2015

Virgin Mountain

Fúsi ha da poco superato i quarant’anni, lavora come addetto ai bagagli in aeroporto e assiste quotidianamente alle partenze degli altri; lui invece non è mai andato da nessuna parte. Abita con la mamma, dalla quale non si è mai staccato. Vive esperienze che il suo unico amico dice di aver vissuto da bambino. Fa colazione nello stesso modo in cui probabilmente la fa sin da piccolo, cereali al cioccolato e latte. Il latte è il suo drink preferito.

Tutti conoscono la sua routine. Il ristorante thai del venerdì sera, i giri in macchina ascoltando la musica metal, la telefonata serale al deejay, gli appuntamenti con l’amico per giocare con dettagliatissime riproduzioni di famose battaglie, quella di El Alamein in particolare.

Fúsi è una montagna di bambino timido e impacciato, bullizzato dai colleghi, silenziosamente e subdolamente sopraffatto dalla mamma. La bambina appena trasferitasi nel palazzo è l’unica che può entrare in connessione con lui; insieme giocano, e nella feroce contrapposizione tra il mondo degli adulti, diffidente e pauroso, e quello dei bambini, ingenuo e spontaneo, l’innocenza del gioco sfiora il confine di ciò che un adulto ritiene accettabile e per il quale facilmente si spende in brutali stigmatizzazioni.

La routine viene però interrotta dal regalo di compleanno che Fúsi riceve dall’intraprendente compagno della mamma; un corso di danza country. Tentenna Fúsi, e inizialmente rinuncia, ma l’incontro fortuito con Sjöfn innesca un processo di affermazione e un’apertura verso l’altro a lui finora sconosciuti.

Entra nel mondo adulto Fúsi, impara a prendersi cura di qualcuno sapendo di non ricevere nulla in cambio, si adopera con le sue doti da tuttofare e il mondo intorno a lui sembra dirgli che è la strada giusta. Un nuovo gruppo di colleghi che lo coinvolgono e lo rispettano; una inaspettata e pacata fermezza nel contrastare la madre; la consapevolezza nuova di non essere il solo, nelle solitudini e nelle sofferenze.

A volte pensiamo di potergli vedere l’anima talmente da vicino riusciamo a guardarlo negli occhi, ed è nella sua anima che abita la verginità e l’imponenza del suo corpo è solo necessaria a racchiudere e proteggere un animo troppo gentile e puro.

Una favola sulla maturazione, tenera e coinvolgente, “Fúsi” ci suggerisce che non è mai troppo tardi per emanciparsi da una condizione di isolamento, geografico e personale, che solo le connessioni con altri esseri umani affrancano da questi isolamenti e che è sempre possibile trovare il coraggio di salire su un aereo e decidere di allontanarsi dalla propria personale Islanda.

Virgin Mountain (Fúsi) – Islanda 2015
di Dagur Kári


Passeri

Capaci di adattarsi ad ambienti diversi, stazionari, socievoli; fragili, ma dalla voce squillante e allegra. Passeri.

Dalla capitale, Reykjavík, alla penisola di ghiaccio e fuoco, Westfjords. Islanda. Dalle tante possibilità offerte dalla città, ai paesaggi sconfinati e stranianti del nord ovest. Dalla casa calda e accogliente della mamma a quella caotica e promiscua del papà. E’ il trasloco di Ari, adolescente ancora nel guscio, dalla voce soave e la vita da scoprire.

Westfjords è per Ari il ritorno ai luoghi dell’infanzia, la nonna, i muri dismessi e protettivi della scuola, la ragazza con cui è cresciuto, Lára.

Nell’eterna luce dell’estate nordica, in attesa di cominciare la scuola, Ari cerca di trovare il suo spazio e   accettare i modi e lo stile di vita di un padre perso nell’autocommiserazione e nell’alcol. Si lascia amare dalla nonna e accetta le indicazioni paterne del suo datore di lavoro. Socializza per quanto possibile con i suoi coetanei, così simili a lui e allo stesso tempo distanti anni luce.

Non canta più Ari, se non quando è solo, al riparo da chiunque lo possa sentire, da chiunque non sia in grado di capirlo. Canta per la nonna, quando lei ormai non c’è più.

Abbandonato dalla madre, abbandonato dalla nonna, mai veramente avuto dal padre, Ari è allo sbando, silenziosamente. Silenziosamente e senza ribellarsi, quasi incapace di capire quale sia la sua volontà, diventa uomo. Nel momento peggiore e nel modo peggiore. E da quel momento, i suoi primi passi verso la maturità procedono parallelamente alla progressiva discesa negli inferi dell’età adulta.

Un mondo capovolto, dove gli adulti sembrano poter vivere solo di eccessi e gli adolescenti potrebbero essere gli adulti se solo non fossero troppo fragili da diventare vittime sacrificali. Abusati fisicamente e psicologicamente, desolati e vulcanici come il paesaggio in cui vivono, è negli adolescenti tutta la luce del sole di mezzanotte.

Ari “firma” il suo passaggio alla maturità proteggendo la ragazza che ama e facendosi così carico di tutta la brutalità che li circonda. Ma l’adolescente che a ragione vorrebbe continuare a essere, è alla disperata ricerca della protezione e dell’affetto di un adulto. E lo va a mendicare, come se dei passeri gli restasse solo la necessaria ricerca di un nido, beccando le briciole dell’amore a lui dovuto.

Passeri (Sparrows) – Islanda, Danimarca, Croazia 2015
di Rúnar Rúnarsson


Segreti di famiglia

Una pagina del New York Times girata con superficialità. In quella pagina una foto, un campo profughi in Afghanistan. Una foto per cercare di descrivere la vita in guerra di troppe persone; una foto con implicazioni sulle vite di tante altre persone. Ma non ci si sofferma su quella pagina, notizie e immagini a cui sembriamo assuefatti o che ci sembrano troppo lontane da noi per meritare attenzione.

Quell’immagine è di Isabelle, famosa fotografa di guerra; professionista insaziabile che non si è mai sentita autorizzata a essere presente, a vedere e documentare il dolore delle persone; tormentata dalla portata morale delle sue azioni. Le foto hanno il compito di raccontare la storia delle persone? Sono un mezzo, devono usare le persone e il loro dolore per raccontare e fare arrivare al “pubblico” qualcosa di più grande e importante? Lei non pensa di avere il diritto di stare lì, e forse da nessun’ altra parte.

Nel momento in cui Isabelle decide di non raccontare più attraverso i suoi scatti, decide anche di morire e la sua scelta di morte, così come la sua scelta di vita, si abbatte sulle persone a lei più vicine. Gene, marito passivo, deluso dal non essere stato corrisposto nelle rinunce fatte in nome del matrimonio; Jonah, primogenito cresciuto troppo velocemente nel tentativo di raggiungere la grandezza della madre; Conrad, secondogenito adolescente, vive con la sua immaginazione, vede la madre ancora accanto a lui e riesce a far parlare il suo silenzio, più forte delle bombe. Conrad trasforma la sua sofferenza in racconto e concede alle possibili gioie dell’adolescenza di entrare nella sua vita.

E’ Conrad che ci guida. In sogno vede tornare la madre dall’Africa per la mostra a lei dedicata, è  accompagnata da un bambino, e sono le centinaia di bambini che da piccolo voleva che la madre portasse via dai luoghi di guerra, ma questo bambino è la nuova Isabelle e ha dentro di se’ tutta la saggezza di una vita.

E’ la guerra che si vive nell’intimo  più forte delle bombe; la consacrazione al proprio istinto e la dedizione nell’assecondarlo; ciò che fa rimanere fedele a se stessi. Isabelle e Conrad.

Segreti di famiglia (Louder Than Bombs) – Norvegia, Francia, Danimarca, USA 2015
di Joachim Trier


Louisiana (The Other Side)

“Coloro che si sentono inutili sono tutto per me, coloro che non si sentono amati e che hanno perduto persone care non saranno dimenticati…”.

In questa lettera che l’anziano Jim riceve da una bambina c’è tutta la speranza di alcuni dei protagonisti del film documentario “Louisiana – The Other Side”.

In una delle nazioni considerate più ricche al mondo, in una terra di confine nel nord della Louisiana, zona rurale dove predominano povertà, disoccupazione e droga, una comunità sopravvive e, nonostante tutto, spera.

Mark, collante di una famiglia allo sbando cui, a suo modo, cerca di provvedere; progetta di scontare i mesi di carcere che gli spettano per avere la possibilità di ricominciare in un posto dove non sia la droga a scandire le sue giornate.

Jim e i suoi amici, veterani che “hanno già fatto la loro parte” per il Paese, sperano in un presidente donna, che si occupi dei problemi e delle vite degli abitanti della comunità.

Gruppi paramilitari, ex combattenti ancora in guerra con il mondo, che si preparano al giorno in cui ci sarà la rivoluzione, quando saranno chiamati a difendere le loro famiglie.

E poi, future madri apparentemente senza possibilità di redenzione; madri apparentemente senza una coscienza; bambini apparentemente senza prospettive di un futuro diverso.

Filo conduttore, la consapevolezza di un sogno forse mai esistito, quello di un’America “per tutti” grazie all’elezione del primo presidente afroamericano. Obama è qui oltremodo messo in discussione, con le parole e con i proiettili.

Roberto Minervini, guadagnandosi la fiducia dei suoi non attori (perché di finzione qui sembra non essercene), ci porta in una terra che potrebbe essere una delle tante zone rurali, povere e popolate di disadattati, che tanto piacciono alla propaganda militare per arruolare soldati, persone che di fatto non hanno prospettiva migliore se non quella di servire il proprio paese.

La contraddizione che si innesca tra l’essere bacino di reclutamento per i corpi militari e inevitabilmente in seguito patria di veterani, disillusi e disoccupati, ma pur sempre  fieri patrioti, pare essere un ciclo senza fine di morte e rassegnazione.

Nel raccontarci questa parte d’America attraverso lo sguardo mai invasivo, ma partecipativo, su Mark e la comunità di riferimento e attraverso lo sguardo più distaccato sulle attività dei gruppi paramilitari, con “Louisiana” Minervini porta alla luce le contraddizioni di un paese e di un sistema, firmando un film documentario duro, politico se non nelle intenzioni sicuramente nel risultato.

Louisiana (The Other Side) – Italia, Francia 2015
di Roberto Minervini


 Taxi Teheran

Dall’abitacolo di un taxi ci consegna l’Iran.

E’ così che Jafar Panahi sfida il governo iraniano, gli arresti domiciliari e il divieto che grava su di lui di girare film; si inventa tassista per un giorno e il taxi è il microcosmo dei problemi e delle contraddizioni del suo paese.

Proporzionalità delle pene, condizione delle donne, censura alla cultura; tutti temi cari al regista, che ce li racconta con ironia e intelligenza, costantemente sul filo tra realtà e finzione,  orchestrando perfettamente il suo cast di non-attori; ed è anche utilizzando la giovanissima nipote come portavoce delle regole cui i registi devono attenersi per non incorrere nella censura governativa e girare così un film “distribuibile”, che Panahi riassume lo stato delle cose e lancia i suoi messaggi.

Al governo, rivendicando con forza il suo lavoro di regista, con riferimenti impliciti ed espliciti a tutti i suoi film precedenti, invisi alle autorità iraniane e per questo causa della sua condanna.

Ai giovani, cui sembra affidare simbolicamente il testimone della lotta per la libertà di espressione  e ai quali lui, con la sua lotta, cerca di aprire la strada affinché abbiano la possibilità di raccontare le loro storie liberamente, senza censure né autocensure; “non lo troverai mai (il soggetto del tuo film) se resti chiuso in casa”, dice a un giovane studente di cinema mentre gli consiglia titoli di dvd pirata da acquistare.

Messaggio ancora più forte è l’immensa opportunità data dalle nuove tecnologie; i punti di vista si moltiplicano, possiamo vedere la realtà attraverso una videocamera, uno smartphone, un tablet eppure siamo sempre all’interno del taxi. Non c’è scampo, il “sordido realismo” tanto temuto dal Ministero per l’Orientamento Islamico non può più essere nascosto.

Poetico, ironico, politico. Taxi Teheran è un film forte nel suo essere semplice e diretto.

Geniale anche nell’autodenunciarsi utilizzatore di film e cd di contrabbando, perché la cultura trova sempre strade alternative da percorrere, Panahi dichiara la sua militanza per un cinema che sia specchio assoluto della realtà, per l’arte come conoscenza a qualsiasi prezzo, anche quello di essere arrestato e interdetto dal fare ciò che più ami.

Taxi Teheran (Taxi) – 2015
di Jafar Panahi


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