Election

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #2 – Jim McAllister

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– Jim McAllister: “Non sto parlando di etica, sto parlando di morale”
– Dave Novotny: “Qual è la differenza?”

Relazione professore-studente non “consona” ai ruoli, tradimento, scorrettezza, arrivismo, manipolazione, vendetta, debolezza di volontà; primi timidi, adolescenziali tentativi di approccio a una relazione omosessuale. Tutto questo in Election.

Al liceo Carver di Omaha, Nebraska, ci si prepara all’elezione per la presidenza del consiglio studentesco, una gara elettorale che prende il via come pura formalità, ma si trasforma presto in sfida serrata tra aspiranti presidenti che sembrano possedere tutte le caratteristiche degli animali politici adulti.

C’è Tracy Flick, fastidiosamente ambiziosa e secchiona, arrivista per codice genetico, inizialmente unica candidata. Paul Metzler, popolare e ingenuo quarterback della squadra di football del liceo, temporaneamente fuori gioco e facilmente adescato per partecipare alla corsa elettorale. Tammy Metzler, sorella di Paul, in gara per vendetta. A coordinare e supervisionare le attività elettorali c’è Jim McAllister, insegnante appassionato e amato dagli studenti, cittadino attento e marito solerte.

Jim McAllister, sinceramente convinto di dover fermare la frenetica corsa di Tracy verso il futuro che lei ritiene di meritare, tradisce nel comportamento ciò che gli riesce benissimo in teoria. Etica e morale.

Etica e morale si inseguono letteralmente e simbolicamente per tutta la narrazione, la differenza è oscura e sottile e nessuno sembra conoscerla.

La satira  di Alexander Payne non risparmia niente e nessuno: la struttura scolastica e le sue procedure, i condizionamenti relazionali e sociali, il microcosmo famiglia, le debolezze e gli egoismi degli esseri umani, la democrazia, la presunta fede religiosa. Non risparmia il suo antieroe protagonista, Jim McAllister, fallibile e imperfetto, ingranaggio di quel motore dell’America che è la classe media lavoratrice e rispettosa delle regole.

Essere umano debole si direbbe solo a fin di bene, fiero combattente di una battaglia destinata a essere persa fin dall’inizio, Jim scombina le carte, deroga alla morale con un comportamento non etico e diventa il simbolo di ciò che non può essere cambiato, simbolo della lotta ìmpari di un uomo contro una struttura sociale rigida e impermeabile.

In linea con il sottile e subdolo affetto verso i suoi antieroi, il regista concede a Jim McAllister una possibilità di riscatto, ma sempre nei termini circoscritti di una mediocrità – o normalità? – professionale e affettiva. Sempre nei termini circoscritti di un piccolo ingranaggio ben oliato.

Utilizzando la formula del teen movie e della commedia come espediente e chiudendo sul presunto riscatto di Jim McAllister, momento in cui il realismo sociale del regista domina sulla satira, il film stimola a una riflessione sui meccanismi e i valori che regolano la società americana e sulle possibili o inevitabili conseguenze di una pretesa morale, solida probabilmente solo nelle intenzioni.


Election – Stati Uniti, 1999
Regia di Alexander Payne


 

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Nebraska

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Cosa succede quando un anziano ex alcolista, reduce dalla guerra di Corea, sgarbato e taciturno, decide di voler percorrere a tutti i costi 1400 chilometri per andare a ritirare una presunta e cospicua vincita milionaria?

Da Billings, Montana, fino a Lincoln, Nebraska, attraverso gli sterminati paesaggi del Midwest americano; questo è il lungo viaggio che Woody Grant è deciso a fare, a costo di farlo a piedi; David, suo figlio secondogenito, si convince però ad accompagnarlo nonostante il disappunto della madre.

Quarto lungometraggio girato nel suo stato natale, il Nebraska, cui rende omaggio, Alexander Payne omaggia con questo film anche la carriera di Bruce Dern, capace di dar vita a un personaggio (Woody Grant) in cui convivono ingenuità, purezza, malinconia e rassegnazione per un passato brutale ed egoista.

Payne utilizza ancora una volta il viaggio come percorso parallelo, e forse necessario, alla crescita personale dei suoi protagonisti e fa un affresco delle debolezze umane, che di fatto non hanno una localizzazione geografica precisa; come l’immaginaria cittadina di Hawthorne, città da cui Woody proviene e dove per l’occasione si riunisce tutta la famiglia, che potrebbe trovarsi  ovunque.

Famiglia, parenti vicini e lontani, amici della prima ora che Kate, petulante e vulcanica moglie di Woody, apostrofa come “avvoltoi” che, capovolgendo la realtà, iniziano a vantare crediti inesistenti nei confronti di Woody non appena la notizia della vincita milionaria si sparge in città.

Il regista sceglie un bianco e nero quasi “morbido” per raccontarci questa storia; inquadrature fisse e primi piani per scavare nel profondo dei personaggi; scelte stilistiche che sembrano voler  accentuare la malinconia e le inquietudini che tormentano i protagonisti.

Mettendo Woody al centro di questa diatriba di interessi economici, il regista ne costruisce il riscatto, suo ma anche dei figli e della moglie; e costruisce quasi un ponte tra Woody Grant e il personaggio di Ruth Stoops, al centro di ben altri interessi nel suo film d’esordio (Citizen Ruth, 1996), interpretato da un’altra Dern, Laura. Entrambi è come se riuscissero a restare fedeli a se stessi  nonostante tutto.

Forse il film più intimista di Payne, ma sempre tagliente e ironico.


Nebraska – Stati Uniti, 2013
regia di Alexander Payne