2016

Manchester by the Sea

La terra gelata dal freddo inverno del Massachusetts non concede deroghe, è impenetrabile, non si può scalfire, tantomeno è possibile scavarla per permettere a un corpo di trovare pace. Jon Chandler non può essere sepolto in inverno.

Lee Chandler tutti i giorni pazientemente spala la neve dall’ingresso del suo monolocale interrato a Quincy, silenziosamente fa il suo lavoro, ripara, aggiusta, sostituisce, sgombera; le docce, i tubi, le guarnizioni, le cantine, di condòmini invadenti, indiscreti, soli, forse. A Lee non interessa, niente lo smuove o lo fa sorridere. Vive per concedere a se stesso il tempo di punirsi, ancora e ancora.

Punirsi per l’azione che per legge non può essere punita. Una dimenticanza fatale in una notte tanto vivida nel ricordo quanto tragica nelle conseguenze, una notte dove tutto finisce, le sicurezze, gli affetti, l’amore per se stesso. Quello che non finisce mai è l’amore per chi non c’è più, andato via per sempre o per l’impossibilità di fare altrimenti.

Anche Lee va via, lontano da Manchester-by-the-Sea. Lontano dal fratello Jon, il nipote Patrick e Claudia Marie.

Ma adesso Jon non c’è più, in un gelido limbo frigorifero in attesa che la primavera ammorbidisca la terra, mentre Patrick reagisce con tutta la fragile potenza dell’adolescenza, vitalità, contraddizioni, dubbi. Superstite allo sbando, Patrick sta per perdere tutto, anche Claudia Marie. La barca che porta il nome della nonna, la casa accogliente dove il suo rapporto con il padre e lo zio si è consolidato, dove il suo amore per il mare e la pesca è nato e cresciuto, dove il suo spirito ha trovato gli spazi che non poteva avere in una casa troppo in disordine, troppo sporca, troppo ingombrata dall’assenza di una madre presente solo a se stessa.

Lee è il tutore scelto da Jon per il figlio, forse nella speranza di restituire al fratello un pezzo di vita. Ma la corazza di Lee è gelida e impenetrabile come la terra in cui Jon non può essere sepolto; in bilico tra ciò che è giusto per se stesso e per il nipote, prigioniero dei limiti cui non riesce a far fronte, all’arrivo della primavera la terra può essere scavata, la sua corazza concede una possibilità al compromesso.

Nei silenzi di Lee ci perdiamo. Ne siamo partecipi, sentiamo la sofferenza, vorremmo trovare le parole da fargli dire, ma non ce ne saranno mai di appropriate. E i silenzi sono l’unico modo con cui lui può reagire e sopravvivere privandosi di qualsiasi vitalità, giorno dopo giorno. Lo scontro con il nipote Patrick è un non-scontro, tacitamente uniti da sempre, accomunati dal dolore e da un legame che nessuna distanza geografica può spezzare.

Intenso e commovente, Manchester by the Sea procede per sottrazione, ridotto all’osso, sentiamo tutto, il freddo, la sofferenza, l’incapacità di un uomo di continuare a vivere senza riuscire a punirsi a sufficienza, l’amore che resta nonostante tutto.

Manchester by the Sea – Stati Uniti, 2016
di Kenneth Lonergan


Il cittadino illustre

Una gomma a terra e Daniel e il suo Caronte restano bloccati, senza i mezzi per comunicare con anima viva; i fari della macchina, persa in mezzo al nulla tra l’aeroporto di Buenos Aires e Salas, illuminano solo metà del volto di Daniel Mantovani, l’altra metà è immersa nella tenebre mentre lui racconta una delle storie dei suoi libri. E’ una storia vera o di fantasia?

Scrittore per mestiere Daniel, con i suoi romanzi ha portato Salas al mondo e il mondo ha potuto vivere le sfaccettature più diverse di quel microcosmo. Esiliato per scelta Daniel nella sua casa prigione di Barcellona, da dove rifiuta categoricamente i tanti inviti a cerimonie, letture, interviste, che Nuria gli elenca pazientemente. L’assegnazione del premio Nobel per la letteratura lo ha condannato artista di ”comodo”, con più niente da dire e domandare.

E’ l’invito che arriva da Salas, luogo fuggito molti anni prima perché “da lì I miei personaggi non erano capaci di andarsene e io di tornarci”, l’unico che con sua stessa sorpresa accetta; consapevole di aver sempre desiderato tornare essendo solo occhi per evitare il dolore, decide di tornare sul serio.

E torna da vincitore, portato in trionfo e adulato, finché il microcosmo si afferma esattamente per ciò che è sempre stato. Salvo brevi attimi di riparo con qualche anima docile e disponibile, atteggiamento quasi di rivolta alla trappola vissuta quotidianamente, le tenebre di Salas si rivelano. Un paese congelato nel tempo e nello spazio, vittima di un passato tutt’altro che glorioso e al tempo stesso nostalgico di quel passato; ambivalente. Luci e tenebre.

False luci e tenebre Antonio, amico d’infanzia che vive la sua rivincita personale. False luci e tenebre il sindaco; il medico. Caleidoscopio di grettezza umana Salas. Grettezza che Daniel polarizza; per essere riuscito a scappare dalla prigione paese, per aver messo quella prigione paese nero su bianco, rendendola possibile al mondo o semplicemente cristallizzando quella realtà agli stessi protagonisti.

E se la scrittura si presenta come unica via di fuga da situazioni kafkiane anche a distanza di quarant’anni per un giovane scrittore in erba con stile kafkiano, è sul confine tra realtà e finzione che ci fermiamo, chiedendoci se stiamo assistendo al dispiegarsi della realtà o stiamo leggendo la storia di quella che, solo probabilmente, è una storia reale. Realtà e finzione.

Borges, citato più volte in contrapposizione a Mantovani come famoso scrittore argentino a non aver ricevuto il premio Nobel, immaginava il paradiso come una biblioteca. Simbolicamente la biblioteca è l’inferno figurato di Mantovani, il reale invece gode della luce del giorno; piani ben distinti della sua casa prigione. Ma è proprio sulle orme di Borges che Daniel Mantovani sembra costruire la sua tela. E’ lo scrittore a creare la storia, o la storia crea lui? Il ritorno di Mantovani a Salas è solo una coincidenza?

La realtà non esiste, non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni. Ma anche fosse tutto reale, un artista avrebbe per questo minor valore? (Daniel Mantovani)

Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre) – Argentina, Spagna 2016
di Gastón Duprat, Mariano Cohn


Paterson

Sono i sogni di Laura che creano la possibilità nelle giornate di Paterson? La possibilità di vedere concretamente un sogno attraversare la strada, scendere dall’autobus, aspettare in macchina. La possibilità di contribuire a tutti quei sogni, l’opportunità di vederli crescere.
E’ la capacità di Paterson di vedere tutto in versi ad alimentare i sogni di Laura?

Il silenzioso orologio magico di Paterson segna più o meno sempre la stessa ora quando lui si sveglia la mattina accanto alla sua Laura e in silenzio inizia la giornata.
Lui e Marvin si guardano, ma chiaramente non si piacciono.
Conduce l’autobus numero 23 per le strade di Paterson, New Jersey; sentiamo i discorsi dei passeggeri.
Le pause dal lavoro riempiono il taccuino, poche linee si trasformano in poesia.
La sera la cassetta della posta è sempre da rimettere a posto e la parete delle celebrità al pub riserva sempre qualche nuovo aneddoto sulle personalità nate o vissute a Paterson, New Jersey.
Come nella poesia che ascoltiamo dai suoi pensieri, Paterson beve una birra, guarda il fondo del bicchiere ed è contento.

Accompagnato dalle geometrie in bianco e nero di Laura e dai grugniti del bulldog Marvin, di cui si prende cura con serena indulgenza, Paterson crea bellezza che condivide solo con la sua musa. E anche quando il suo mondo crolla, come fosse una punizione per la scelta di vivere in un ventunesimo secolo retrò, gli viene donata una pagina vuota e le infinite possibilità che essa presenta.
Perché Paterson è l’adolescente seduta su un muretto in attesa della mamma o il turista giapponese che ti dice che “La poesia tradotta è come fare la doccia con l’impermeabile”. Perché la poesia è essenza. E a tutti noi è data la possibilità di cercare l’arte e la poesia nella cose della vita.

Fluttuiamo in un’atmosfera di semplice bellezza quasi surreale; ci divertiamo ad ascoltare i due ragazzini in fuga di Moonrise Kingdom (di Wes Anderson, 2012), adesso adolescenti e ultimi anarchici in città, mentre discutono del famoso anarchico che proprio a Paterson, New Jersey, ispirò la ribellione degli operai della seta all’inizio del ‘900; ci culliamo nella possibilità reale dell’amore tra persone che si accettano per quel che sono, senza giudicarsi, bulldog compreso.

Ispirato dai versi e dall’arte dei poeti legati a Paterson, New Jersey, il film è un tenero omaggio alla capacità di creare il bello dalla quotidianità, alla poesia come ispirazione di vita e non mestiere; celebrazione della parte nascosta, del “non evidente”, delle piccole cose che seppur all’apparenza insignificanti, sono parte intrinseca della vita stessa.
Paterson è poesia in immagini.

Paterson – Stati Uniti, 2016
Di Jim Jarmusch


Captain Fantastic

“Se dai per scontato che non esista alcuna speranza, farai in modo che non ci sia speranza. Se dai per scontato che esista un istinto verso la libertà, che ci sia un’opportunità per cambiare le cose, avrai la possibilità di contribuire a creare un mondo migliore.” (Noam Chomsky)

Un paradiso in mezzo alla foresta degli Stati Uniti nord occidentali, una piccola città stato ideale; dove ci si allena, si caccia, si coltiva la terra, si studia, ci si confronta democraticamente, si improvvisano jam session alle luci di un falò e si celebra la nascita di Noam Chomsky. Arte e cultura, essere umano e natura in profonda connessione.

E’ l’utopia autosufficiente di Ben e Leslie Cash, creata per far crescere i loro sei figli in maniera indipendente dal mondo esterno. Sei figli meravigliosi, atletici e istruiti, senza distinzione di età; Zaja, una delle più piccole,  conosce Pol Pot come il primogenito Bodevan dialoga di Trotsky e Mao.

Ma l’autosufficienza dal mondo esterno non garantisce l’immunità alle sue influenze e la vita sconosciuta ai giovani Cash irrompe nel loro mondo con la perdita più grande. Inizia così il viaggio; in New Mexico per onorare la volontà della persona più cara, per riprendersi ciò che si è perso.

Un viaggio che svela, e culmina nella ribellione definitiva di Rellian, il provocatore che mette tutto in discussione e scardina lo status quo; nell’autodenuncia di Bodevan e del suo desiderio di frequentare un college per il solo motivo di poter entrare in contatto con il mondo “reale”; nella linea sottile che intercorre tra preparare un figlio al suo futuro seguendo regole antiche e l’abuso di minore.
Un viaggio che culmina nella consapevolezza che per quanto condivisa, l’utopia grava come un macigno.
E quando sembra che per Ben non ci sia più nessuno da guardare, controllare, seguire amorevolmente dallo specchietto retrovisore di Steve, i legami si rivelano per quello che sono.

Brillante e commovente, stravagante e toccante. Lungi dal celebrare l’utopia di Ben e Leslie come perfetta, Captain Fantastic sollecita riflessioni profonde sull’educazione e il sistema educativo, sull’importanza del pensiero critico, sulla decadenza del modello di società statunitense, e occidentale, rispetto a socialità, istruzione, consumo di cibo.

Ben Cash è Captain Fantastic, supereroe con il potere di credere nell’utopia e nella possibilità di realizzarla concretamente; un’utopia meravigliosa, ma fantastica, non reale, seppur non meno reale del mondo reale.
Il supereroe però non fallisce mai, capita che debba adeguarsi, fare degli aggiustamenti, ma il suo potere resta intatto, perché “Sono le nostre azioni a definirci, non le nostre parole” e la tribù Cash lo sa.

Captain Fantastic – Stati Uniti d’America 2016
di Matt Ross


Io, Daniel Blake

“Io Daniel Blake sono un cittadino, niente di più, niente di meno”.

Ci sono tanti pesciolini che nuotano nell’appartamento di Daniel Blake; i pesciolini che nuotavano nell’oceano della testa di Molly, sua compagna di vita.

Molly non c’è più e Daniel, carpentiere alla soglia dei sessant’anni e della pensione, dopo anni di onesto lavoro e un infarto, ha bisogno di chiedere aiuto al governo.

Un sussidio di malattia. Un’odissea a Newcastle; un’incursione in una curva spazio temporale di un universo parallelo. E’ ciò che vive Daniel Blake, tra telefonate che non arrivano e lettere che invece arrivano anche se non dovrebbero; moduli e candidature da compilare online come se fossimo tutti dei “nativi digitali” anche se nati negli anni ‘50; professionisti che svolgono un lavoro di utilità sociale senza avere come scopo ultimo l’interesse delle persone a cui si rivolgono.

All’ufficio di collocamento, luogo simbolo dell’incompetenza governativa e del limbo di troppe persone,  l’odissea di Daniel incontra quella di Katie, mamma single di due taciturni e giudiziosi bambini, silenziosamente irrequieti.

Quattro vite sospese, in caduta libera verso esistenze che nei piani del “sistema” devono essere private anche del rispetto che un essere umano ha per se stesso. Ma nelle difficoltà Daniel e Katie si aiutano e si sostengono, creando un legame che nessun gelido e impersonale sistema può scalfire.

La lotta di Daniel e Katie è quella che ognuno di noi potrebbe trovarsi a dover combattere; il racconto di questa lotta, attraverso la quotidianità della sopravvivenza e della ricerca di un futuro migliore, è schietto e potente nella sua semplicità. Diretto e commovente, lo sguardo di Ken Loach sui suoi protagonisti è un atto d’accusa contro l’Inghilterra delle privatizzazioni e della bedroom tax; radiografia di un paese e di un’Europa nella morsa dell’austerity che assolve i ricchi mentre porta avanti la sua propaganda contro i poveri e i disoccupati.
Uno sguardo che denuncia il dissolvimento dell’unico legame che ci identifica come specie sulla terra, l’umanità.

Ma è proprio in questo legame che dobbiamo riporre la speranza. E nella solidarietà che è possibile trovare anche in persone distanti da noi, un giovane che traffica in scarpe da ginnastica per sbarcare il lunario, una bambina che prepara il cous cous, un’impiegata che sfida le regole per potersi rendere veramente utile. Nei giovani, con cui Daniel sembra avere un rapporto speciale.

Negli esseri umani, gli unici capaci di fare la vera differenza.

Io, Daniel Blake – Regno Unito, Francia 2016
di Ken Loach


Mine

“Anche la strada sbagliata può portare a casa”.

Un soldatino inginocchiato nella posizione di tiro; tanti soldatini inginocchiati nella stessa posizione, mentre mirano al bersaglio e stanno per sparare, o forse hanno già sparato. Mike ne trova più di uno durante la sua permanenza forzata nel deserto.

Il soldatino è lui, tiratore scelto dei marines capace di stare immobile ore per professione; costretto a restare immobile ore per salvarsi la vita. Una missione nel deserto dell’Afghanistan durante la quale la sua sicurezza vacilla, i dubbi morali hanno la meglio sulla disciplina, qualcosa si incrina e lui e il suo compagno devono mettersi in salvo.

Ma il deserto è grande, le tempeste di sabbia sono protagoniste, il vento cancella le tracce, sposta le dune. I due militari si trovano in un campo minato e Mike resta completamente solo in quel campo, con un piede su una di quelle mine. Cosa fare? I soccorsi non arriveranno molto presto, le risorse sono scarse e l’ambiente inclemente, la natura feroce. Lui resta immobile.

Nonostante le tempeste di sabbia e il caldo, nonostante il freddo e i predatori affamati che gli girano intorno di notte. Nonostante un berbero solitario continui a dirgli di andare avanti, di fare quel passo perché “anche la strada sbagliata può portare a casa” e lui ne è la dimostrazione.

Il deserto diventa la gabbia di Mike, ma anche la sua zona di comfort; proporzionalmente alla vita scelta, fatta di partenze e grosse assenze per le persone a lui vicine, fuga da una realtà che richiede troppo coinvolgimento emotivo e scelte da compiere, il deserto è lo stallo definitivo che gli permette di vivere eternamente nel passato, soffrirne, e non risolversi.
Una bambina dal sorriso grande e gli occhi consapevoli lo protegge.

Siamo immobili con Mike in quel deserto. Le mine da cui il protagonista è circondato sono i ricordi, le situazioni, gli affetti, i traumi che ci inchiodano a un momento specifico della nostra vita e ci impediscono di  andare avanti. Fare un passo può rendere liberi, dal passato, dalla paura di non dover soffrire più; ma quanta guerra costa quel passo?

Mine, ordigni esplosivi concreti o simbolici; Mine, pronome possessivo inglese che concentra tutta l’azione su Mike. E’ proprio il titolo che racchiude tutto l’universo del film, esordio italiano internazionale, lucido e abile nel costruire la narrazione di un mondo interiore tormentato e assoluto dominatore di una vita.

Mine – Stati Uniti, Italia, Spagna 2016
di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro


Café Society

“La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo”.

C’è anche “La signora in rosso” di Robert Florey tra i tanti film che Bobby e Vonnie vanno a vedere nelle magnifiche sale hollywoodiane durante i pomeriggi trascorsi insieme.
Siamo nel 1935 e Bobby Dorfman, giovane e timido newyorkese trapiantato a Hollywood alla corte dello zio Phil, agente delle star del cinema, si innamora perdutamente di Veronica “Vonnie” Sybil, dolce e gentile segretaria dello zio, disillusa dal sogno hollywoodiano, con i piedi ben piantati per terra e il cuore in sospeso.

Bobby, figlio di una comica e litigiosa coppia di ebrei del Bronx, fratello minore di Evelyn, maestra elementare sposata con un mite intellettuale e di Ben, gangster di professione che persuade presunti soci e non a suon di colate di cemento, si adatta velocemente alla nuova situazione, aiutato da Vonnie e dai ricchi e potenti amici dello zio. Ma quando una lettera d’amore di Rodolfo Valentino riesce a svelare e risolvere un insospettabile triangolo amoroso, Bobby fa ritorno nella sua New York dove aiuta il fratello ad avviare l’Hangover night club, che sotto la sua direzione e grazie alle influenti amicizie hollywoodiane, diventa presto punto di ritrovo per attori, politici, modelle: la Café Society. Ed è durante una serata di lavoro al club, intensa e affollata come tante altre, che il passato di Los Angeles torna da Bobby.

Divertente e sofisticato, Café Society gioca, con spirito e senza autocommiserazione, con i cliché legati all’industria cinematografica “malvagia e noiosa, cane-mangia-cane” e alla religione ebraica, per la quale si rimpiange la mancanza del credo nell’aldilà, cosa che garantirebbe molti “clienti” in più. Contemporaneamente, strizza l’occhio a una dolce malinconia per gli anni d’oro del cinema, all’implacabilità del fluire del tempo e alla conseguente nostalgia per ciò che non c’è più o che rimane “in potenza”; forse anche alla nostalgia per l’unica epoca in cui un giovane poteva indossare un completo color burro d’arachidi e risultare comunque attraente.

Del racconto Woody Allen si riserva la parte del narratore, ci accompagna attraverso tutti i capitoli di questo libro a immagini e si riflette nelle debolezze e nelle isterie del suo protagonista, dolce come un cerbiatto, ma abile nell’adattarsi e sfruttare le risorse a sua disposizione.

Negli anni d’oro di Hollywood gli amanti protagonisti di Café Society, nostalgici, reali ma irrealizzabili, sono intrappolati nella lacrima d’oro che riga la guancia dell’elegante donna sulla locandina del film; legati per sempre e destinati a vivere una presenza che travalica lo spazio.

Café Society – Stati Uniti 2016
di Woody Allen


Annunci