Election

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #2 – Jim McAllister

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– Jim McAllister: “Non sto parlando di etica, sto parlando di morale”
– Dave Novotny: “Qual è la differenza?”

Relazione professore-studente non “consona” ai ruoli, tradimento, scorrettezza, arrivismo, manipolazione, vendetta, debolezza di volontà; primi timidi, adolescenziali tentativi di approccio a una relazione omosessuale. Tutto questo in Election.

Al liceo Carver di Omaha, Nebraska, ci si prepara all’elezione per la presidenza del consiglio studentesco, una gara elettorale che prende il via come pura formalità, ma si trasforma presto in sfida serrata tra aspiranti presidenti che sembrano possedere tutte le caratteristiche degli animali politici adulti.

C’è Tracy Flick, fastidiosamente ambiziosa e secchiona, arrivista per codice genetico, inizialmente unica candidata. Paul Metzler, popolare e ingenuo quarterback della squadra di football del liceo, temporaneamente fuori gioco e facilmente adescato per partecipare alla corsa elettorale. Tammy Metzler, sorella di Paul, in gara per vendetta. A coordinare e supervisionare le attività elettorali c’è Jim McAllister, insegnante appassionato e amato dagli studenti, cittadino attento e marito solerte.

Jim McAllister, sinceramente convinto di dover fermare la frenetica corsa di Tracy verso il futuro che lei ritiene di meritare, tradisce nel comportamento ciò che gli riesce benissimo in teoria. Etica e morale.

Etica e morale si inseguono letteralmente e simbolicamente per tutta la narrazione, la differenza è oscura e sottile e nessuno sembra conoscerla.

La satira  di Alexander Payne non risparmia niente e nessuno: la struttura scolastica e le sue procedure, i condizionamenti relazionali e sociali, il microcosmo famiglia, le debolezze e gli egoismi degli esseri umani, la democrazia, la presunta fede religiosa. Non risparmia il suo antieroe protagonista, Jim McAllister, fallibile e imperfetto, ingranaggio di quel motore dell’America che è la classe media lavoratrice e rispettosa delle regole.

Essere umano debole si direbbe solo a fin di bene, fiero combattente di una battaglia destinata a essere persa fin dall’inizio, Jim scombina le carte, deroga alla morale con un comportamento non etico e diventa il simbolo di ciò che non può essere cambiato, simbolo della lotta ìmpari di un uomo contro una struttura sociale rigida e impermeabile.

In linea con il sottile e subdolo affetto verso i suoi antieroi, il regista concede a Jim McAllister una possibilità di riscatto, ma sempre nei termini circoscritti di una mediocrità – o normalità? – professionale e affettiva. Sempre nei termini circoscritti di un piccolo ingranaggio ben oliato.

Utilizzando la formula del teen movie e della commedia come espediente e chiudendo sul presunto riscatto di Jim McAllister, momento in cui il realismo sociale del regista domina sulla satira, il film stimola a una riflessione sui meccanismi e i valori che regolano la società americana e sulle possibili o inevitabili conseguenze di una pretesa morale, solida probabilmente solo nelle intenzioni.


Election – Stati Uniti, 1999
Regia di Alexander Payne


 

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La storia di Ruth, donna americana

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #1 – Ruth Stoops

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“Le persone diventano fanatiche per ragioni estremamente personali. Voglio dire, riguarda più loro e le loro psicosi che la causa stessa.” (Alexander Payne)

Ruth Stoops non è una fanatica. Ruth Stoops è una meravigliosa irresponsabile, verso se stessa e verso i bambini che le è capitato di portare in grembo. Forse troppi, concepiti in fugaci e squallidi momenti di cui lei probabilmente non ha memoria, persa nelle inalazioni di colla, lasciapassare per un mondo sospeso, dove la sua realtà le sembra probabilmente meno reale. Uno ancora, il quinto, e l’ennesimo arresto, spingono il giudice del tribunale a imporle l’aborto in cambio di un alleggerimento della pena.

“Meet Ruth Stoops” era il titolo che Alexander Payne aveva pensato per il suo primo lungometraggio e infatti sono proprio le persone che Ruth incontra a determinarne la parabola.

Gail e Norm le pagano la cauzione, la accolgono in una casa dove l’apparente serenità nasconde qualche desiderio di troppo di Norm e la prova, incarnata in un’adolescente ribelle, di quanto le scelte imposte unilateralmente possano diventare controproducenti. Con uno sforzo irrisorio e l’organizzazione di un incontro propagandistico contro l’olocausto americano causato dai tanti aborti praticati nel paese, i “baby savers” Gail e Norm persuadono Ruth a non abortire, nonostante le direttive del giudice.

Diane, la spia, la sua compagna Rachel e i tanti amici che orbitano intorno al gruppo “pro-choice”, gli abortisti, ribaltano la situazione, accolgono a loro volta Ruth e la proteggono dalla fazione avversa.

Ma c’è una guerra in corso e nessuno fa niente per niente. Le due fazioni si contendono Ruth a suon di assegni, facendola diventare il simbolo della scelta che molte donne americane potrebbero trovarsi a dover compiere;  la futura scelta di Ruth è un messaggio da lanciare su scala nazionale, ognuno per il proprio tornaconto.

E’ solo quando l’oggetto del contendere svanisce che Ruth realizza definitivamente che il suo benessere non è tra i principali pensieri di nessuna delle persone che sostiene di volerla aiutare, e decide allora di giocare a modo suo la partita.

Ironico fin dalla scena iniziale, Alexander Payne partecipa con questo suo primo lungometraggio al dibattito sull’aborto senza prendere le parti di nessuno, ma sottolineando la grettezza dei protagonisti nel condurre oltre questo dibattito, portandolo a un conflitto ideologico dove qualsiasi tornaconto vale più della libertà di scelta che si ha la presunzione di voler difendere. Essere “contro” come cieca ideologia quasi fine a se stessa. La causa come alibi di ingiustificato fanatismo.

Alexander Payne è però dalla parte della sua anti-eroina, a tratti sgradevole, imperdonabile, probabilmente irrecuperabile, ma per la quale non possiamo fare a meno di parteggiare, meravigliosa nelle sue umane debolezze e pedina sacrificale di una guerra non sua.

Ed è proprio nel tratteggiare le caratteristiche meno nobili degli esseri umani che il regista si trova a suo agio, a cavallo tra realismo sociale e satira, ma sempre sottilmente e subdolamente affettuoso con i suoi antieroi.


La storia di Ruth, donna Americana (Citizen Ruth) – Stati Uniti, 1996
Regia di Alexander Payne


 

Virgin Mountain

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Fúsi ha da poco superato i quarant’anni, lavora come addetto ai bagagli in aeroporto e assiste quotidianamente alle partenze degli altri; lui invece non è mai andato da nessuna parte. Abita con la mamma, dalla quale non si è mai staccato. Vive esperienze che il suo unico amico dice di aver vissuto da bambino. Fa colazione nello stesso modo in cui probabilmente la fa sin da piccolo, cereali al cioccolato e latte. Il latte è il suo drink preferito.

Tutti conoscono la sua routine. Il ristorante thai del venerdì sera, i giri in macchina ascoltando la musica metal, la telefonata serale al deejay, gli appuntamenti con l’amico per giocare con dettagliatissime riproduzioni di famose battaglie, quella di El Alamein in particolare.

Fúsi è una montagna di bambino timido e impacciato, bullizzato dai colleghi, silenziosamente e subdolamente sopraffatto dalla mamma. La bambina appena trasferitasi nel palazzo è l’unica che può entrare in connessione con lui; insieme giocano, e nella feroce contrapposizione tra il mondo degli adulti, diffidente e pauroso, e quello dei bambini, ingenuo e spontaneo, l’innocenza del gioco sfiora il confine di ciò che un adulto ritiene accettabile e per il quale facilmente si spende in brutali stigmatizzazioni.

La routine viene però interrotta dal regalo di compleanno che Fúsi riceve dall’intraprendente compagno della mamma; un corso di danza country. Tentenna Fúsi, e inizialmente rinuncia, ma l’incontro fortuito con Sjöfn innesca un processo di affermazione e un’apertura verso l’altro a lui finora sconosciuti.

Entra nel mondo adulto Fúsi, impara a prendersi cura di qualcuno sapendo di non ricevere nulla in cambio, si adopera con le sue doti da tuttofare e il mondo intorno a lui sembra dirgli che è la strada giusta. Un nuovo gruppo di colleghi che lo coinvolgono e lo rispettano; una inaspettata e pacata fermezza nel contrastare la madre; la consapevolezza nuova di non essere il solo, nelle solitudini e nelle sofferenze.

A volte pensiamo di potergli vedere l’anima talmente da vicino riusciamo a guardarlo negli occhi, ed è nella sua anima che abita la verginità e l’imponenza del suo corpo è solo necessaria a racchiudere e proteggere un animo troppo gentile e puro.

Una favola sulla maturazione, tenera e coinvolgente, “Fúsi” ci suggerisce che non è mai troppo tardi per emanciparsi da una condizione di isolamento, geografico e personale, che solo le connessioni con altri esseri umani affrancano da questi isolamenti e che è sempre possibile trovare il coraggio di salire su un aereo e decidere di allontanarsi dalla propria personale Islanda.


Virgin Mountain (Fúsi) – Islanda, 2015
regia di Dagur Kári


Captain Fantastic

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“Se dai per scontato che non esista alcuna speranza, farai in modo che non ci sia speranza. Se dai per scontato che esista un istinto verso la libertà, che ci sia un’opportunità per cambiare le cose, avrai la possibilità di contribuire a creare un mondo migliore.” (Noam Chomsky)

Un paradiso in mezzo alla foresta degli Stati Uniti nord occidentali, una piccola città stato ideale; dove ci si allena, si caccia, si coltiva la terra, si studia, ci si confronta democraticamente, si improvvisano jam session alle luci di un falò e si celebra la nascita di Noam Chomsky. Arte e cultura, essere umano e natura in profonda connessione.

E’ l’utopia autosufficiente di Ben e Leslie Cash, creata per far crescere i loro sei figli in maniera indipendente dal mondo esterno. Sei figli meravigliosi, atletici e istruiti, senza distinzione di età; Zaja, una delle più piccole, conosce Pol Pot come il primogenito Bodevan dialoga di Trotsky e Mao.

Ma l’autosufficienza dal mondo esterno non garantisce l’immunità alle sue influenze e la vita sconosciuta ai giovani Cash irrompe nel loro mondo con la perdita più grande. Inizia così il viaggio; in New Mexico per onorare la volontà della persona più cara, per riprendersi ciò che si è perso.

Un viaggio che svela, e culmina nella ribellione definitiva di Rellian, il provocatore che mette tutto in discussione e scardina lo status quo; nell’autodenuncia di Bodevan e del suo desiderio di frequentare un college per il solo motivo di poter entrare in contatto con il mondo “reale”; nella linea sottile che intercorre tra preparare un figlio al suo futuro seguendo regole antiche e l’abuso di minore.
Un viaggio che culmina nella consapevolezza che per quanto condivisa, l’utopia grava come un macigno.
E quando sembra che per Ben non ci sia più nessuno da guardare, controllare, seguire amorevolmente dallo specchietto retrovisore di Steve, i legami si rivelano per quello che sono.

Brillante e commovente, stravagante e toccante. Lungi dal celebrare l’utopia di Ben e Leslie come perfetta, Captain Fantastic sollecita riflessioni profonde sull’educazione e il sistema educativo, sull’importanza del pensiero critico, sulla decadenza del modello di società statunitense, e occidentale, rispetto a socialità, istruzione, consumo di cibo.

Ben Cash è Captain Fantastic, supereroe con il potere di credere nell’utopia e nella possibilità di realizzarla concretamente; un’utopia meravigliosa, ma fantastica, non reale, seppur non meno reale del mondo reale.
Il supereroe però non fallisce mai, capita che debba adeguarsi, fare degli aggiustamenti, ma il suo potere resta intatto, perché “Sono le nostre azioni a definirci, non le nostre parole” e la tribù Cash lo sa.


Captain Fantastic – Stati Uniti d’America 2016
regia di Matt Ross


L’inizio del cammino

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“Qualunque cosa accada, la vita va avanti.”

Siamo nell’outback australiano, siamo in una ricca città australiana; sentiamo un didgeridoo in sottofondo, ma anche il segnale distorto di una radio, il traffico dell’ora di punta, gli esercizi di fonetica in una classe femminile. Tutto si confonde e si mischia, tutto è interferenza.

“Fate il vostro gioco” dice una voce in francese, e il gioco delle vite continua come sempre, perso nella routine ufficio-casa, scuola-casa, nella cornice di una vita borghese. Un papà, un giovane fratello e una sorella adolescente; una mamma, anche lei in sottofondo.

Ma in un giorno qualunque qualcosa sconvolge la routine e i due fratelli si ritrovano persi nell’outback, senza acqua né cibo, senza gli strumenti per sopravvivere in un ambiente per loro ostile; la sorella cerca di accudire il fratellino, cerca di proteggerlo e di nutrirlo.

Il loro cammino verso una sperata salvezza incrocia però quello di un giovane aborigeno; per lui è il cammino verso l’età adulta, il walkabout, il rito di passaggio, il momento della vita in cui la tradizione vuole che si lasci tutto per imparare a vivere autonomamente delle risorse che madre terra concede, facendo affidamento solo sulle proprie forze. E lui lo fa, provvede per se stesso e per i due giovani fratelli dispersi.

I tre ragazzi vivono nella stessa terra, ma in due mondi separati, due mondi troppo diversi e lontani; non si possono parlare, ma si capiscono. Se il fratellino, ancora libero, nell’età dell’innocenza che non ha bisogno di canoni definiti per connettersi con la natura, riesce a comunicare verbalmente in qualche modo con l’aborigeno, la sorella instaura con lui un feeling emotivo, i due estranei condividono l’adolescenza, età della passione e della vulnerabilità.

Ma un mondo ne schiaccia un altro e schiaccia le vite delle persone che vi si sottomettono.

Con uno scarto generazionale, arriviamo alla fine con la scena iniziale; nel mezzo, la scoperta della vita e la rinuncia a essa.

Ossessionante, crudo, malinconico, potente, L’inizio del Cammino ci parla del rito di passaggio di tutti noi, di quanto l’ambiente in cui viviamo interferisca sulle nostre scelte, dell’impossibilità di comunicare o della difficoltà di comunicare in seguito alla corruzione che deriva dal crescere e diventare adulti in una società che non segue le regole della natura; ma anche del mistero della comunicazione, della magia che si può creare in situazioni  non condizionate da interferenze sociali.


L’inizio del cammino (Walkabout) – Australia, Gran Bretagna, 1971
regia di Nicolas Roeg


Segreti di famiglia

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“Qualche volta, quando ho le cuffie, penso di respirare troppo forte. Allora smetto, ma quando riprendo è ancora più forte.”

Una pagina del New York Times girata con superficialità. In quella pagina una foto, un campo profughi in Afghanistan. Una foto per cercare di descrivere la vita in guerra di troppe persone; una foto con implicazioni sulle vite di tante altre persone. Ma non ci si sofferma su quella pagina, notizie e immagini a cui sembriamo assuefatti o che ci sembrano troppo lontani da noi per meritare attenzione.

Quell’immagine è di Isabelle, famosa fotografa di guerra; professionista insaziabile che non si è mai sentita autorizzata a essere presente, a vedere e documentare il dolore delle persone; tormentata dalla portata morale delle sue azioni. Le foto hanno il compito di raccontare la storia delle persone? Sono un mezzo, devono usare le persone e il loro dolore per raccontare e fare arrivare al “pubblico” qualcosa di più grande e importante? Lei non pensa di avere il diritto di stare lì, e forse da nessun’ altra parte.

Nel momento in cui Isabelle decide di non raccontare più attraverso i suoi scatti, decide anche di morire e la sua scelta di morte, così come la sua scelta di vita, si abbatte sulle persone a lei più vicine. Gene, marito passivo, deluso dal non essere stato corrisposto nelle rinunce fatte in nome del matrimonio; Jonah, primogenito cresciuto troppo velocemente nel tentativo di raggiungere la grandezza della madre; Conrad, secondogenito adolescente, vive con la sua immaginazione, vede la madre ancora accanto a lui e riesce a far parlare il suo silenzio, più forte delle bombe. Conrad trasforma la sua sofferenza in racconto e concede alle possibili gioie dell’adolescenza di entrare nella sua vita.

E’ Conrad che ci guida. In sogno vede tornare la madre dall’Africa per la mostra a lei dedicata, è  accompagnata da un bambino, e sono le centinaia di bambini che da piccolo voleva che la madre portasse via dai luoghi di guerra, ma questo bambino è la nuova Isabelle e ha dentro di se’ tutta la saggezza di una vita.

E’ la guerra che si vive nell’intimo  più forte delle bombe; la consacrazione al proprio istinto e la dedizione nell’assecondarlo; ciò che fa rimanere fedele a se stessi. Isabelle e Conrad.


Segreti di famiglia (Louder Than Bombs) – Norvegia, Francia, Danimarca, Stati Uniti, 2015
regia di Joachim Trier


L’uomo che cadde sulla Terra

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“Io non sono uno scienziato, ma so che tutto inizia e finisce nell’eternità”.

Il quadro raffigurato nel libro che il professor Nathan Brice riceve in regalo dal figlio per il suo compleanno; è‘ la “Caduta di Icaro” di Pieter Bruegel Il Vecchio.

Icaro. Thomas Newton.

E’ un essere strano Newton, leggero, etereo, impossibilitato a provare odio.

Come nel dipinto di Bruegel, dove tutto resta immobile, calmo e indifferente, il paesaggio, il cielo, le attività umane; tutto resta immobile nonostante si stia verificando un evento straordinario, un uomo è caduto dal cielo e sta annegando. Così è per Newton. Nulla si modifica intorno a lui, la macchina da guerra umana è implacabilmente in moto secondo logiche e prassi che sembrano assodate e perfettamente normali; è a lui, in balia di queste prassi, che sta succedendo qualcosa di extra ordinario e terribile.

Icaro annega nell’indifferenza di tutti. Un uomo passeggia solitario in prossimità di una casa su un lago in un altro dipinto, anonimo, appeso alla parete di un’anonima camera d’hotel al confine con il New Mexico. Due dipinti per un destino.

Newton ha un compito da portare a termine, per farlo mette in atto il suo piano e diventa ricchissimo; passano i mesi, gli anni, ci sono persone che lavorano per lui, c’è una donna che lo ama.

Ma forse nulla si può contro gli esseri umani, gli stessi capaci di corrompere i loro corpi e le loro esistenze abdicando alla preziosa fonte di vita a loro disposizione in favore di ben altri “nutrimenti”. Newton come Icaro si è avvicinato a una forza per lui insopportabile.

Basato sull’omonimo romanzo di Walter Tevis del 1963 L’uomo che Cadde sulla Terra è un film disarmante; poesia dell’”essere” che potrebbe essere, brutalità di ciò che la “civiltà” può rappresentare, storia d’amore senza tempo.

E Thomas Newton è il te stesso alieno che vorresti aiutare a non cedere, a non lasciarsi corrompere; è il te stesso cui vorresti poter ridare la libertà, cui vorresti ridare gli occhi, gli occhi con cui vedeva la terra prima di incontrare i terrestri. E’ il te stesso impotente, che non può aiutare né aiutarsi.


L’uomo che Cadde sulla Terra (The Man Who Fell to Earth) – Gran Bretagna, 1976
regia di Nicolas Roeg


Giovani si diventa

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“– (I giovani) Mi disturbano così tanto che ho chiuso le mie porte
 – Forse dovresti aprire la porta e lasciarli entrare”.
(Il Costruttore Solness, H. Ibsen)

Cosa succede se una coppia di quarantenni, colti e apparentemente realizzati, incontra una coppia di venticinquenni, spavaldi e perennemente in movimento?

Josh è un documentarista in crisi professionale che ormai da anni cerca di realizzare il suo documentario perfetto, che sia materialista e intellettuale allo stesso tempo; genero di un noto e affermato regista di cui ha sposato la figlia Cornelia, a sua volta produttrice cinematografica, Josh confessa di sentirsi come un bambino che imita un adulto.

In concomitanza con l’arrivo del primo figlio per la coppia dei loro migliori amici, Josh e Cornelia virano rispetto al sentiero conosciuto e cominciano a frequentare Jamie, aspirante documentarista generoso e disinvolto e la sua fidanzata Darby, di professione gelataia; una coppia giovane, spensierata e dai gusti old fashioned.

Lasciandosi investire dalle novità, che sia una cerimonia ayahuasca o un party improvvisato per strada e tuffandosi nel passato fatto di vhs, vinili e soluzioni d’arredamento artigianali per cui i loro giovani amici vanno matti, Josh e Cornelia usano Jamie e Darby per ritornare giovani, per sentirsi giovani o forse solo per ricordarsi giovani.

Limitando un po’ l’impatto emotivo straniante dei lavori precedenti, come già in Frances Ha (2014), ma restando fedele al suo approccio antropologico-documentaristico e apparentemente paradossale sulle interazioni umane, ancora una volta Noah Baumbach ci fa fare un’immersione totale nelle assurdità di tali interazioni,  firmando un film che non solo ci mette di fronte alle difficoltà di una coppia alle prese con bisogni inespressi e attese del mondo esterno, esasperata dall’incontro/scontro generazionale con i rappresentanti del “come (forse) eravamo”, ma aggiunge al mix una riflessione sulla possibilità di mantenere la purezza del mestiere in un’epoca in cui tutti possono improvvisarsi registi.

L’anacronismo che vede i quarantenni succubi di smartphone e Netflix e i venticinquenni che vivono circondati da oggetti che arrivano direttamente dagli anni ’70 e ‘80 viene ribaltato dai diversi approcci di Josh e Jamie al mestiere di documentarista: tanto tradizionale e appassionato il primo, quanto calcolatore e spregiudicato nell’utilizzo di tutti i mezzi tecnologici a disposizione il secondo.

Così l’immensa e variegata collezione di vinili di Jamie forse non denota apertura mentale e gusti “democratici“, quanto piuttosto il senso di smarrimento che nasce dall’esigenza di volersi, o doversi, dimostrare all’altezza delle generazioni precedenti, finendo per cercare ciò che di fatto non c’è più nonostante le infinite possibilità a disposizione.

Da questa prospettiva l’amico quarantenne che si prende la briga di leggere “Le creature del buio” di Stephen King alla figlia ancora nel grembo della madre non è poi così noioso.

“Giovani si diventa” (traduzione italiana che stravolge il significato del titolo), è una commedia intelligente e brillante, che indulge sull’accettazione dello scorrere del tempo, lasciando però simbolicamente la porta aperta alla giovinezza, che sia un bambino che gioca con inquietante disinvoltura con uno smartphone, il muro di graffiti su cui si chiude il film o un nuovo giovane capitolo nella vita dei protagonisti.


Giovani si diventa (While We’re Young) – Stati Uniti, 2014
regia di Noa Baumbach


The Repairman

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Per rispondere a una semplice domanda, ovvero cosa l’ha condotto all’infrazione che gli ha fatto perdere i punti sulla patente, Scanio inizia da lontano e comincia a raccontare l’ultimo anno della sua vita.

Lui è fatto così, Scanio Libertetti, giovane, ma forse non troppo, ingegnere mancato, amante delle cose fatte per bene, delle cose fatte prendendosi il tempo che serve, perché i dettagli sono importanti.

Tra amici che non mancano occasione per giudicarlo e uno zio panettiere che si prende cura di lui spronandolo e nutrendolo di focacce e brioches, Scanio si muove lentamente nel mondo riparando macchine da caffè; non giudica, non si arrabbia e non sembra voler cambiare le cose, vive le situazioni quasi consapevole del fatto che per lui sia l’unico modo possibile. Ma l’arrivo nella sua vita di Helena, immigrata inglese e anche lei outsider in una provincia popolata di persone che inseguono  ritmi cittadini, sembra mescolare le carte.

In ritardo con la distribuzione nelle sale (il film è datato 2013) e primo lungometraggio di Paolo Mitton, che nei titoli di testa rivendica un racconto autobiografico, The Repairman è una commedia fresca e originale che gioca tanto sulla fisicità del protagonista, quanto sulla sua capacità di vivere serenamente le situazioni più surreali.

Il film diverte, fa sorridere e affezionare a questo personaggio dai piedi a papera. E in fondo Scanio potrebbe essere l’oca che vediamo volare nel film e che si schianta sui fili dell’alta tensione, ma riprende a volare; così Scanio sembra schiantarsi continuamente con il mondo che lo circonda, ma va avanti per la sua strada cercando di attutire e filtrare la realtà, schermando la casa come la vita e perseverando nel suo essere “fuori tempo” anche per la profonda provincia cuneese in cui vive.

Lentezza, diversità, inadeguatezza, vissute o percepite tali, vengono affrontate nel film con spirito leggero e divertito; spirito diverso invece per un altro esordio alla regia del 2013, quello del piemontese Alessio Fava con Yuri Esposito. Entrambi i film, sia pur diversi per genere e  contenuti narrativi, sembrano voler porre l’attenzione sulla possibilità di accettarsi e sull’inutilità di inseguire una “normalità” che rischia di essere una costruzione sociale.

Mitton non fornisce una soluzione o un suo punto di vista preciso sulla bontà o meno dello stile di vita del suo protagonista; come Scanio non giudica.

Viene però da pensare se non sia veramente il caso di abbandonare “il nuovo concetto di Spa” a beneficio delle tradizionali terme e di accogliere uno stile di vita “slow”, magari tra i dolci pendii delle Langhe.


The Repairman – Italia, 2013
regia di Paolo Mitton


Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza)

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“A thing is a thing not what is said of that thing”.

Questo è il memo che Riggan Thomson ha in bella vista sullo specchio del suo camerino al teatro St. James di Broadway.

Lui è una star del cinema, lui era Birdman, supereroe che gli ha regalato fama e soldi, ma a cui ha rifiutato di prestare il corpo per il quarto capitolo della saga per salvaguardare la sua carriera artistica. In perenne conflitto con il suo io hollywoodiano, adesso Riggan è a Broadway, dove vuole dimostrare di essere in grado di fare qualcosa di artisticamente valido confrontandosi con un suo adattamento del racconto di Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Senza soste lo seguiamo nei giorni che precedono l’attesissima prima.

Sullo sfondo dell’eterna dicotomia cinema-teatro, Birdman (il film) gioca con i cliché sulla superiorità artistica del secondo rispetto al primo, sugli attori e sulle conseguenze della celebrità.

Troviamo così l’attore di Hollywood che vuole costruirsi una credibilità a teatro; l’attore di Broadway, esasperato del “metodo”, sprezzante, o forse invidioso, verso quegli attori che neanche il costumista della pièce ritiene essere tali; ci sono le attrici che non hanno rispetto di sé, e per questo motivo fanno le attrici; i figli trascurati e in cura in qualche centro di riabilitazione; i critici che cinicamente etichettano le produzioni artistiche senza neanche essere andati a vederle.

Iñárritu non risparmia nessuno, dal chirurgo di Meg Ryan al mento di George Clooney, a tutti gli attori cui hanno “infilato un costume”. Non risparmia le frecciate alle produzioni causa del “genocidio culturale” e all’ego degli attori che scambiano l’ammirazione per amore e non conoscono la differenza tra celebrità e prestigio.

Ma in Birdman c’è tanto altro. Nel microcosmo creato da Iñárritu la realtà è presente a più livelli; la realtà della vita nella finzione del teatro e la finzione cinematografica che cerca di raggiungere la verità del teatro; la realtà di Michael Keaton, in passato supereroe sullo schermo, e del suo Riggan che, consapevolmente o no, è uno dei personaggi di Carver che anela ad essere amato per quello che è e anche nel mettere in atto l’azione più disperata ed estrema cui un essere umano può arrivare, fallisce.

La scelta di un apparentemente unico piano sequenza, come la scelta di inserire elementi di lavorazione del film -la voce del batterista in apertura e durante i titoli di coda e la sua presenza in due scene- sembrano essere scelte consacrate alla ricerca di queste realtà; la prospettiva dei protagonisti, la storia nella storia.

Tecnicamente e stilisticamente prezioso, il film è una riflessione sull’ossessione per la visibilità cui tutti siamo soggetti, sulla necessità di emergere ed “essere qualcuno”, che sia grazie a un film o ai social network, sulla necessità di essere amati.

Sicuramente distante dalla produzione precedente di Iñárritu, elemento di connessione è la scelta di un autore come Raymond Carver su cui imperniare il racconto. L’universo umano raccontato da Carver è popolato da anime tanto impotenti e sofferenti quanto quelle fatteci conoscere dal regista messicano con i suoi film.

Per finire, come ennesimo elemento di realtà, e forse stoccata in difesa della settima arte, in chiusura dei titoli di coda vengono quantificati i posti di lavoro creati grazie alla lavorazione e alla distribuzione del film. Forse perché creare film che non vogliono essere parte del genocidio culturale in atto contribuisce a creare valore per fortuna non solo economico?


Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza)
Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) – Stati Uniti, 2014

regia di Alejandro González Iñárritu


Le Meraviglie

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C’è un cammello nel cortile del casolare dove Gelsomina abita, lavora, vive. Lei è la capofamiglia, l’erede designata di una tradizione forte, cui il burbero padre non vuole rinunciare nonostante quattro figlie femmine. E Gelsomina, con i suoi 12 anni, si guadagna e merita le responsabilità in famiglia e sul lavoro. Ma l’adolescenza urla il suo richiamo, veicolato da un programma televisivo e dall’arrivo di Martin, adolescente tedesco in rieducazione forzata.

Siamo nella metà degli anni ’90 e sulle note di “T’Appartengo” di Ambra Angiolini, Gelsomina sogna un altro possibile futuro, senza il duro lavoro della campagna, senza i pesanti sacrifici richiesti dalla lavorazione del miele. Un futuro lontano dal microcosmo familiare, agreste, poliglotta e autosufficiente, perso tra le campagne dell’antica Etruria.

Ma forse il loro mondo sta per finire? Il consorzio approva l’uso di diserbanti che uccidono le api, la Comunità europea impone nuove norme igieniche e ambientali per la produzione e mancano i soldi per gli adeguamenti richiesti. Lo spiraglio sembra essere il turismo, panacea fin quando, forse, “con i soldi non ci sarà più niente da comprare”.

In un’atmosfera in bilico tra sogno, realtà e reality, il film è una riflessione sulla ricchezza e il mistero delle radici che ci legano a una terra e alle sue tradizioni, anche se non siamo autoctoni;  riflessione sull’impossibilità di preservare qualcosa che inevitabilmente è destinato a evolversi, anche in forme e direzioni che non rispondono ai nostri desideri e alle nostre aspettative.

Riflessione sulla necessità di andare oltre il sogno e realizzare che il cammello non  vuole e non deve stare in cortile.

Opera seconda di Alice Rohrwacher che con l’esordio (Corpo Celeste del 2011) condivide temi, approccio stilistico e modalità narrativa, il film riesce nel fare passare attraverso lo sguardo puro e curioso di Gelsomina il carico emotivo che ruota intorno alle vicende umane e professionali della famiglia, sviluppando armoniosamente il parallelismo che lega l’evoluzione di Gelsomina verso l’età adulta con il destino di una tradizione cui sembra non siano più concessi gli spazi per esistere.

Incorniciata da una fotografia dai delicati colori pastello, Le Meraviglie è bellissima poesia fuori dal tempo, fuori da rigide collocazioni spazio-temporali, e allo stesso tempo asciutta testimonianza della realtà.


Le Meraviglie – Italia, 2014
regia di Alice Rohrwacher