Passeri

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Capaci di adattarsi ad ambienti diversi, stazionari, socievoli; fragili, ma dalla voce squillante e allegra. Passeri.

Dalla capitale, Reykjavík, alla penisola di ghiaccio e fuoco, Westfjords. Islanda. Dalle tante possibilità offerte dalla città, ai paesaggi sconfinati e stranianti del nord ovest. Dalla casa calda e accogliente della mamma a quella caotica e promiscua del papà. E’ il trasloco di Ari, adolescente ancora nel guscio, dalla voce soave e la vita da scoprire.

Westfjords è per Ari il ritorno ai luoghi dell’infanzia, la nonna, i muri dismessi e protettivi della scuola, la ragazza con cui è cresciuto, Lára.

Nell’eterna luce dell’estate nordica, in attesa di cominciare la scuola, Ari cerca di trovare il suo spazio e  accettare i modi e lo stile di vita di un padre perso nell’autocommiserazione e nell’alcol. Si lascia amare dalla nonna e accetta le indicazioni paterne del suo datore di lavoro. Socializza per quanto possibile con i suoi coetanei, così simili a lui e allo stesso tempo distanti anni luce.

Non canta più Ari, se non quando è solo, al riparo da chiunque lo possa sentire, da chiunque non sia in grado di capirlo. Canta per la nonna, quando lei ormai non c’è più.

Abbandonato dalla madre, abbandonato dalla nonna, mai veramente avuto dal padre, Ari è allo sbando, silenziosamente. Silenziosamente e senza ribellarsi, quasi incapace di capire quale sia la sua volontà, diventa uomo. Nel momento peggiore e nel modo peggiore. E da quel momento, i suoi primi passi verso la maturità procedono parallelamente alla progressiva discesa negli inferi dell’età adulta.

Un mondo capovolto, dove gli adulti sembrano poter vivere solo di eccessi e gli adolescenti potrebbero essere gli adulti se solo non fossero troppo fragili da diventare vittime sacrificali. Abusati fisicamente e psicologicamente, desolati e vulcanici come il paesaggio in cui vivono, è negli adolescenti tutta la luce del sole di mezzanotte.

Ari “firma” il suo passaggio alla maturità proteggendo la ragazza che ama e facendosi così carico di tutta la brutalità che li circonda. Ma l’adolescente che a ragione vorrebbe continuare a essere, è alla disperata ricerca della protezione e dell’affetto di un adulto. E lo va a mendicare, come se dei passeri gli restasse solo la necessaria ricerca di un nido, beccando le briciole dell’amore a lui dovuto.


Passeri (Sparrows) – Islanda, Danimarca, Croazia 2015
regia di Rúnar Rúnarsson


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Manchester by the Sea

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La terra gelata dal freddo inverno del Massachusetts non concede deroghe, è impenetrabile, non si può scalfire, tantomeno è possibile scavarla per permettere a un corpo di trovare pace. Jon Chandler non può essere sepolto in inverno.

Lee Chandler tutti i giorni pazientemente spala la neve dall’ingresso del suo monolocale interrato a Quincy, silenziosamente fa il suo lavoro, ripara, aggiusta, sostituisce, sgombera; le docce, i tubi, le guarnizioni, le cantine, di condòmini invadenti, indiscreti, soli, forse. A Lee non interessa, niente lo smuove o lo fa sorridere. Vive per concedere a se stesso il tempo di punirsi, ancora e ancora.

Punirsi per l’azione che per legge non può essere punita. Una dimenticanza fatale in una notte tanto vivida nel ricordo quanto tragica nelle conseguenze, una notte dove tutto finisce, le sicurezze, gli affetti, l’amore per se stesso. Quello che non finisce mai è l’amore per chi non c’è più, andato via per sempre o per l’impossibilità di fare altrimenti.

Anche Lee va via, lontano da Manchester-by-the-Sea. Lontano dal fratello Jon, il nipote Patrick e Claudia Marie.

Ma adesso Jon non c’è più, in un gelido limbo frigorifero in attesa che la primavera ammorbidisca la terra, mentre Patrick reagisce con tutta la fragile potenza dell’adolescenza, vitalità, contraddizioni, dubbi. Superstite allo sbando, Patrick sta per perdere tutto, anche Claudia Marie. La barca che porta il nome della nonna, la casa accogliente dove il suo rapporto con il padre e lo zio si è consolidato, dove il suo amore per il mare e la pesca è nato e cresciuto, dove il suo spirito ha trovato gli spazi che non poteva avere in una casa troppo in disordine, troppo sporca, troppo ingombrata dall’assenza di una madre presente solo a se stessa.

Lee è il tutore scelto da Jon per il figlio, forse nella speranza di restituire al fratello un pezzo di vita. Ma la corazza di Lee è gelida e impenetrabile come la terra in cui Jon non può essere sepolto; in bilico tra ciò che è giusto per se stesso e per il nipote, prigioniero dei limiti cui non riesce a far fronte, all’arrivo della primavera la terra può essere scavata, la sua corazza concede una possibilità al compromesso.

Nei silenzi di Lee ci perdiamo. Ne siamo partecipi, sentiamo la sofferenza, vorremmo trovare le parole da fargli dire, ma non ce ne saranno mai di appropriate. E i silenzi sono l’unico modo con cui lui può reagire e sopravvivere privandosi di qualsiasi vitalità, giorno dopo giorno. Lo scontro con il nipote Patrick è un non-scontro, tacitamente uniti da sempre, accomunati dal dolore e da un legame che nessuna distanza geografica può spezzare.

Intenso e commovente, Manchester by the Sea procede per sottrazione, ridotto all’osso, sentiamo tutto, il freddo, la sofferenza, l’incapacità di un uomo di continuare a vivere senza riuscire a punirsi a sufficienza, l’amore che resta nonostante tutto.


Manchester by the Sea – Stati Uniti, 2016
regia di Kenneth Lonergan


Il cittadino illustre

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Una gomma a terra e Daniel e il suo Caronte restano bloccati, senza i mezzi per comunicare con anima viva; i fari della macchina, persa in mezzo al nulla tra l’aeroporto di Buenos Aires e Salas, illuminano solo metà del volto di Daniel Mantovani, l’altra metà è immersa nella tenebre mentre lui racconta una delle storie dei suoi libri. E’ una storia vera o di fantasia?

Scrittore per mestiere Daniel, con i suoi romanzi ha portato Salas al mondo e il mondo ha potuto vivere le sfaccettature più diverse di quel microcosmo. Esiliato per scelta Daniel nella sua casa prigione di Barcellona, da dove rifiuta categoricamente i tanti inviti a cerimonie, letture, interviste, che Nuria gli elenca pazientemente. L’assegnazione del premio Nobel per la letteratura lo ha condannato artista di ”comodo”, con più niente da dire e domandare.

E’ l’invito che arriva da Salas, luogo fuggito molti anni prima perché “da lì I miei personaggi non erano capaci di andarsene e io di tornarci”, l’unico che con sua stessa sorpresa accetta; consapevole di aver sempre desiderato tornare essendo solo occhi per evitare il dolore, decide di tornare sul serio.

E torna da vincitore, portato in trionfo e adulato, finché il microcosmo si afferma esattamente per ciò che è sempre stato. Salvo brevi attimi di riparo con qualche anima docile e disponibile, atteggiamento quasi di rivolta alla trappola vissuta quotidianamente, le tenebre di Salas si rivelano. Un paese congelato nel tempo e nello spazio, vittima di un passato tutt’altro che glorioso e al tempo stesso nostalgico di quel passato; ambivalente. Luci e tenebre.

False luci e tenebre Antonio, amico d’infanzia che vive la sua rivincita personale. False luci e tenebre il sindaco; il medico. Caleidoscopio di grettezza umana Salas. Grettezza che Daniel polarizza; per essere riuscito a scappare dalla prigione paese, per aver messo quella prigione paese nero su bianco, rendendola possibile al mondo o semplicemente cristallizzando quella realtà agli stessi protagonisti.

E se la scrittura si presenta come unica via di fuga da situazioni kafkiane anche a distanza di quarant’anni per un giovane scrittore in erba con stile kafkiano, è sul confine tra realtà e finzione che ci fermiamo, chiedendoci se stiamo assistendo al dispiegarsi della realtà o stiamo leggendo la storia di quella che, solo probabilmente, è una storia reale. Realtà e finzione.

Borges, citato più volte in contrapposizione a Mantovani come famoso scrittore argentino a non aver ricevuto il premio Nobel, immaginava il paradiso come una biblioteca. Simbolicamente la biblioteca è l’inferno figurato di Mantovani, il reale invece gode della luce del giorno; piani ben distinti della sua casa prigione. Ma è proprio sulle orme di Borges che Daniel Mantovani sembra costruire la sua tela. E’ lo scrittore a creare la storia, o la storia crea lui? Il ritorno di Mantovani a Salas è solo una coincidenza?

La realtà non esiste, non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni. Ma anche fosse tutto reale, un artista avrebbe per questo minor valore? (Daniel Mantovani)


Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre) – Argentina, Spagna, 2016
regia di Gastón Duprat, Mariano Cohn


Paterson

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Sono i sogni di Laura che creano la possibilità nelle giornate di Paterson? La possibilità di vedere concretamente un sogno attraversare la strada, scendere dall’autobus, aspettare in macchina. La possibilità di contribuire a tutti quei sogni, l’opportunità di vederli crescere.
E’ la capacità di Paterson di vedere tutto in versi ad alimentare i sogni di Laura?

Il silenzioso orologio magico di Paterson segna più o meno sempre la stessa ora quando lui si sveglia la mattina accanto alla sua Laura e in silenzio inizia la giornata.
Lui e Marvin si guardano, ma chiaramente non si piacciono.
Conduce l’autobus numero 23 per le strade di Paterson, New Jersey; sentiamo i discorsi dei passeggeri.
Le pause dal lavoro riempiono il taccuino, poche linee si trasformano in poesia.
La sera la cassetta della posta è sempre da rimettere a posto e la parete delle celebrità al pub riserva sempre qualche nuovo aneddoto sulle personalità nate o vissute a Paterson, New Jersey.
Come nella poesia che ascoltiamo dai suoi pensieri, Paterson beve una birra, guarda il fondo del bicchiere ed è contento.

Accompagnato dalle geometrie in bianco e nero di Laura e dai grugniti del bulldog Marvin, di cui si prende cura con serena indulgenza, Paterson crea bellezza che condivide solo con la sua musa. E anche quando il suo mondo crolla, come fosse una punizione per la scelta di vivere in un ventunesimo secolo retrò, gli viene donata una pagina vuota e le infinite possibilità che essa presenta.
Perché Paterson è l’adolescente seduta su un muretto in attesa della mamma o il turista giapponese che ti dice che “La poesia tradotta è come fare la doccia con l’impermeabile”. Perché la poesia è essenza. E a tutti noi è data la possibilità di cercare l’arte e la poesia nella cose della vita.

Fluttuiamo in un’atmosfera di semplice bellezza quasi surreale; ci divertiamo ad ascoltare i due ragazzini in fuga di Moonrise Kingdom (di Wes Anderson, 2012), adesso adolescenti e ultimi anarchici in città, mentre discutono del famoso anarchico che proprio a Paterson, New Jersey, ispirò la ribellione degli operai della seta all’inizio del ‘900; ci culliamo nella possibilità reale dell’amore tra persone che si accettano per quel che sono, senza giudicarsi, bulldog compreso.

Ispirato dai versi e dall’arte dei poeti legati a Paterson, New Jersey, il film è un tenero omaggio alla capacità di creare il bello dalla quotidianità, alla poesia come ispirazione di vita e non mestiere; celebrazione della parte nascosta, del “non evidente”, delle piccole cose che seppur all’apparenza insignificanti, sono parte intrinseca della vita stessa.
Paterson è poesia in immagini.


Paterson – Stati Uniti, 2016
regia di Jim Jarmusch


Mine

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“Anche la strada sbagliata può portare a casa”.

Un soldatino inginocchiato nella posizione di tiro; tanti soldatini inginocchiati nella stessa posizione, mentre mirano al bersaglio e stanno per sparare, o forse hanno già sparato. Mike ne trova più di uno durante la sua permanenza forzata nel deserto.

Il soldatino è lui, tiratore scelto dei marines capace di stare immobile ore per professione; costretto a restare immobile ore per salvarsi la vita. Una missione nel deserto dell’Afghanistan durante la quale la sua sicurezza vacilla, i dubbi morali hanno la meglio sulla disciplina, qualcosa si incrina e lui e il suo compagno devono mettersi in salvo.

Ma il deserto è grande, le tempeste di sabbia sono protagoniste, il vento cancella le tracce, sposta le dune. I due militari si trovano in un campo minato e Mike resta completamente solo in quel campo, con un piede su una di quelle mine. Cosa fare? I soccorsi non arriveranno molto presto, le risorse sono scarse e l’ambiente inclemente, la natura feroce. Lui resta immobile.

Nonostante le tempeste di sabbia e il caldo, nonostante il freddo e i predatori affamati che gli girano intorno di notte. Nonostante un berbero solitario continui a dirgli di andare avanti, di fare quel passo perché “anche la strada sbagliata può portare a casa” e lui ne è la dimostrazione.

Il deserto diventa la gabbia di Mike, ma anche la sua zona di comfort; proporzionalmente alla vita scelta, fatta di partenze e grosse assenze per le persone a lui vicine, fuga da una realtà che richiede troppo coinvolgimento emotivo e scelte da compiere, il deserto è lo stallo definitivo che gli permette di vivere eternamente nel passato, soffrirne, e non risolversi.
Una bambina dal sorriso grande e gli occhi consapevoli lo protegge.

Siamo immobili con Mike in quel deserto. Le mine da cui il protagonista è circondato sono i ricordi, le situazioni, gli affetti, i traumi che ci inchiodano a un momento specifico della nostra vita e ci impediscono di  andare avanti. Fare un passo può rendere liberi, dal passato, dalla paura di non dover soffrire più; ma quanta guerra costa quel passo?

Mine, ordigni esplosivi concreti o simbolici; Mine, pronome possessivo inglese che concentra tutta l’azione su Mike. E’ proprio il titolo che racchiude tutto l’universo del film, esordio italiano internazionale, lucido e abile nel costruire la narrazione di un mondo interiore tormentato e assoluto dominatore di una vita.


Mine – Stati Uniti, Italia, Spagna, 2016
regia di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro


Café Society

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“La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo”.

C’è anche “La signora in rosso” di Robert Florey tra i tanti film che Bobby e Vonnie vanno a vedere nelle magnifiche sale hollywoodiane durante i pomeriggi trascorsi insieme.

Siamo nel 1935 e Bobby Dorfman, giovane e timido newyorkese trapiantato a Hollywood alla corte dello zio Phil, agente delle star del cinema, si innamora perdutamente di Veronica “Vonnie” Sybil, dolce e gentile segretaria dello zio, disillusa dal sogno hollywoodiano, con i piedi ben piantati per terra e il cuore in sospeso.

Bobby, figlio di una comica e litigiosa coppia di ebrei del Bronx, fratello minore di Evelyn, maestra elementare sposata con un mite intellettuale e di Ben, gangster di professione che persuade presunti soci e non a suon di colate di cemento, si adatta velocemente alla nuova situazione, aiutato da Vonnie e dai ricchi e potenti amici dello zio. Ma quando una lettera d’amore di Rodolfo Valentino riesce a svelare e risolvere un insospettabile triangolo amoroso, Bobby fa ritorno nella sua New York dove aiuta il fratello ad avviare l’Hangover night club, che sotto la sua direzione e grazie alle influenti amicizie hollywoodiane, diventa presto punto di ritrovo per attori, politici, modelle: la Café Society. Ed è durante una serata di lavoro al club,  intensa e affollata come tante altre, che il passato di Los Angeles torna da Bobby.

Divertente e sofisticato, Café Society gioca, con spirito e senza autocommiserazione, con i cliché legati all’industria cinematografica “malvagia e noiosa, cane-mangia-cane” e alla religione ebraica, per la quale si rimpiange la mancanza del credo nell’aldilà, cosa che garantirebbe molti “clienti” in più.
Contemporaneamente, strizza l’occhio a una dolce malinconia per gli anni d’oro del cinema, all’implacabilità del fluire del tempo e alla conseguente nostalgia per ciò che non c’è più o che rimane “in potenza”; forse anche alla nostalgia per l’unica epoca in cui un giovane poteva indossare un completo color burro d’arachidi e risultare comunque attraente.

Del racconto Woody Allen si riserva la parte del narratore, ci accompagna attraverso tutti i capitoli di questo libro a immagini e si riflette nelle debolezze e nelle isterie del suo protagonista, dolce come un cerbiatto, ma abile nell’adattarsi e sfruttare le risorse a sua disposizione.

Negli anni d’oro di Hollywood gli amanti protagonisti di Café Society, nostalgici, reali ma irrealizzabili, sono intrappolati nella lacrima d’oro che riga la guancia dell’elegante donna sulla locandina del film; legati per sempre e destinati a vivere una presenza che travalica lo spazio.


Café Society – Stati Uniti, 2016
regia di Woody Allen


Hungry Hearts

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Un avvenimento buffo e imbarazzante, in un luogo tanto improbabile quanto ordinario, fa incontrare Jude e Mina, loro due fra le migliaia di anime sole che popolano New York, e loro si scelgono, scelgono di condividere le loro vite, i loro spazi.

Il lavoro chiama però Mina in un altro paese e lei, straniera per scelta o forse per necessità, è pronta ad andare, ma non Jude, lui non è pronto, sembra cercare un modo per farla restare e improvvisa arriva nelle loro vite la vita. Nel momento in cui si concretizza, la gravidanza di Mina definisce paradossalmente la fine dell’esistenza di uno scopo comune, la coppia cede alle individualità.

Lo scopo di Mina è difendere il bambino che porta in grembo dalla tossicità del mondo, difenderlo dal dolore e dalle sofferenze da cui nessuno ha mai messo al sicuro lei, orfana di mamma e in qualche modo anche di papà. Il bambino deve restare puro, dentro e fuori. E mano a mano che vediamo il bambino non crescere, parallelamente vediamo intensificarsi la volontà di Mina nel perseguire il suo progetto di un mondo “altro” in cui farlo crescere. Jude impotente, ma innamorato di questa donna per la quale sa di rappresentare la sola famiglia possibile, inizialmente la asseconda.

E così, in una città utilizzata forse come simbolo dello straniamento inevitabile a meno di non riuscire a condividere se stessi e non solo vite e spazi, Jude e Mina si muovono di nuovo soli, sfiorano la felicità, ma non sono capaci di condividerla.

Saverio Costanzo ci introduce ancora una volta nel mondo estremo e quotidiano, più di quanto si possa immaginare, di anime tormentate, a disagio con il mondo in cui vivono e con se stesse.

Liberamente ispirato a “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, Hungry Hearts non è un film pro o contro la scelta di un regime alimentare o di uno stile di vita, quanto piuttosto una riflessione sulle privazioni e i malesseri che portano alle ossessioni. Lo stile narrativo utilizzato dal regista, che a tratti sfiora il thriller, ci porta nelle ansie e nelle paure che abitano l’angusto appartamento dei protagonisti; ci porta a guardare con distacco questa mamma mentre compie delle scelte non comprensibili e non condivisibili, non possiamo essere empatici verso di lei, ma non riusciamo a colpevolizzarla, perché, chi si prende cura di Mina nel suo cammino verso l’abisso? Chi fa un tentativo di entrare nel suo mondo?


Hungry Hearts – Italia, 2014
regia di Saverio Costanzo


Il Giovane Favoloso

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Il manifesto de Il Giovane Favoloso è capovolto.

E allora quello che abbiamo imparato a conoscere di Giacomo Leopardi forse non è tutto, forse dovremmo rovesciare anche le nostre “certezze” sul poeta e aprirci a una nuova prospettiva, allontanarci dagli stereotipi, farlo uscire dalle antologie di letteratura spesso imposte, di rado cercate.

Nella ricca prigione di Recanati, fatta di libri e mattoni perfettamente allineati come sbarre, Leopardi matura la sua finezza d’intelletto sotto il controllo autoritario del padre e il distacco schiavo delle convenzioni sociali della madre; ma il giovane Leopardi è proteso verso il mondo, brucia di fuoco di vita, si abbandona nella ricerca dell’aria e della luce, cerca la vita che sembra scorrergli accanto e che lui non riesce ad afferrare se non attraverso la sua potenza creativa.

“Odio questa prudenza che rende impossibile ogni grande azione”; è rivolgendosi così al padre e allo zio che Leopardi rompe definitivamente con il passato e lo seguiamo adulto nelle tappe di Firenze e Napoli, dove arriverà la morte.

Ma anche quando ottiene la libertà “fisica” andando via da Recanati, resta prigioniero della perdita della fanciullezza, unica condizione che permette di vivere fino alla morte. Per chi “pensa e sente” non esiste consolazione possibile, non esiste fede o ideologia cui appoggiarsi; l’”Infinito” è la condizione esistenziale, la responsabilità individuale l’unica via.

Il Giovane Favoloso, rigoroso nel rispetto degli eventi, gode di una meravigliosa libertà narrativa;  libertà che solo nella colonna sonora fa fluire e dà voce ai pensieri e ai tormenti del poeta facendo coesistere musiche di Rossini con componimenti del tedesco Sascha Ring, tanto lontani da quel contesto quanto perfettamente in sintonia con l’animo di Leopardi. Un contemporaneo di Leopardi e un nostro contemporaneo, come a voler sottolineare la costante attualità del poeta.

Martone, come fosse un testamento, ci lascia a Torre del Greco con “La Ginestra, o fiore del deserto” simbolo e specchio della condizione umana e del “Secol superbo e sciocco” per un uomo  fuori dal tempo, troppo moderno e lungimirante per essere apprezzato, troppo libero dai condizionamenti ideologici e religiosi imposti dal conformismo della sua epoca; un uomo per il quale la verità può essere trovata solo nell’esercizio del  dubbio.

Il Giovane Favoloso è la poesia di un’anima che esce dai libri e arriva al cuore e alla pancia.


Il Giovane Favoloso – Italia, 2014
regia di Mario Martone


Gigolò per caso

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Anche se di fatto “per caso” o per necessità, Fioravante è, come da titolo originale, un gigolò “fading”, come “quelle donne che devono essere guardate, altrimenti si spengono”.

Fioravante, fioraio part-time, all’occorrenza idraulico e tuttofare, lavora anche nella libreria dell’amico Murray, che però sta per chiudere. Per far fronte alla crisi di lavoro Murray propone a Fioravante di formare con lui una società e di cimentarsi nel mestiere più antico del mondo. La strana coppia Murray – Fioravante si ribattezza così Dan Bongo – Virgil a beneficio del “mestiere”.

La delicatezza e la destrezza con cui Fioravante crea i suoi componimenti floreali sono anche le armi inconsapevoli del successo di Virgil con le donne che si rivolgono a lui per colmare i vuoti di solitudine.

In una New York multietnica e dai bellissimi colori autunnali, a ritmo di jazz, tra il variopinto ménage familiare di Murray e la rigida condotta della comunità ebraica ortodossa cui la gentile e silenziosa Avigal, giovane vedova di un rabbino, appartiene, seguiamo l’evolversi del bizzarro business, che proprio l’arrivo di Avigal porterà su strade inaspettate.

Delicata e sofisticata commedia sentimentale, pervasa da una indefinibile saudade; la percepiamo sin dalle prime immagini di apertura, girate come se fossero un filmino familiare; la troviamo nella pudica e garbata sfrontatezza di Virgil, e nella timida e allo stesso tempo potente sinergia che vediamo nascere tra due persone che si trovano, a dispetto delle differenze e delle rigidità emotive cui entrambe sono costrette per motivi diversi.

Pur essendo un film “con” Woody Allen e non “di” Woody Allen, il suo tocco tipico si percepisce a diversi livelli, come se si fosse compiuta una contaminazione con i gusti del regista. John Turturro però non rinuncia e anzi rivendica le sue origini italiane, inserendo molti elementi nella narrazione e affidando, come già successo per il film musicale Passione (2010), due ruoli chiave, montaggio e fotografia, a professionisti italiani. Nello specifico è proprio al direttore della fotografia Marco Pontecorvo, suo amico da anni, che il regista si è ispirato per il personaggio di Fioravante, un “uomo d’altri tempi” (cit. John Turturro).

E forse, come già nel precedente Romance & Cigarettes (2005), non è mai tardi per concedere una possibilità alla possibilità dell’amore.


Gigolò per caso (Fading Gigolo) – Stati Uniti, 2013
regia di John Turturro