero nome è Ida.

In un paesaggio invernale innevato, le due donne, distanti in tutto, intraprendono un viaggio per scoprire in quali circostanze sono morti i genitori di Ida e dove sono sepolti.

Lungo il percorso le vite delle due donne si intrecciano più di quanto si potrebbe immaginare e il viaggio diventa per entrambe occasione di ricerca delle radici e dell’identità che la guerra ha portato via con sé.

Alla fine del viaggio, con lo sciogliersi della neve, Ida scioglie anche la sua riserva, e concede al dubbio di portarla a scoprire un mondo “altro” da quello del convento.

Conosciamo le due donne in un momento importante della loro vita, entrambe sono a un bivio e le vediamo confrontarsi con quello che sono nel profondo. Per Ida, vissuta sempre in convento, tutto è una scoperta; Wanda trova in Ida lo specchio di quel passato volontariamente rimosso e accantonato, ma fortemente presente. Il peso degli eventi avrà conseguenze importanti e porterà le due donne a cercare rifugio in posti per loro sicuri.

Le scelte stilistiche operate da Pawel Pawlikowski connotano e accompagnano i due personaggi femminili nella loro evoluzione quasi impercettibile. Tutto appare statico. Le inquadrature fisse sui personaggi, spesso ai margini dello schermo; il bianco e nero algido ed essenziale; il formato ridotto dello schermo (4:3); i lunghi silenzi. E’ come se il regista volesse limitare e fissare. Anche la progressione degli eventi appare statica; in un’improvvisata programmazione del futuro, Ida chiede continuamente “E poi?” cosa ci sarà dopo? E mentre lo fa e sembra che nulla stia accadendo, c’è in realtà un mondo interiore che avanza con forza.

Quello che sembra riuscire al regista in questo “gioco” di staticità e silenzio, è fotografare l’universo dei sentimenti e delle azioni umane, senza drammi, in modo asciutto e profondo. Ida e Wanda riassumono nel loro dramma privato il dramma di un paese e le loro ferite sono quelle, profonde e permanenti, di una generazione di uomini e donne.


Ida – Polonia, Danimarca, 2013
regia di Paweł Pawlikowski