Io, Daniel Blake

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“Io Daniel Blake sono un cittadino, niente di più, niente di meno”.

Ci sono tanti pesciolini che nuotano nell’appartamento di Daniel Blake; i pesciolini che nuotavano nell’oceano della testa di Molly, sua compagna di vita.

Molly non c’è più e Daniel, carpentiere alla soglia dei sessant’anni e della pensione, dopo anni di onesto lavoro e un infarto, ha bisogno di chiedere aiuto al governo.

Un sussidio di malattia. Un’odissea a Newcastle; un’incursione in una curva spazio temporale di un universo parallelo. E’ ciò che vive Daniel Blake, tra telefonate che non arrivano e lettere che invece arrivano anche se non dovrebbero; moduli e candidature da compilare online come se fossimo tutti dei “nativi digitali” anche se nati negli anni ‘50; professionisti che svolgono un lavoro di utilità sociale senza avere come scopo ultimo l’interesse delle persone a cui si rivolgono.

All’ufficio di collocamento, luogo simbolo dell’incompetenza governativa e del limbo di troppe persone,  l’odissea di Daniel incontra quella di Katie, mamma single di due taciturni e giudiziosi bambini, silenziosamente irrequieti.

Quattro vite sospese, in caduta libera verso esistenze che nei piani del “sistema” devono essere private anche del rispetto che un essere umano ha per se stesso. Ma nelle difficoltà Daniel e Katie si aiutano e si sostengono, creando un legame che nessun gelido e impersonale sistema può scalfire.

La lotta di Daniel e Katie è quella che ognuno di noi potrebbe trovarsi a dover combattere; il racconto di questa lotta, attraverso la quotidianità della sopravvivenza e della ricerca di un futuro migliore, è schietto e potente nella sua semplicità.
Diretto e commovente, lo sguardo di Ken Loach sui suoi protagonisti è un atto d’accusa contro l’Inghilterra delle privatizzazioni e della bedroom tax; radiografia di un paese e di un’Europa nella morsa dell’austerity che assolve i ricchi mentre porta avanti la sua propaganda contro i poveri e i disoccupati.
Uno sguardo che denuncia il dissolvimento dell’unico legame che ci identifica come specie sulla terra, l’umanità.

Ma è proprio in questo legame che dobbiamo riporre la speranza. E nella solidarietà che è possibile trovare anche in persone distanti da noi, un giovane che traffica in scarpe da ginnastica per sbarcare il lunario, una bambina che prepara il cous cous, un’impiegata che sfida le regole per potersi rendere veramente utile. Nei giovani, con cui Daniel sembra avere un rapporto speciale.

Negli esseri umani, gli unici capaci di fare la vera differenza.


Io, Daniel Blake – Regno Unito, Francia, 2016
regia di Ken Loach


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Taxi Teheran

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Dall’abitacolo di un taxi ci consegna l’Iran.

E’ così che Jafar Panahi sfida il governo iraniano, gli arresti domiciliari e il divieto che grava su di lui di girare film; si inventa tassista per un giorno e il taxi è il microcosmo dei problemi e delle contraddizioni del suo paese.

Proporzionalità delle pene, condizione delle donne, censura alla cultura; tutti temi cari al regista, che ce li racconta con ironia e intelligenza, costantemente sul filo tra realtà e finzione, orchestrando perfettamente il suo cast di non-attori; ed è anche utilizzando la giovanissima nipote come portavoce delle regole cui i registi devono attenersi per non incorrere nella censura governativa e girare così un film “distribuibile”, che Panahi riassume lo stato delle cose e lancia i suoi messaggi.

Al governo, rivendicando con forza il suo lavoro di regista, con riferimenti impliciti ed espliciti a tutti i suoi film precedenti, invisi alle autorità iraniane e per questo causa della sua condanna.

Ai giovani, cui sembra affidare simbolicamente il testimone della lotta per la libertà di espressione  e ai quali lui, con la sua lotta, cerca di aprire la strada affinché abbiano la possibilità di raccontare le loro storie liberamente, senza censure né autocensure; “non lo troverai mai (il soggetto del tuo film) se resti chiuso in casa”, dice a un giovane studente di cinema mentre gli consiglia titoli di dvd pirata da acquistare.

Messaggio ancora più forte è l’immensa opportunità data dalle nuove tecnologie; i punti di vista si moltiplicano, possiamo vedere la realtà attraverso una videocamera, uno smartphone, un tablet eppure siamo sempre all’interno del taxi. Non c’è scampo, il “sordido realismo” tanto temuto dal Ministero per l’Orientamento Islamico non può più essere nascosto.

Poetico, ironico, politico. Taxi Teheran è un film forte nel suo essere semplice e diretto.

Geniale anche nell’autodenunciarsi utilizzatore di film e cd di contrabbando, perché la cultura trova sempre strade alternative da percorrere, Panahi dichiara la sua militanza per un cinema che sia specchio assoluto della realtà, per l’arte come conoscenza a qualsiasi prezzo, anche quello di essere arrestato e interdetto dal fare ciò che più ami.


Taxi Teheran (Taxi) – Iran, 2015
regia di Jafar Panahi


Louisiana (The Other Side)

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“Coloro che si sentono inutili sono tutto per me, coloro che non si sentono amati e che hanno perduto persone care non saranno dimenticati…”.

In questa lettera che l’anziano Jim riceve da una bambina c’è tutta la speranza di alcuni dei protagonisti del film documentario “Louisiana – The Other Side”.

In una delle nazioni considerate più ricche al mondo, in una terra di confine nel nord della Louisiana, zona rurale dove predominano povertà, disoccupazione e droga, una comunità sopravvive e, nonostante tutto, spera.

Mark, collante di una famiglia allo sbando cui, a suo modo, cerca di provvedere; progetta di scontare i mesi di carcere che gli spettano per avere la possibilità di ricominciare in un posto dove non sia la droga a scandire le sue giornate.

Jim e i suoi amici, veterani che “hanno già fatto la loro parte” per il Paese, sperano in un presidente donna, che si occupi dei problemi e delle vite degli abitanti della comunità.

Gruppi paramilitari, ex combattenti ancora in guerra con il mondo, che si preparano al giorno in cui ci sarà la rivoluzione, quando saranno chiamati a difendere le loro famiglie.

E poi, future madri apparentemente senza possibilità di redenzione; madri apparentemente senza una coscienza; bambini apparentemente senza prospettive di un futuro diverso.

Filo conduttore, la consapevolezza di un sogno forse mai esistito, quello di un’America “per tutti” grazie all’elezione del primo presidente afroamericano. Obama è qui oltremodo messo in discussione, con le parole e con i proiettili.

Roberto Minervini, guadagnandosi la fiducia dei suoi non attori (perché di finzione qui sembra non essercene), ci porta in una terra che potrebbe essere una delle tante zone rurali, povere e popolate di disadattati, che tanto piacciono alla propaganda militare per arruolare soldati, persone che di fatto non hanno prospettiva migliore se non quella di servire il proprio paese.

La contraddizione che si innesca tra l’essere bacino di reclutamento per i corpi militari e inevitabilmente in seguito patria di veterani, disillusi e disoccupati, ma pur sempre  fieri patrioti, pare essere un ciclo senza fine di morte e rassegnazione.

Nel raccontarci questa parte d’America attraverso lo sguardo mai invasivo, ma partecipativo, su Mark e la comunità di riferimento e attraverso lo sguardo più distaccato sulle attività dei gruppi paramilitari, con “Louisiana” Minervini porta alla luce le contraddizioni di un paese e di un sistema, firmando un film documentario duro, politico se non nelle intenzioni sicuramente nel risultato.


Louisiana (The Other Side) – Italia, Francia, 2015
regia di Roberto Minervini


American Sniper

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Il piccolo Chris Kyle è determinato, ha le idee chiare, è obbediente al padre e ne segue le indicazioni senza fiatare perché sa che l’uomo che prende a esempio non può sbagliare, deve essere così: il mondo è diviso in pecore deboli, lupi cattivi e cani pastore. E lui di sicuro vuole essere un cane pastore, dedito alla protezione del gregge. Lo fa con il fratellino. Lo farà per sempre.

L’uomo Chris Kyle dismette i suoi abiti da cowboy texano e si arruola nei Navy Seals in seguito agli attentati terroristici ai danni delle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998.

Dio, patria, famiglia. Chris è un cane pastore e non può tirarsi indietro; è un patriota figlio dell’America che fa quello che ritiene giusto per il suo paese, e il suo paese, il più bello del mondo, adesso ha bisogno di lui.

L’addestramento come cecchino, il matrimonio, la prima delle quattro partenze in missione per l’Iraq dopo l’11 Settembre 2001. In Iraq diventa la “Leggenda” perché protegge bene i suo fratelli, gli copre le spalle, si prende cura di loro e presto ci sarà anche una taglia sulla sua testa, ma lui è pronto a rispondere davanti a Dio di ogni cuore cui ha tolto i battiti.

La tempesta di sabbia che si abbatte sui soldati alla fine della quarta missione sembra simbolica; la situazione è confusa, non c’è visibilità, solo sabbia. E’ forse una metafora della condizione di guerra? E’ tutto troppo per dei “soli” esseri umani?

La sensibilità del regista ci offre per questo alcuni spunti di riflessione. Il primo forse è lo stesso “doppio” di Chris, il suo alter ego, cecchino iraniano anche lui convinto di lottare per un bene superiore; ancora, l’epilogo paradossale della storia, che vede il male annidarsi dove mai avresti pensato di doverlo cercare. Non è tutto bianco o nero, non ci può essere distinzione netta tra buoni e cattivi o la possibilità di definirli in base a principi assoluti.

Clint Eastwood non esprime nessun giudizio politico sulla guerra o sugli uomini che la combattono, per scelta o per necessità; nessun giudizio morale che ci dica se lui è pro o contro, ma non è quello l’importante. A venire fuori, al di là della storia personale di un uomo diventato  “Leggenda”, sono gli esseri umani. Quando le cose che vedi e che fai sono veramente troppo oltre il male che potevi solo immaginare? Quando si è sazi di gloria o di vendetta?

Più che giudicare Eastwood ci mette difronte alle conseguenze della lex talionis, occhio per occhio, che nulla porta di buono ai Seals, e sulle conseguenze della guerra, fisiche e psicologiche, che faranno vacillare anche il granitico Chris. Quando la sbornia adrenalinica passa, restano i fantasmi, riappare il dubbio, sale il rimorso per non avere salvato ancora più compagni, rimorso per averne persi altri; Chris troverà la sua salvezza continuando a salvare fratelli in armi, anche se non imbracciando il fucile di precisione.

Bradley Cooper restituisce un protagonista intenso, fragile, robotico; riesce a far convivere le due anime di Chris Kyle, il combattente cane pastore, votato a un patriottismo che probabilmente un non americano non potrà mai capire, protetto da una piccola Bibbia che in realtà non legge, e l’uomo.

American Sniper racconta la storia vera di Chris Kyle, un uomo che si è guadagnato il pane, ma anche forse  il rispetto per se stesso, uccidendo altri esseri umani e racchiude in sé contraddizioni e interrogativi più attuali che mai e Clint Eastwood ci regala ancora una volta un film profondamente umano.


American Sniper – Stati Uniti, 2014
regia di Clint Eastwood


Il venditore di medicine

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Fino a che punto ci si può spingere nel considerare un farmaco alla stregua di un qualsiasi prodotto di mercato?

Bruno, informatore per conto della Zafer, grossa azienda farmaceutica, ha a disposizione molti sistemi per compiacere e convincere medici di ogni grado a “collaborare” garantendo prescrizioni di farmaci Zafer.

A fronte dei continui tagli al personale che l’azienda mette in atto nei confronti degli informatori farmaceutici ritenuti poco produttivi, per assicurarsi il posto di lavoro Bruno deve però diventare “intoccabile”; ha bisogno di conquistare uno “squalo”, un medico, primario in un Policlinico, che possa garantirgli l’ingresso e il monopolio in una grossa struttura sanitaria.

Ma sulla strada per l’intoccabilità c’è la vita che va avanti; un amico malato per cui non si riescono a reperire i farmaci in Italia, una famiglia che vuole crescere.

Ultimo anello della catena produttivo-distributiva del farmaco e pedina di un meccanismo gigantesco fatto di connivenza, corruzione e disinteresse che fa leva su bisogni sociali indotti, Bruno non è immune al fascino del benessere materiale, cartina di tornasole di un benessere percepito come reale.

Il film fa luce su alcuni meccanismi taciti che regolano l’industria farmaceutica e sulle logiche di distribuzione dei farmaci. Nodo centrale della questione è l’inclinazione al compromesso tramite la pratica del comparaggio, unita allo sconcertante sfruttamento del rapporto di fiducia tra medico e paziente, usato come alibi per qualsiasi illecito purché soddisfi le necessità economiche pretese ai vari livelli della catena.

Girato con uno stile asciutto, il film non concede un attimo di tregua nel seguire la discesa di Bruno nell’abisso. Molti i contrasti tra luce e buio che rimandano allegoricamente ai conflitti tra luci e ombre/bene e male che albergano in tutti gli individui e per riflesso nella società.

Preceduto dal premiato Dallas Buyers Club, meritevole a sua volta, seppur in un contesto storico e narrativo differente, di aver messo in luce meccanismi di distribuzione dei farmaci guidati esclusivamente da ragioni di tipo economico piuttosto che di salute pubblica, Il venditore di medicine affonda il coltello nella piaga dell’amoralità sottesa all’arricchimento dell’industria farmaceutica.

Nato da un’esperienza vissuta dal regista Antonio Morabito e basato sulle testimonianze di informatori farmaceutici, Il venditore di Medicine è un potente film di denuncia che sembra suggerire come unica via di salvezza la morale individuale.


Il venditore di medicine – Italia, 2013
regia di Antonio Morabito


12 anni schiavo

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Il terzo lungometraggio dell’inglese Steve McQueen è tratto da “12 anni schiavo”, autobiografia di Solomon Northup, uomo libero della contea di Saratoga nello stato di New York. Northup, musicista ingaggiato per una tournée in qualità di violinista, viene in realtà circuito e ingannato da alcuni trafficanti, privato dei suoi documenti e venduto in Louisiana come schiavo. La proprietà di Solomon passa di padrone in padrone, dal buono e quasi caritatevole Ford al perfido Epps, fino a quando, grazie all’aiuto di un abolizionista canadese, Solomon riesce a mettersi in contatto con gli amici e la famiglia, riavere i suoi documenti e tornare finalmente a casa dopo 12 anni.

Steve McQueen ci racconta ancora una volta il mondo, esteriore e interiore, di un essere umano prigioniero:  dopo Bobby Sands, prigioniero in lotta per i suoi diritti in Hunger (2008) e Brandon Sullivan, prigioniero di droghe e sesso in Shame (2011), Salomon Northup è prigioniero della schiavitù e le sofferenze che deve sopportare offrono la “scusa” per far confrontare lo spettatore con il mondo in cui gli schiavi cercavano di sopravvivere, o almeno con la sua rappresentazione.

La sensibilità propria del regista inglese è evidente nella suo stile di racconto e nella sua capacità di rappresentare in un’unica scena la distruzione del sentimento umano in favore della sopravvivenza. Solomon viene appeso per il collo al ramo di un albero, con la punta dei piedi riesce a malapena a tenersi per evitare di soffocare e intorno a lui nulla cambia,  nessuno si ferma, nessuno sembra accorgersi di lui;  tutto scorre nella quotidianità indifferente degli adulti che lavorano, dei bambini che giocano, arriva la sera e lui è lì. L’indifferenza per la sopravvivenza.

Il film tocca il nervo scoperto della “questione schiavitù” in maniera cruda e senza indulgenza; fa emergere chiaramente l’ossessione bianca per il diritto di proprietà, esteso alla carne, uso e consumo secondo necessità o capriccio, come un qualsiasi scambio di mercato.

Al di là del rischio di osannare un film perché si fa carico di un pezzo di storia moderna così delicato e bruciante, 12 anni schiavo è però un film importante, per lo stile narrativo e le interpretazioni; e anche se mai potremo capire veramente le sofferenze e le ingiustizie sopportate dalle migliaia di esseri umani che hanno subito la schiavitù, di certo il segno nella coscienza non può che diventare più profondo.


12 anni schiavo (12 Years a Slave) – Stati Uniti, 2013
regia di Steve McQueen


Dallas Buyers Club

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Ron Woodroof è un elettricista, amante dei rodei, consumatore abituale di droghe, alcol e di rapporti sessuali, rigorosamente etero, non protetti; è omofobo in un ambiente che condivide questa fobia.

Dallas Buyers Club è ispirato alla storia vera di Ron Woodroof e ci porta nel suo mondo e negli ultimi sette anni della sua vita, dal momento in cui un medico gli comunica che ha contratto il virus dell’HIV.

Ron è lo specchio della società in cui vive, ma la convinzione radicata che l’HIV sia un virus “riservato” agli omosessuali trova presto per lui una smentita.  Dopo un primo tentativo di curarsi con un farmaco sperimentale che si procura illegalmente e che si rivelerà tossico, Ron trova in Messico un medico che inizia a curarlo con un mix di farmaci non approvati dalla FDA (food and drug administration) negli Stati Uniti. Gli effetti positivi sul suo corpo lo convincono a organizzarsi per riuscire a importare i farmaci in Texas; per fare questo fonda il Dallas Buyers Club associandosi con Rayon, transgender tossicodipendente e sieropositivo conosciuto in ospedale. Inizia così per loro una battaglia, anche legale, contro la FDA.

Il film si svolge in maniera lineare e non retorica puntando sull’intensità delle interpretazioni dei due protagonisti, due outsider per motivi diversi, che si incontrano e si sostengono nel terreno comune della malattia. Ron è il cowboy che, preso coscienza del suo stato, emarginato dai suoi amici e dal suo mondo che lo considera malato perché omosessuale, inizia a combattere per se stesso e per gli altri contro la malattia e contro la FDA, guidato dalla rabbia, dalla voglia di stare ancora in sella alla vita e dalla consapevolezza che nel “sistema” qualcosa è marcio. Rayon è la parte fragile, che riesce però con il tempo a smussare gli angoli del socio, facendolo venire a patti con la sua paura del diverso.

Il film offre alcuni momenti di straordinaria, commovente e cruda umanità e, pur ispirandosi a una storia di quasi trent’ anni fa, è più che mai attuale nell’individuare nelle case farmaceutiche, in strutture sanitarie e medici compiacenti, meccanismi che sembrano guidati esclusivamente da ragioni di tipo economico piuttosto che di salute pubblica.


Dallas Buyers Club – Stati Uniti, 2013
regia di Jean-Marc Vallée