2017

Il filo nascosto

“Baciami prima chi inizi a sentirmi male.”

Reynold Woodcock è il vestito che crea. Il filo che cuce e custodisce i segreti tra le pieghe della stoffa è lo stesso che imbastisce i suoi segreti, le sue ossessioni. Dopotutto “Si può cucire quasi ogni cosa nella stoffa di un soprabito. Da bambino ho cominciato a nascondere cose nelle fodere dei vestiti, solo io ne conoscevo l’esistenza.”

I suoi vestiti sono sontuosi, ricercati, quasi barocchi, maniacalmente sartoriali e Reynolds Woodcock è lo stilista da cui tutte le donne vorrebbero essere vestite e lusingate. E’ il genio creativo che agisce al riparo delle sue ferree abitudini.

Lo vediamo durante il rituale della mattina, la colazione con la musa. il suo taccuino. Cyril, la sorella onnipresente. Il potere che esercita sulle donne che vestono i suoi abiti. Rituali che lo isolano dal mondo; movimenti silenziosi affinché nessuna interruzione resti con lui. Un mondo di gesti e silenzi studiati, impercettibili movimenti del viso che appena dissimulano rabbia, rancore, frustrazione, disappunto.

Un’altra tessera della routine, qualche giorno di riposo nella casa di campagna dopo la consegna di un importante lavoro, l’incontro con la nuova musa. Alma cade nella sua rete, si lascia affascinare, si lascia vestire, va a vivere nell’atelier, impara a convivere con le sue abitudini e ad assecondarle, come fanno tutti.

Tante, troppe persone abitano la giornata di Reynolds e Alma cerca testardamente la sua strada nel rapporto con lui. Una strada che mina l’architettura perfetta delle certezze di Reynolds. E quando sembra essere giunto il momento di passare il testimone a un’altra musa, Reynolds capisce di avere bisogno di lei, suo malgrado.

“Una casa che non cambia è una casa morta” dice Reynolds prima di decidersi a un cambiamento inconcepibile per lui fino a quel momento; ma la casa morta, l’odore di morte che inizierà a sentire quando le cose cominceranno di nuovo a non andare bene, altro non sono che il fantasma.

Il filo del titolo non è nascosto, è fantasma, phantom nella versione originale. E’ il filo che custodisce segreti nelle pieghe degli indumenti. Fantasma è la madre, che lo tormenta nel sonno e nei deliri e che lui cerca di tenere a bada con il controllo totale della sua vita. Reynolds pare muoversi come un fantasma, leggero, chiuso nella sua ossessione creativa. Emana un potere che in realtà non gli appartiene, appartiene a Cyril.

Nelle guerre silenziose che Reynolds mette in atto con le sue muse tutte soccombono tranne Alma, che decide di combattere ad armi pari. Lo intossica e lo cura. Lo libera dalla sua condanna o la perpetua, cambiando l’oggetto delle sue ossessioni. Il filo fantasma che lo legava indissolubilmente alla madre, lega adesso Reynolds ad Alma.

Nella ciclicità del loro rapporto Alma trova il modo per averlo tutto per sé, inerme e indifeso, e poi di nuovo forte. Il gioco di morte e rinascita, sottomissione e predominio che mettono in atto è il perno del loro amore.

Ossessivo e maniacale come il rapporto tra i due protagonisti, come la cura messa nella ricostruzione dell’universo umano che gira intorno all’atelier londinese negli anni ‘50, Il filo nascosto gioca sulla scala crescente di tensione generata dal morboso accordo che permette ad Alma di sconvolgere e ricomporre, distruggere e ricostruire il mondo silenzioso e impositivo di Reynolds.

Il filo nascosto (Phantom Thread) – Stati Uniti, 2017
di Paul Thomas Anderson


La guerra dei cafoni

C’era un tempo in cui ai “cafoni”, i braccianti, non apparteneva neanche la loro stessa vita. Morivano per un sorso d’acqua attinto dal pozzo sbagliato, nel territorio sbagliato, quello dei “signori”, gli aristocratici cui erano sottomessi e con cui condividevano unicamente la lingua parlata.

C’è un tempo in cui la rivalità tra cafoni e signori è ancora viva, è sempre rimasta viva; ma senza più sottomissione. Neanche la lingua li unisce adesso perché, nella Puglia degli anni settanta, a Torrematta, i signori parlano in italiano, i cafoni in dialetto.

Torrematta è la riserva estiva scenario dello scontro tra le due fazioni; un mondo popolato di soli ragazzi, per lo più adolescenti, a eccezione di Papaquaremma, santo protettore dei cafoni e di Pedro, padrone del chiosco in mezzo al nulla.

C’è Scaleno, il leader dei cafoni; Francisco invece comanda i signori. La dolce e risoluta Mela, suo fratello Tonino, piccolo tra i cafoni, e il cane, Mosè. Una signorina di nome Sabrina e un pericoloso outsider, né cafone né signore, Cugginu.

Mentre la guerra infuria e l’amore tra Francisco e Mela fiorisce in gran segreto, Cugginu irrompe nell’assolato non-luogo di Torramatta e si autoelegge leader dei cafoni. Farà di tutto per farli trionfare sui signori, derogando alle regole non scritte della storica guerra; facendo oltrepassare ai cafoni il confine del lecito, sconfinando nella delinquenza.

A distanza di secoli, il cerchio si chiude con pari perdite sul campo. Un’epoca finisce, ma un’altra, forse non meno pericolosa, inizia.

Storia fortemente simbolica sul piano storico e umano, “La guerra dei cafoni” si astrae da qualsiasi contesto specificamente reale per portarci in un non-luogo abitato da ragazzini, spopolato di presenze adulte e privo di riferimenti di “civiltà”. Se da un lato la storia si fa allegoria dell’evoluzione storica e dei divari sociali e linguistici tra l’Italia di ieri e quella di oggi, dall’altro si impone come favola divertente e amara che ci consegna una morale, mediata dalla carica narrativa di alcuni dei protagonisti.

Tonino è come lo scotch che tiene insieme i suoi occhiali, quelli che gli danno il potere di “vedere”: l’inutilità del conflitto; l’impossibilità di migliorare la propria condizione grazie a qualche battaglia vinta sul campo. E’ il collante; la ragione, tra le ragioni dei signori e quelle dei cafoni. Francisco e Mela, gli innamorati che non possono, o non vogliono, stare insieme, ma il cui amore trova ragione di essere stato. Mosè, di cui avevamo perso le tracce nel corso di una battaglia, che riapparendo libera i due gruppi dalla schiavitù della guerra.

Il conflitto cromatico tra la luce abbacinante dell’estate pugliese e il buio umido dei pozzi abbraccia il conflitto reale tra cafoni e signori accompagnandoci fino alla fine quando, proprio emergendo dal fondo di un pozzo, scopriamo che la vita ha un valore percepito, non assoluto, e che l’affrancamento da una sottomissione non necessariamente conduce alla libertà.

La guerra dei cafoni – Italia 2017
di Davide Barletti, Lorenzo Conte


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