2014

American Sniper

Il piccolo Chris Kyle è determinato, ha le idee chiare, è obbediente al padre e ne segue le indicazioni senza fiatare perché sa che l’uomo che prende a esempio non può sbagliare, deve essere così: il mondo è diviso in pecore deboli, lupi cattivi e cani pastore. E lui di sicuro vuole essere un cane pastore, dedito alla protezione del gregge. Lo fa con il fratellino. Lo farà per sempre.

L’uomo Chris Kyle dismette i suoi abiti da cowboy texano e si arruola nei Navy Seals in seguito agli attentati terroristici ai danni delle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998.

Dio, patria, famiglia. Chris è un cane pastore e non può tirarsi indietro; è un patriota figlio dell’America che fa quello che ritiene giusto per il suo paese, e il suo paese, il più bello del mondo, adesso ha bisogno di lui.

L’addestramento come cecchino, il matrimonio, la prima delle quattro partenze in missione per l’Iraq dopo l’11 Settembre 2001. In Iraq diventa la “Leggenda” perché protegge bene i suo fratelli, gli copre le spalle, si prende cura di loro e presto ci sarà anche una taglia sulla sua testa, ma lui è pronto a rispondere davanti a Dio di ogni cuore cui ha tolto i battiti.

La tempesta di sabbia che si abbatte sui soldati alla fine della quarta missione sembra simbolica; la situazione è confusa, non c’è visibilità, solo sabbia. E’ forse una metafora della condizione di guerra? E’ tutto troppo per dei “soli” esseri umani?

La sensibilità del regista ci offre per questo alcuni spunti di riflessione. Il primo forse è lo stesso “doppio” di Chris, il suo alter ego, cecchino iraniano anche lui convinto di lottare per un bene superiore; ancora, l’epilogo paradossale della storia, che vede il male annidarsi dove mai avresti pensato di doverlo cercare. Non è tutto bianco o nero, non ci può essere distinzione netta tra buoni e cattivi o la possibilità di definirli in base a principi assoluti.

Clint Eastwood non esprime nessun giudizio politico sulla guerra o sugli uomini che la combattono, per scelta o per necessità; nessun giudizio morale che ci dica se lui è pro o contro, ma non è quello l’importante. A venire fuori, al di là della storia personale di un uomo diventato  “Leggenda”, sono gli esseri umani. Quando le cose che vedi e che fai sono veramente troppo oltre il male che potevi solo immaginare? Quando si è sazi di gloria o di vendetta?

Più che giudicare Eastwood ci mette difronte alle conseguenze della lex talionis, occhio per occhio, che nulla porta di buono ai Seals, e sulle conseguenze della guerra, fisiche e psicologiche, che faranno vacillare anche il granitico Chris. Quando la sbornia adrenalinica passa, restano i fantasmi, riappare il dubbio, sale il rimorso per non avere salvato ancora più compagni, rimorso per averne persi altri; Chris troverà la sua salvezza continuando a salvare fratelli in armi, anche se non imbracciando il fucile di precisione.

Bradley Cooper restituisce un protagonista intenso, fragile, robotico; riesce a far convivere le due anime di Chris Kyle, il combattente cane pastore, votato a un patriottismo che probabilmente un non americano non potrà mai capire, protetto da una piccola Bibbia che in realtà non legge, e l’uomo.

American Sniper racconta la storia vera di Chris Kyle, un uomo che si è guadagnato il pane, ma anche forse  il rispetto per se stesso, uccidendo altri esseri umani e racchiude in sé contraddizioni e interrogativi più attuali che mai e Clint Eastwood ci regala ancora una volta un film profondamente umano.

American Sniper – Stati Uniti 2014
di Clint Eastwood


Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza)

“A thing is a thing not what is said of that thing”.

Questo è il memo che Riggan Thomson ha in bella vista sullo specchio del suo camerino al teatro St. James di Broadway.

Lui è una star del cinema, lui era Birdman, supereroe che gli ha regalato fama e soldi, ma a cui ha rifiutato di prestare il corpo per il quarto capitolo della saga per salvaguardare la sua carriera artistica. In perenne conflitto con il suo io hollywoodiano, adesso Riggan è a Broadway, dove vuole dimostrare di essere in grado di fare qualcosa di artisticamente valido confrontandosi con un suo adattamento del racconto di Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Senza soste lo seguiamo nei giorni che precedono l’attesissima prima.

Sullo sfondo dell’eterna dicotomia cinema-teatro, Birdman (il film) gioca con i cliché sulla superiorità artistica del secondo rispetto al primo, sugli attori e sulle conseguenze della celebrità.

Troviamo così l’attore di Hollywood che vuole costruirsi una credibilità a teatro; l’attore di Broadway, esasperato del “metodo”, sprezzante, o forse invidioso, verso quegli attori che neanche il costumista della pièce ritiene essere tali; ci sono le attrici che non hanno rispetto di sé, e per questo motivo fanno le attrici; i figli trascurati e in cura in qualche centro di riabilitazione; i critici che cinicamente etichettano le produzioni artistiche senza neanche essere andati a vederle.

Iñárritu non risparmia nessuno, dal chirurgo di Meg Ryan al mento di George Clooney, a tutti gli attori cui hanno “infilato un costume”. Non risparmia le frecciate alle produzioni causa del “genocidio culturale” e all’ego degli attori che scambiano l’ammirazione per amore e non conoscono la differenza tra celebrità e prestigio.

Ma in Birdman c’è tanto altro. Nel microcosmo creato da Iñárritu la realtà è presente a più livelli; la realtà della vita nella finzione del teatro e la finzione cinematografica che cerca di raggiungere la verità del teatro; la realtà di Michael Keaton, in passato supereroe sullo schermo, e del suo Riggan che, consapevolmente o no, è uno dei personaggi di Carver che anela ad essere amato per quello che è e anche nel mettere in atto l’azione più disperata ed estrema cui un essere umano può arrivare, fallisce.

La scelta di un apparentemente unico piano sequenza, come la scelta di inserire elementi di lavorazione del film -la voce del batterista in apertura e durante i titoli di coda e la sua presenza in due scene- sembrano essere scelte consacrate alla ricerca di queste realtà; la prospettiva dei protagonisti, la storia nella storia.

Tecnicamente e stilisticamente prezioso, il film è una riflessione sull’ossessione per la visibilità cui tutti siamo soggetti, sulla necessità di emergere ed “essere qualcuno”, che sia grazie a un film o ai social network, sulla necessità di essere amati.

Sicuramente distante dalla produzione precedente di Iñárritu, elemento di connessione è la scelta di un autore come Raymond Carver su cui imperniare il racconto. L’universo umano raccontato da Carver è popolato da anime tanto impotenti e sofferenti quanto quelle fatteci conoscere dal regista messicano con i suoi film.

Per finire, come ennesimo elemento di realtà, e forse stoccata in difesa della settima arte, in chiusura dei titoli di coda vengono quantificati i posti di lavoro creati grazie alla lavorazione e alla distribuzione del film. Forse perché creare film che non vogliono essere parte del genocidio culturale in atto contribuisce a creare valore per fortuna non solo economico?

Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza) – Stati Uniti 2014
di Alejandro González Iñárritu


 Frank

“Come descrivere Frank?”.

Se lo chiede Jon, ambizioso tastierista dal talento acerbo e forzato, in un immaginario dialogo con i suoi invisibili follower, mentre pubblica l’ennesimo post sui suoi account social.

Tutto inizia proprio quando Jon entra per caso a far parte dei Soronprfbs, eccentrica e sperimentale band capeggiata dal criptico e misterioso Frank, il cui tratto distintivo è indossare una gigantesca testa di cartapesta.

Jon vive nel mondo della realtà percepita come tale solo se postata e degna di “like”; Frank e i Soronprfbs vivono la loro realtà, completamente dedita alla musica, collante di esistenze da outsider.

Jon cerca nella band la sua esperienza formatrice, la sua chance da outsider, convinto che la genialità, la creatività, possano scaturire solo da situazioni di disagio e sofferenza e che la propria incapacità di essere geniale sia causata dal fatto di aver sempre avuto una vita “normale”.

Così, il viaggio che la band intraprende prima per la registrazione del disco e in seguito per esibirsi al prestigioso South by Southwest Festival in Texas, diventa il viaggio della vita, che mette i due protagonisti alle corde, costringendoli a smascherare le loro paure e le loro verità.

Il regista Lenny Abrahamson sostiene che “il film non ci fa oziare in una zona di comfort perché è imprevedibile” (cit.), ed è così; si ride, si sorride e ci si diverte, ci si commuove e vorremmo che quella testa Frank non se la togliesse mai, perché sappiamo che sarebbe troppo doloroso per lui.

Con la stessa delicatezza con cui Lenny Abrahamson ci aveva fatto amare Josie in Garage (2007), ci fa adesso amare e sperare per Frank, riuscendo a comunicare senza morbosità o pietismo il disagio del disturbo mentale.

E così Frank potrebbe essere l’idea della possibilità della purezza della creazione artistica, circuita da un’imprecisata idea di fama e dalla necessità di essere accettati e amati, a costo di comporre un gingle pensando che potrebbe essere la canzone più “likeable” che mai sia stata composta.

Potrebbe essere una poesia sussurrata, ma che irrompe e ti cattura.

Ma d’altronde, “Come descrivere Frank?”.

Frank – Gran Bretagna, Irlanda 2014
di Lenny Abrahamson


 Giovani si diventa

“– (I giovani) Mi disturbano così tanto che ho chiuso le mie porte
 – Forse dovresti aprire la porta e lasciarli entrare”
(Il Costruttore Solness H. Ibsen)

Cosa succede se una coppia di quarantenni, colti e apparentemente realizzati, incontra una coppia di venticinquenni, spavaldi e perennemente in movimento?

Josh è un documentarista in crisi professionale che ormai da anni cerca di realizzare il suo documentario perfetto, che sia materialista e intellettuale allo stesso tempo; genero di un noto e affermato regista di cui ha sposato la figlia Cornelia, a sua volta produttrice cinematografica, Josh confessa di sentirsi come un bambino che imita un adulto.

In concomitanza con l’arrivo del primo figlio per la coppia dei loro migliori amici, Josh e Cornelia virano rispetto al sentiero conosciuto e cominciano a frequentare Jamie, aspirante documentarista generoso e disinvolto e la sua fidanzata Darby, di professione gelataia; una coppia giovane, spensierata e dai gusti old fashioned.

Lasciandosi investire dalle novità, che sia una cerimonia ayahuasca o un party improvvisato per strada e tuffandosi nel passato fatto di vhs, vinili e soluzioni d’arredamento artigianali per cui i loro giovani amici vanno matti, Josh e Cornelia usano Jamie e Darby per ritornare giovani, per sentirsi giovani o forse solo per ricordarsi giovani.

Limitando un po’ l’impatto emotivo straniante dei lavori precedenti, come già in “Frances Ha” (2014), ma restando fedele al suo approccio antropologico-documentaristico e apparentemente paradossale sulle interazioni umane, ancora una volta Noah Baumbach ci fa fare un’immersione  totale nelle assurdità di tali interazioni,  firmando un film che non solo ci mette di fronte alle difficoltà di una coppia alle prese con bisogni inespressi e attese del mondo esterno, esasperata dall’incontro/scontro generazionale con i rappresentanti del “come (forse) eravamo”, ma aggiunge al mix una riflessione sulla possibilità di mantenere la purezza del mestiere in un’epoca in cui tutti possono improvvisarsi registi.

L’anacronismo che vede i quarantenni succubi di smartphone e Netflix e i venticinquenni che vivono circondati da oggetti che arrivano direttamente dagli anni ’70 e ‘80 viene ribaltato dai diversi approcci di Josh e Jamie al mestiere di documentarista: tanto tradizionale e appassionato il primo, quanto calcolatore e spregiudicato nell’utilizzo di tutti i mezzi tecnologici a disposizione il secondo.

Così l’immensa e variegata collezione di vinili di Jamie forse non denota apertura mentale e gusti “democratici“, quanto piuttosto il senso di smarrimento che nasce dall’esigenza di volersi, o doversi, dimostrare all’altezza delle generazioni precedenti, finendo per cercare ciò che di fatto non c’è più nonostante le infinite possibilità a disposizione.

Da questa prospettiva l’amico quarantenne che si prende la briga di leggere “Le creature del buio” di Stephen King alla figlia ancora nel grembo della madre non è poi così noioso.

“Giovani si diventa” (traduzione italiana che stravolge il significato del titolo), è una commedia intelligente e brillante, che indulge sull’accettazione dello scorrere del tempo, lasciando però simbolicamente la porta aperta alla giovinezza, che sia un  bambino che gioca con inquietante disinvoltura con uno smartphone, il muro di graffiti su cui si chiude il film o un nuovo giovane capitolo nella vita dei protagonisti.

Giovani si diventa (While We’re Young) – Stati Uniti 2014
di Noa Baumbach


Grand Budapest Hotel

Un racconto nel racconto, nel racconto.

Ispirato alle opere di Stefan Zweig, Grand Budapest Hotel parte dai giorni nostri per catapultarci negli anni ’30 del secolo scorso, in un immaginario stato dell’Europa centro orientale,  la repubblica di Zubrowka.

Una ragazza legge un racconto, il cui autore ci riferisce in prima persona di un viaggio compiuto nel 1968 al Grand Budapest Hotel, struttura decadente e quasi abbandonata; lì incontra il suo proprietario, Zero Moustafa, il quale a sua volta racconta al giovane autore come ha ereditato l’hotel.

Inizia così la storia del giovane Zero, apprendista fattorino al Grand Budapest Hotel e del suo mentore, monsieur Gustave H, irreprensibile concierge, amante delle ricche quanto attempate  frequentatrici dell’hotel, ma soprattutto amante della bellezza in tempi di decadenza morale.

Decadenza morale che l’avvicinarsi della guerra porta con sé. Decadenza che si annuncia nel momento in cui i due protagonisti cercano di attraversare il confine in treno e che si compie qualche anno più tardi; per questa scena il regista sacrifica l’uso della sua palette colori, in favore di un eloquente bianco e nero.

Guerra, avidità, stratificazione sociale; temi che però non intrappolano né condizionano lo stile narrativo tipico di Anderson, che crea come sempre il “suo” mondo, caldo abbraccio di un’immaginazione pura e quasi innocente.

Tra evasioni improbabili, parenti avidi e improponibili, rimandi a società segrete, inseguimenti e sparatorie, si ride di gusto, ci si emoziona e ci si commuove quando, nonostante tutto, siamo consapevoli che la bellezza cui monsieur Gustave ha dedicato la vita sopravvive grazie al racconto dell’anziano Zero.

Con The Grand Budapest Hotel Wes Anderson ci porta in un momento storico che è stato cruciale per l’umanità, senza perdere mai la grazia della sua leggerezza. Oltre a confermare il suo personalissimo registro stilistico e l’interesse per le tematiche cui tutti i suoi lavori rimandano, riesce come sempre in un racconto reale e fiabesco al tempo stesso.

Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel ) – Stati Uniti 2014
di Wes Anderson


 Hungry Hearts

Un avvenimento buffo e imbarazzante, in un luogo tanto improbabile quanto ordinario, fa incontrare Jude e Mina, loro due fra le migliaia di anime sole che popolano New York, e loro si scelgono, scelgono di condividere le loro vite, i loro spazi.

Il lavoro chiama però Mina in un altro paese e lei, straniera per scelta o forse per necessità, è pronta ad andare, ma non Jude, lui non è pronto, sembra cercare un modo per farla restare e improvvisa arriva nelle loro vite la vita. Nel momento in cui si concretizza, la gravidanza di Mina definisce paradossalmente la fine dell’esistenza di uno scopo comune, la coppia cede alle individualità.

Lo scopo di Mina è difendere il bambino che porta in grembo dalla tossicità del mondo, difenderlo dal dolore e dalle sofferenze da cui nessuno ha mai messo al sicuro lei, orfana di mamma e in qualche modo anche di papà. Il bambino deve restare puro, dentro e fuori. E mano a mano che vediamo il bambino non crescere, parallelamente vediamo intensificarsi la volontà di Mina nel perseguire il suo progetto di un mondo “altro” in cui farlo crescere. Jude impotente, ma innamorato di questa donna per la quale sa di rappresentare la sola famiglia possibile, inizialmente la asseconda.

E così, in una città utilizzata forse come simbolo dello straniamento inevitabile a meno di non riuscire a condividere se stessi e non solo vite e spazi, Jude e Mina si muovono di nuovo soli, sfiorano la felicità, ma non sono capaci di condividerla.

Saverio Costanzo ci introduce ancora una volta nel mondo estremo e quotidiano, più di quanto si possa immaginare, di anime tormentate, a disagio con il mondo in cui vivono e con se stesse.

Liberamente ispirato a “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, Hungry Hearts non è un film pro o contro la scelta di un regime alimentare o di uno stile di vita, quanto piuttosto una riflessione sulle privazioni e i malesseri che portano alle ossessioni. Lo stile narrativo utilizzato dal regista, che a tratti sfiora il thriller, ci porta nelle ansie e nelle paure che abitano l’angusto appartamento dei protagonisti; ci porta a guardare con distacco questa mamma mentre compie delle scelte non comprensibili e non condivisibili, non possiamo essere empatici verso di lei, ma non riusciamo a colpevolizzarla, perché, chi si prende cura di Mina nel suo cammino verso l’abisso? Chi fa un tentativo di entrare nel suo mondo?

Hungry Hearts – Itaia 2014
di Saverio Costanzo


Il Giovane Favoloso

Il manifesto de “Il Giovane Favoloso” è capovolto.

E allora quello che abbiamo imparato a conoscere di Giacomo Leopardi forse non è tutto, forse dovremmo rovesciare anche le nostre “certezze” sul poeta e aprirci a una nuova prospettiva, allontanarci dagli stereotipi, farlo uscire dalle antologie di letteratura spesso imposte, di rado cercate.

Nella ricca prigione di Recanati, fatta di libri e mattoni perfettamente allineati come sbarre, Leopardi matura la sua finezza d’intelletto sotto il controllo autoritario del padre e il distacco schiavo delle convenzioni sociali della madre; ma il giovane Leopardi è proteso verso il mondo, brucia di fuoco di vita, si abbandona nella ricerca dell’aria e della luce, cerca la vita che sembra scorrergli accanto e che lui non riesce ad afferrare se non attraverso la sua potenza creativa.

“Odio questa prudenza che rende impossibile ogni grande azione”; è rivolgendosi così al padre e allo zio che Leopardi rompe definitivamente con il passato e lo seguiamo adulto nelle tappe di Firenze e Napoli, dove arriverà la morte.

Ma anche quando ottiene la libertà “fisica” andando via da Recanati, resta prigioniero della perdita della fanciullezza, unica condizione che permette di vivere fino alla morte. Per chi “pensa e sente” non esiste consolazione possibile, non esiste fede o ideologia cui appoggiarsi; l’”Infinito” è la condizione esistenziale, la responsabilità individuale l’unica via.

Il Giovane Favoloso, rigoroso nel rispetto degli eventi, gode di una meravigliosa libertà narrativa;  libertà che solo nella colonna sonora fa fluire e dà voce ai pensieri e ai tormenti del poeta facendo coesistere musiche di Rossini con componimenti del tedesco Sascha Ring, tanto lontani da quel contesto quanto perfettamente in sintonia con l’animo di Leopardi. Un contemporaneo di Leopardi e un nostro contemporaneo, come a voler sottolineare la costante attualità del poeta.

Martone, come fosse un testamento, ci lascia a Torre del Greco con “La Ginestra, o fiore del deserto” simbolo e specchio della condizione umana e del “Secol superbo e sciocco” per un uomo  fuori dal tempo, troppo moderno e lungimirante per essere apprezzato, troppo libero dai condizionamenti ideologici e religiosi imposti dal conformismo della sua epoca; un uomo per il quale la verità può essere trovata solo nell’esercizio del  dubbio.

Il Giovane Favoloso è la poesia di un’anima che esce dai libri e arriva al cuore e alla pancia.

Il Giovane Favoloso – Italia 2014
di Mario Martone


Le Meraviglie

C’è un cammello nel cortile del casolare dove Gelsomina abita, lavora, vive. Lei è la capofamiglia, l’erede designata di una tradizione forte, cui il burbero padre non vuole rinunciare nonostante quattro figlie femmine. E Gelsomina, con i suoi 12 anni, si guadagna e merita le responsabilità in famiglia e sul lavoro. Ma l’adolescenza urla il suo richiamo, veicolato da un programma televisivo e dall’arrivo di Martin, adolescente tedesco in rieducazione forzata.

Siamo nella metà degli anni ’90 e sulle note di “T’Appartengo” di Ambra Angiolini, Gelsomina sogna un altro possibile futuro, senza il duro lavoro della campagna, senza i pesanti sacrifici richiesti dalla lavorazione del miele. Un futuro lontano dal microcosmo familiare, agreste, poliglotta e autosufficiente, perso tra le campagne dell’antica Etruria.

Ma forse il loro mondo sta per finire? Il consorzio approva l’uso di diserbanti che uccidono le api, la Comunità europea impone nuove norme igieniche e ambientali per la produzione e mancano i soldi per gli adeguamenti richiesti. Lo spiraglio sembra essere il turismo, panacea fin quando, forse, “con i soldi non ci sarà più niente da comprare”.

In un’atmosfera in bilico tra sogno, realtà e reality, il film è una riflessione sulla ricchezza e il mistero delle radici che ci legano a una terra e alle sue tradizioni, anche se non siamo autoctoni;  riflessione sull’impossibilità di preservare qualcosa che inevitabilmente è destinato a evolversi, anche in forme e direzioni che non rispondono ai nostri desideri e alle nostre aspettative.

Riflessione sulla necessità di andare oltre il sogno e realizzare che il cammello non  vuole e non deve stare in cortile.

Opera seconda di Alice Rohrwacher che con l’esordio (Corpo Celeste del 2011) condivide temi, approccio stilistico e modalità narrativa, il film riesce nel fare passare attraverso lo sguardo puro e curioso di Gelsomina il carico emotivo che ruota intorno alle vicende umane e professionali della famiglia, sviluppando armoniosamente il parallelismo che lega l’evoluzione di Gelsomina verso l’età adulta con il destino di una tradizione cui sembra non siano più concessi gli spazi per esistere.

Incorniciata da una fotografia dai delicati colori pastello, Le Meraviglie è bellissima poesia fuori dal tempo, fuori da rigide collocazioni spazio-temporali, e allo stesso tempo asciutta testimonianza della realtà.

Le Meraviglie – Italia 2014
di Alice Rohrwacher


The Look Of Silence

“Questo è un capolavoro. E’ qualcosa di spettacolare che mi ha commosso; è come guardare i tuoi figli nascere. L’ho amato. Possiede una dignità che va oltre le parole”. (Tim Roth)

Impossibile non fare riferimento al precedente documentario del regista Joshua Oppenheimer; The Act Of Killing (2013) metteva letteralmente in scena le atrocità commesse dai responsabili, tutt’ora impuniti, del genocidio avvenuto in Indonesia nel 1965 e diventava l’occasione per i protagonisti di confrontarsi con i mostri seppelliti dentro di loro, e l’opportunità per un paese e per il mondo per riflettere sulla propria storia e sullo stato delle cose.

Ma dopo cosa succede? Cosa succede a chi sopravvive? O a chi non ha vissuto il genocidio, ma è nato per colmare una mancanza, crescendo in un clima di omertà e terrore? Come ha vissuto e come vive Adi, nato per riempire il vuoto lasciato dal fratello mai conosciuto, assassinato sotto gli occhi di tutto il villaggio. Tutti hanno visto. Tutti sanno. Nessuno è responsabile.

Nel suo processo di guarigione Adi si confronta con gli assassini del fratello. Li guarda, li ascolta, cerca di capire; fa domande che come le sue lenti da optometrista possano aiutare a mettere a fuoco la verità, la coscienza, la storia. E mentre assiste, e noi con lui, alla mistificazione degli avvenimenti e al ribaltamento della storia, come in un mondo parallelo permeato da una moralità “al contrario”, resta impassibile, e ancora, noi con lui.

Ma la speranza è che ogni piccolo passo, ogni sofferenza, possa portare alla redenzione e alla pace.

Legato a The Act of Killing, ma indipendente nel farci percepire la storia dal punto di vista delle vittime, The Look of Silence condivide con il precedente il senso visivo e la modalità per cui, pur non vedendo nessuna atrocità, riusciamo a vederle tutte chiaramente.

Con stile allo stesso tempo delicato e violento, Oppenheimer documenta la storia, le vite che non pensi possano essere reali e si rivelano essere ancora più reali e sconvolgenti.

E’ vero che non ci sono parole “giuste” per esprimere le immagini di questo documentario. E’ lento, ossessivo, silenzioso. Silenziosamente drammatico, come drammatico è il silenzio che circonda tutt’ora le popolazioni dei villaggi. Silenziosamente potente. Necessario.

The Look Of Silence – Danimarca, Finlandia, Indonesia, Norvegia, Gran Bretagna 2014
di Joshua Oppenheimer


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