Virgin Mountain

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Fúsi ha da poco superato i quarant’anni, lavora come addetto ai bagagli in aeroporto e assiste quotidianamente alle partenze degli altri; lui invece non è mai andato da nessuna parte. Abita con la mamma, dalla quale non si è mai staccato. Vive esperienze che il suo unico amico dice di aver vissuto da bambino. Fa colazione nello stesso modo in cui probabilmente la fa sin da piccolo, cereali al cioccolato e latte. Il latte è il suo drink preferito.

Tutti conoscono la sua routine. Il ristorante thai del venerdì sera, i giri in macchina ascoltando la musica metal, la telefonata serale al deejay, gli appuntamenti con l’amico per giocare con dettagliatissime riproduzioni di famose battaglie, quella di El Alamein in particolare.

Fúsi è una montagna di bambino timido e impacciato, bullizzato dai colleghi, silenziosamente e subdolamente sopraffatto dalla mamma. La bambina appena trasferitasi nel palazzo è l’unica che può entrare in connessione con lui; insieme giocano, e nella feroce contrapposizione tra il mondo degli adulti, diffidente e pauroso, e quello dei bambini, ingenuo e spontaneo, l’innocenza del gioco sfiora il confine di ciò che un adulto ritiene accettabile e per il quale facilmente si spende in brutali stigmatizzazioni.

La routine viene però interrotta dal regalo di compleanno che Fúsi riceve dall’intraprendente compagno della mamma; un corso di danza country. Tentenna Fúsi, e inizialmente rinuncia, ma l’incontro fortuito con Sjöfn innesca un processo di affermazione e un’apertura verso l’altro a lui finora sconosciuti.

Entra nel mondo adulto Fúsi, impara a prendersi cura di qualcuno sapendo di non ricevere nulla in cambio, si adopera con le sue doti da tuttofare e il mondo intorno a lui sembra dirgli che è la strada giusta. Un nuovo gruppo di colleghi che lo coinvolgono e lo rispettano; una inaspettata e pacata fermezza nel contrastare la madre; la consapevolezza nuova di non essere il solo, nelle solitudini e nelle sofferenze.

A volte pensiamo di potergli vedere l’anima talmente da vicino riusciamo a guardarlo negli occhi, ed è nella sua anima che abita la verginità e l’imponenza del suo corpo è solo necessaria a racchiudere e proteggere un animo troppo gentile e puro.

Una favola sulla maturazione, tenera e coinvolgente, “Fúsi” ci suggerisce che non è mai troppo tardi per emanciparsi da una condizione di isolamento, geografico e personale, che solo le connessioni con altri esseri umani affrancano da questi isolamenti e che è sempre possibile trovare il coraggio di salire su un aereo e decidere di allontanarsi dalla propria personale Islanda.


Virgin Mountain (Fúsi) – Islanda, 2015
regia di Dagur Kári


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Segreti di famiglia

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“Qualche volta, quando ho le cuffie, penso di respirare troppo forte. Allora smetto, ma quando riprendo è ancora più forte.”

Una pagina del New York Times girata con superficialità. In quella pagina una foto, un campo profughi in Afghanistan. Una foto per cercare di descrivere la vita in guerra di troppe persone; una foto con implicazioni sulle vite di tante altre persone. Ma non ci si sofferma su quella pagina, notizie e immagini a cui sembriamo assuefatti o che ci sembrano troppo lontani da noi per meritare attenzione.

Quell’immagine è di Isabelle, famosa fotografa di guerra; professionista insaziabile che non si è mai sentita autorizzata a essere presente, a vedere e documentare il dolore delle persone; tormentata dalla portata morale delle sue azioni. Le foto hanno il compito di raccontare la storia delle persone? Sono un mezzo, devono usare le persone e il loro dolore per raccontare e fare arrivare al “pubblico” qualcosa di più grande e importante? Lei non pensa di avere il diritto di stare lì, e forse da nessun’ altra parte.

Nel momento in cui Isabelle decide di non raccontare più attraverso i suoi scatti, decide anche di morire e la sua scelta di morte, così come la sua scelta di vita, si abbatte sulle persone a lei più vicine. Gene, marito passivo, deluso dal non essere stato corrisposto nelle rinunce fatte in nome del matrimonio; Jonah, primogenito cresciuto troppo velocemente nel tentativo di raggiungere la grandezza della madre; Conrad, secondogenito adolescente, vive con la sua immaginazione, vede la madre ancora accanto a lui e riesce a far parlare il suo silenzio, più forte delle bombe. Conrad trasforma la sua sofferenza in racconto e concede alle possibili gioie dell’adolescenza di entrare nella sua vita.

E’ Conrad che ci guida. In sogno vede tornare la madre dall’Africa per la mostra a lei dedicata, è  accompagnata da un bambino, e sono le centinaia di bambini che da piccolo voleva che la madre portasse via dai luoghi di guerra, ma questo bambino è la nuova Isabelle e ha dentro di se’ tutta la saggezza di una vita.

E’ la guerra che si vive nell’intimo  più forte delle bombe; la consacrazione al proprio istinto e la dedizione nell’assecondarlo; ciò che fa rimanere fedele a se stessi. Isabelle e Conrad.


Segreti di famiglia (Louder Than Bombs) – Norvegia, Francia, Danimarca, Stati Uniti, 2015
regia di Joachim Trier