La storia di Ruth, donna americana

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #1 – Ruth Stoops

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“Le persone diventano fanatiche per ragioni estremamente personali. Voglio dire, riguarda più loro e le loro psicosi che la causa stessa.” (Alexander Payne)

Ruth Stoops non è una fanatica. Ruth Stoops è una meravigliosa irresponsabile, verso se stessa e verso i bambini che le è capitato di portare in grembo. Forse troppi, concepiti in fugaci e squallidi momenti di cui lei probabilmente non ha memoria, persa nelle inalazioni di colla, lasciapassare per un mondo sospeso, dove la sua realtà le sembra probabilmente meno reale. Uno ancora, il quinto, e l’ennesimo arresto, spingono il giudice del tribunale a imporle l’aborto in cambio di un alleggerimento della pena.

“Meet Ruth Stoops” era il titolo che Alexander Payne aveva pensato per il suo primo lungometraggio e infatti sono proprio le persone che Ruth incontra a determinarne la parabola.

Gail e Norm le pagano la cauzione, la accolgono in una casa dove l’apparente serenità nasconde qualche desiderio di troppo di Norm e la prova, incarnata in un’adolescente ribelle, di quanto le scelte imposte unilateralmente possano diventare controproducenti. Con uno sforzo irrisorio e l’organizzazione di un incontro propagandistico contro l’olocausto americano causato dai tanti aborti praticati nel paese, i “baby savers” Gail e Norm persuadono Ruth a non abortire, nonostante le direttive del giudice.

Diane, la spia, la sua compagna Rachel e i tanti amici che orbitano intorno al gruppo “pro-choice”, gli abortisti, ribaltano la situazione, accolgono a loro volta Ruth e la proteggono dalla fazione avversa.

Ma c’è una guerra in corso e nessuno fa niente per niente. Le due fazioni si contendono Ruth a suon di assegni, facendola diventare il simbolo della scelta che molte donne americane potrebbero trovarsi a dover compiere;  la futura scelta di Ruth è un messaggio da lanciare su scala nazionale, ognuno per il proprio tornaconto.

E’ solo quando l’oggetto del contendere svanisce che Ruth realizza definitivamente che il suo benessere non è tra i principali pensieri di nessuna delle persone che sostiene di volerla aiutare, e decide allora di giocare a modo suo la partita.

Ironico fin dalla scena iniziale, Alexander Payne partecipa con questo suo primo lungometraggio al dibattito sull’aborto senza prendere le parti di nessuno, ma sottolineando la grettezza dei protagonisti nel condurre oltre questo dibattito, portandolo a un conflitto ideologico dove qualsiasi tornaconto vale più della libertà di scelta che si ha la presunzione di voler difendere. Essere “contro” come cieca ideologia quasi fine a se stessa. La causa come alibi di ingiustificato fanatismo.

Alexander Payne è però dalla parte della sua anti-eroina, a tratti sgradevole, imperdonabile, probabilmente irrecuperabile, ma per la quale non possiamo fare a meno di parteggiare, meravigliosa nelle sue umane debolezze e pedina sacrificale di una guerra non sua.

Ed è proprio nel tratteggiare le caratteristiche meno nobili degli esseri umani che il regista si trova a suo agio, a cavallo tra realismo sociale e satira, ma sempre sottilmente e subdolamente affettuoso con i suoi antieroi.


La storia di Ruth, donna Americana (Citizen Ruth) – Stati Uniti, 1996
Regia di Alexander Payne


 

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Nebraska

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #6 – Woody Grant

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David “Hai detto allo sceriffo che stavi andando a piedi nel Nebraska?”
Woody “Esatto. A prendere il mio milione di dollari.”

Cosa succede quando un anziano ex alcolista, reduce dalla guerra di Corea, sgarbato e taciturno, decide di voler percorrere a tutti i costi millequattrocento chilometri per andare a ritirare una presunta e cospicua vincita milionaria?

Da Billings, Montana, fino a Lincoln, Nebraska, attraverso gli sterminati paesaggi della provincia americana; questo è il lungo viaggio che Woody Grant è risoluto a fare, a piedi se necessario. Il secondogenito David, prigioniero consapevole di una vita di anestetizzata inconsistenza, si convince ad accompagnarlo nonostante il disappunto della madre.

Alexander Payne utilizza ancora una volta il viaggio come percorso parallelo, e forse necessario, alla crescita dei suoi protagonisti e fa un affresco delle debolezze umane, universali e in quanto tali prive di una  localizzazione geografica precisa. Come l’immaginaria cittadina di Hawthorne, città da cui Woody proviene e dove per l’occasione si riunisce tutta la famiglia Grant, che potrebbe trovarsi  ovunque.

Parenti vicini e lontani, amici della prima ora, “avvoltoi” (come li apostrofa Kate, petulante e vulcanica moglie di Woody) che, capovolgendo la realtà, iniziano a vantare crediti inesistenti nei confronti di Woody non appena la notizia della vincita milionaria si sparge in città.

Un bianco e nero quasi morbido, inquadrature fisse e primi piani; le scelte stilistiche del regista  consentono di insinuarsi nell’anima dei protagonisti quel tanto che basta a svelarne i tormenti.

Quarto lungometraggio girato nel suo stato natale, il Nebraska, cui rende omaggio, Payne omaggia con questo film anche la carriera di Bruce Dern, capace di dar vita a uno sgradevole antieroe in cui convivono ingenuità, malinconia e rassegnazione per un passato brutale ed egoista.

Mettendo Woody al centro di questa diatriba di interessi economici, il regista ne costruisce il riscatto, suo ma anche dei figli e della moglie; e costruisce un ponte tra Woody Grant e Ruth Stoops, al centro di ben altri interessi nel suo film d’esordio (Citizen Ruth1996), interpretato da un’altra Dern, Laura. Entrambi è come se riuscissero a restare fedeli a se stessi  nonostante tutto.

Forse il film più intimista di Payne, ma sempre tagliente e ironico.


Nebraska – Stati Uniti, 2013
regia di Alexander Payne