2013

A proposito di Davis

Anni ’60, Greenwich Village di New York, per tradizione fucina di nuovi movimenti e idee.

A proposito di Davis è liberamente ispirato alla vita e alla carriera di Dave Van Ronk, musicista e cantautore statunitense che nel film ritroviamo nel personaggio di Llewyn Davis.

Nelle calde tinte invernali della fotografia di Bruno Delbonnel seguiamo, per quella che potrebbe sembrare una settimana, la vita a ostacoli di Llewyn, cantante folk squattrinato, purista della sua arte, nessun compromesso e nessuna gloria; tra amici più o meno arrivisti, manager più o meno capaci e donne più o meno presenti.

L’Odissea di Llewyn, che guarda caso inizia con un gatto di nome Ulisse, compie un percorso forse solo apparentemente circolare che ci porta a pensare di trovarci, alla fine del film, esattamente dove abbiamo cominciato, dove Llewyn ha cominciato.

Forse è stato un sogno, forse è un nuovo inizio, ma alla fine non ha importanza se sia il sogno o il destino il motivo per cui Llewyn continuerà, nonostante tutto, a suonare la sua musica; il suo è “Il  viaggio incredibile”, come il manifesto del film di Walt Disney suggerisce dai muri di un cinema.

E mano a mano che seguiamo Llewyn nel suo “viaggio” ridiamo e lo amiamo perché per quanto non faccia niente per entrare in connessione con le persone che gli gravitano intorno, è autenticamente e ironicamente umano, fedele senza riserve alla musica e alla sua onestà di artista.

Mentre un giovane Bob Dylan suona sul palco del Gaslight, Llewyn ci dice “au revoir” e anche se non lo dice a noi poco male, è sicuramente un arrivederci, perché Llewyn e la sua amata musica folk restano attaccati sulla pelle.

A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) – Stati Uniti, Francia 2013
di Joel ed Ethan Coen


 12 anni schiavo

Il terzo lungometraggio dell’inglese Steve McQueen è tratto da “12 anni schiavo”, autobiografia di Solomon Northup, uomo libero della contea di Saratoga nello stato di New York. Northup, musicista ingaggiato per una tournée in qualità di violinista, viene in realtà circuito e ingannato da alcuni trafficanti, privato dei suoi documenti e venduto in Louisiana come schiavo. La proprietà di Solomon passa di padrone in padrone, dal buono e quasi caritatevole Ford al perfido Epps, fino a quando, grazie all’aiuto di un abolizionista canadese, Solomon riesce a mettersi in contatto con gli amici e la famiglia, riavere i suoi documenti e tornare finalmente a casa dopo 12 anni.

Steve McQueen ci racconta ancora una volta il mondo, esteriore e interiore, di un essere umano prigioniero:  dopo Bobby Sands, prigioniero in lotta per i suoi diritti in Hunger (2008) e Brandon Sullivan, prigioniero di droghe e sesso in Shame (2011), Salomon Northup è prigioniero della schiavitù e le sofferenze che deve sopportare offrono la “scusa” per far confrontare lo spettatore con il mondo in cui gli schiavi cercavano di sopravvivere, o almeno con la sua rappresentazione.

La sensibilità propria del regista inglese è evidente nella suo stile di racconto e nella sua capacità di rappresentare in un’unica scena la distruzione del sentimento umano in favore della sopravvivenza. Solomon viene appeso per il collo al ramo di un albero, con la punta dei piedi riesce a malapena a tenersi per evitare di soffocare e intorno a lui nulla cambia,  nessuno si ferma, nessuno sembra accorgersi di lui;  tutto scorre nella quotidianità indifferente degli adulti che lavorano, dei bambini che giocano, arriva la sera e lui è lì. L’indifferenza per la sopravvivenza.

Il film tocca il nervo scoperto della “questione schiavitù” in maniera cruda e senza indulgenza; fa emergere chiaramente l’ossessione bianca per il diritto di proprietà, esteso alla carne, uso e consumo secondo necessità o capriccio, come un qualsiasi scambio di mercato.

Al di là del rischio di osannare un film perché si fa carico di un pezzo di storia moderna così delicato e bruciante, 12 anni schiavo è però un film importante, per lo stile narrativo e le interpretazioni; e anche se mai potremo capire veramente le sofferenze e le ingiustizie sopportate dalle migliaia di esseri umani che hanno subito la schiavitù, di certo il segno nella coscienza non può che diventare più profondo.

12 anni schiavo (12 Years a Slave) – Stati Uniti 2013
di Steve McQueen


 Dallas Buyers Club

Ron Woodroof è un elettricista, amante dei rodei, consumatore abituale di droghe, alcol e di rapporti sessuali, rigorosamente etero, non protetti; è omofobo in un ambiente che condivide questa fobia.

Dallas Buyers Club è ispirato alla storia vera di Ron Woodroof e ci porta nel suo mondo e negli ultimi sette anni della sua vita, dal momento in cui un medico gli comunica che ha contratto il virus dell’HIV.

Ron è lo specchio della società in cui vive, ma la convinzione radicata che l’HIV sia un virus “riservato” agli omosessuali trova presto per lui una smentita.  Dopo un primo tentativo di curarsi con un farmaco sperimentale che si procura illegalmente e che si rivelerà tossico, Ron trova in Messico un medico che inizia a curarlo con un mix di farmaci non approvati dalla FDA (food and drug administration) negli Stati Uniti. Gli effetti positivi sul suo corpo lo convincono a organizzarsi per riuscire a importare i farmaci in Texas; per fare questo fonda il Dallas Buyers Club associandosi con Rayon, transgender tossicodipendente e sieropositivo conosciuto in ospedale.

Inizia così per loro una battaglia, anche legale, contro la FDA.

Il film si svolge in maniera lineare e non retorica puntando sull’intensità delle interpretazioni dei due protagonisti, due outsider per motivi diversi, che si incontrano e si sostengono nel terreno comune della malattia. Ron è il cowboy che, preso coscienza del suo stato, emarginato dai suoi amici e dal suo mondo che lo considera malato perché omosessuale, inizia a combattere per se stesso e per gli altri contro la malattia e contro la FDA, guidato dalla rabbia, dalla voglia di stare ancora in sella alla vita e dalla consapevolezza che nel “sistema” qualcosa è marcio. Rayon è la parte fragile, che riesce però con il tempo a smussare gli angoli del socio, facendolo venire a patti con la sua paura del diverso.

Il film offre alcuni momenti di straordinaria, commovente e cruda umanità e, pur ispirandosi a una storia di quasi trent’ anni fa, è più che mai attuale nell’individuare nelle case farmaceutiche, in strutture sanitarie e medici compiacenti, meccanismi che sembrano guidati esclusivamente da ragioni di tipo economico piuttosto che di salute pubblica.

Dallas Buyers Club – Stati Uniti 2013
di Jean-Marc Vallée


 Gigolò per caso

Anche se di fatto “per caso” o per necessità, Fioravante è, come da titolo originale, un gigolò “fading”, come “quelle donne che devono essere guardate, altrimenti si spengono”.

Fioravante, fioraio part-time, all’occorrenza idraulico e tuttofare, lavora anche nella libreria dell’amico Murray, che però sta per chiudere. Per far fronte alla crisi di lavoro Murray propone a Fioravante di formare con lui una società e di cimentarsi nel mestiere più antico del mondo. La strana coppia Murray – Fioravante si ribattezza così Dan Bongo – Virgil a beneficio del “mestiere”.

La delicatezza e la destrezza con cui Fioravante crea i suoi componimenti floreali sono anche le armi inconsapevoli del successo di Virgil con le donne che si rivolgono a lui per colmare i vuoti di solitudine.

In una New York multietnica e dai bellissimi colori autunnali, a ritmo di jazz, tra il variopinto ménage familiare di Murray e la rigida condotta della comunità ebraica ortodossa cui la gentile e silenziosa Avigal, giovane vedova di un rabbino, appartiene, seguiamo l’evolversi del bizzarro business, che proprio l’arrivo di Avigal porterà su strade inaspettate.

Delicata e sofisticata commedia sentimentale, pervasa da una indefinibile saudade; la percepiamo sin dalle prime immagini di apertura, girate come se fossero un filmino familiare; la troviamo nella pudica e garbata sfrontatezza di Virgil, e nella timida e allo stesso tempo potente sinergia che vediamo nascere tra due persone che si trovano, a dispetto delle differenze e delle rigidità emotive cui entrambe sono costrette per motivi diversi.

Pur essendo un film “con” Woody Allen e non “di” Woody Allen, il suo tocco tipico si percepisce a diversi livelli, come se si fosse compiuta una contaminazione con i gusti del regista. John Turturro però non rinuncia e anzi rivendica le sue origini italiane, inserendo molti elementi nella narrazione e affidando, come già successo per il film musicale Passione (2010), due ruoli chiave, montaggio e fotografia, a professionisti italiani. Nello specifico è proprio al direttore della fotografia Marco Pontecorvo, suo amico da anni, che il regista si è ispirato per il personaggio di Fioravante, un “uomo d’altri tempi” (cit. John Turturro).

E forse, come già nel precedente Romance & Cigarettes (2005), non è mai tardi per concedere una possibilità alla possibilità dell’amore.

Gigolò per caso (Fading Gigolo) – Stati Uniti 2013
di John Turturro


 Ida

Polonia comunista, anni ’60. Anna è novizia nel convento in cui è cresciuta perché orfana ed è in procinto di prendere i voti. Prima di compiere il passo definitivo verso la consacrazione a Dio, su invito della madre superiora, Anna va a fare visita all’unica parente che le è rimasta. Conosce così Wanda, sorella di sua madre, giudice del regime e donna “libera”.

La donna rivela alla giovane novizia la sua vera identità; Anna è ebrea e il suo vero nome è Ida.

In un paesaggio invernale innevato, le due donne, distanti in tutto, intraprendono un viaggio per scoprire in quali circostanze sono morti i genitori di Ida e dove sono sepolti.

Lungo il percorso le vite delle due donne si intrecciano più di quanto si potrebbe immaginare e il viaggio diventa per entrambe occasione di ricerca delle radici e dell’identità che la guerra ha portato via con sé.

Alla fine del viaggio, con lo sciogliersi della neve, Ida scioglie anche la sua riserva, e concede al dubbio di portarla a scoprire un mondo “altro” da quello del convento.

Conosciamo le due donne in un momento importante della loro vita, entrambe sono a un bivio e le vediamo confrontarsi con quello che sono nel profondo. Per Ida, vissuta sempre in convento, tutto è una scoperta; Wanda trova in Ida lo specchio di quel passato volontariamente rimosso e accantonato, ma fortemente presente. Il peso degli eventi avrà conseguenze importanti e porterà le due donne a cercare rifugio in posti per loro sicuri.

Le scelte stilistiche operate da Pawel Pawlikowski connotano e accompagnano i due personaggi femminili nella loro evoluzione quasi impercettibile. Tutto appare statico. Le inquadrature fisse sui personaggi, spesso ai margini dello schermo; il bianco e nero algido ed essenziale; il formato ridotto dello schermo (4:3); i lunghi silenzi. E’ come se il regista volesse limitare e fissare. Anche la progressione degli eventi appare statica; in un’improvvisata programmazione del futuro, Ida chiede continuamente “E poi?” cosa ci sarà dopo? E mentre lo fa e sembra che nulla stia accadendo, c’è in realtà un mondo interiore che avanza con forza.

Quello che sembra riuscire al regista in questo “gioco” di staticità e silenzio, è fotografare l’universo dei sentimenti e delle azioni umane, senza drammi, in modo asciutto e profondo. Ida e Wanda riassumono nel loro dramma privato il dramma di un paese e le loro ferite sono quelle, profonde e permanenti, di una generazione di uomini e donne.

Ida – Polonia, Danimarca 2013
di Paweł Pawlikowski


Il venditore di medicine

Fino a che punto ci si può spingere nel considerare un farmaco alla stregua di un qualsiasi prodotto di mercato?

Bruno, informatore per conto della Zafer, grossa azienda farmaceutica, ha a disposizione molti sistemi per compiacere e convincere medici di ogni grado a “collaborare” garantendo prescrizioni di farmaci Zafer.

A fronte dei continui tagli al personale che l’azienda mette in atto nei confronti degli informatori farmaceutici ritenuti poco produttivi, per assicurarsi il posto di lavoro Bruno deve però diventare “intoccabile”; ha bisogno di conquistare uno “squalo”, un medico, primario in un Policlinico, che possa garantirgli l’ingresso e il monopolio in una grossa struttura sanitaria.

Ma sulla strada per l’intoccabilità c’è la vita che va avanti; un amico malato per cui non si riescono a reperire i farmaci in Italia, una famiglia che vuole crescere.

Ultimo anello della catena produttivo-distributiva del farmaco e pedina di un meccanismo gigantesco fatto di connivenza, corruzione e disinteresse che fa leva su bisogni sociali indotti, Bruno non è immune al fascino del benessere materiale, cartina di tornasole di un benessere percepito come reale.

Il film fa luce su alcuni meccanismi taciti che regolano l’industria farmaceutica e sulle logiche di distribuzione dei farmaci. Nodo centrale della questione è l’inclinazione al compromesso tramite la pratica del comparaggio, unita allo sconcertante sfruttamento del rapporto di fiducia tra medico e paziente, usato come alibi per qualsiasi illecito purché soddisfi le necessità economiche pretese ai vari livelli della catena.

Girato con uno stile asciutto, il film non concede un attimo di tregua nel seguire la discesa di Bruno nell’abisso.

Molti i contrasti tra luce e buio che rimandano allegoricamente ai conflitti tra luci e ombre/bene e male che albergano in tutti gli individui e per riflesso nella società.

Preceduto dal premiato Dallas Buyers Club, meritevole a sua volta, seppur in un contesto storico e narrativo differente, di aver messo in luce meccanismi di distribuzione dei farmaci guidati esclusivamente da ragioni di tipo economico piuttosto che di salute pubblica, Il venditore di medicine affonda il coltello nella piaga dell’amoralità sottesa all’arricchimento dell’industria farmaceutica.

Nato da un’esperienza vissuta dal regista Antonio Morabito e basato sulle testimonianze di informatori farmaceutici, Il venditore di Medicine è un potente film di denuncia che sembra suggerire come unica via di salvezza la morale individuale.

Il venditore di medicine – Italia 2013
di Antonio Morabito


Nebraska

Cosa succede quando un anziano ex alcolista, reduce dalla guerra di Corea, sgarbato e taciturno, decide di voler percorrere a tutti i costi 1400 chilometri per andare a ritirare una presunta e cospicua vincita milionaria?

Da Billings, Montana, fino a Lincoln, Nebraska, attraverso gli sterminati paesaggi del Midwest americano; questo è il lungo viaggio che Woody Grant è deciso a fare, a costo di farlo a piedi; David, suo figlio secondogenito, si convince però ad accompagnarlo nonostante il disappunto della madre.

Quarto lungometraggio girato nel suo stato natale, il Nebraska, cui rende omaggio, Alexander Payne omaggia con questo film anche la carriera di Bruce Dern, capace di dar vita a un personaggio (Woody Grant) in cui convivono ingenuità, purezza, malinconia e rassegnazione per un passato brutale ed egoista.

Payne utilizza ancora una volta il viaggio come percorso parallelo, e forse necessario, alla crescita personale dei suoi protagonisti e fa un affresco delle debolezze umane, che di fatto non hanno una localizzazione geografica precisa; come l’immaginaria cittadina di Hawthorne, città da cui Woody proviene e dove per l’occasione si riunisce tutta la famiglia, che potrebbe trovarsi  ovunque.

Famiglia, parenti vicini e lontani, amici della prima ora che Kate, petulante e vulcanica moglie di Woody, apostrofa come “avvoltoi” che, capovolgendo la realtà, iniziano a vantare crediti inesistenti nei confronti di Woody non appena la notizia della vincita milionaria si sparge in città.

Il regista sceglie un bianco e nero quasi “morbido” per raccontarci questa storia; inquadrature fisse e primi piani per scavare nel profondo dei personaggi; scelte stilistiche che sembrano voler  accentuare la malinconia e le inquietudini che tormentano i protagonisti.

Mettendo Woody al centro di questa diatriba di interessi economici, il regista ne costruisce il riscatto, suo ma anche dei figli e della moglie; e costruisce quasi un ponte tra Woody Grant e il personaggio di Ruth Stoops, al centro di ben altri interessi nel suo film d’esordio (Citizen Ruth), interpretato da un’altra Dern, Laura. Entrambi è come se riuscissero a restare fedeli a sé stessi  nonostante tutto.

Forse il film più intimista di Payne, ma sempre tagliente e ironico.

Nebraska – Stati Uniti 2013
di Alexander Payne


 The Repairman

Per rispondere a una semplice domanda, ovvero cosa l’ha condotto all’infrazione che gli ha fatto perdere i punti sulla patente, Scanio inizia da lontano e comincia a raccontare l’ultimo anno della sua vita.

Lui è fatto così, Scanio Libertetti, giovane, ma forse non troppo, ingegnere mancato, amante delle cose fatte per bene, delle cose fatte prendendosi il tempo che serve, perché i dettagli sono importanti.

Tra amici che non mancano occasione per giudicarlo e uno zio panettiere che si prende cura di lui spronandolo e nutrendolo di focacce e brioches, Scanio si muove lentamente nel mondo riparando macchine da caffè; non giudica, non si arrabbia e non sembra voler cambiare le cose, vive le situazioni quasi consapevole del fatto che per lui sia l’unico modo possibile. Ma l’arrivo nella sua vita di Helena, immigrata inglese e anche lei outsider in una provincia popolata di persone che inseguono  ritmi cittadini, sembra mescolare le carte.

In ritardo con la distribuzione nelle sale (il film è datato 2013) e primo lungometraggio di Paolo Mitton, che nei titoli di testa rivendica un racconto autobiografico, The Repairman è una commedia fresca e originale che gioca tanto sulla fisicità del protagonista, quanto sulla sua capacità di vivere serenamente le situazioni più surreali.

Il film diverte, fa sorridere e affezionare a questo personaggio dai piedi a papera. E in fondo Scanio potrebbe essere l’oca che vediamo volare nel film e che si schianta sui fili dell’alta tensione, ma riprende a volare; così Scanio sembra schiantarsi continuamente con il mondo che lo circonda, ma va avanti per la sua strada cercando di attutire e filtrare la realtà, schermando la casa come la vita e perseverando nel suo essere “fuori tempo” anche per la profonda provincia cuneese in cui vive.

Lentezza, diversità, inadeguatezza, vissute o percepite tali, vengono affrontate nel film con spirito leggero e divertito; spirito diverso invece per un altro esordio alla regia del 2013, quello del piemontese Alessio Fava con Yuri Esposito. Entrambi i film, sia pur diversi per genere e  contenuti narrativi, sembrano voler porre l’attenzione sulla possibilità di accettarsi e sull’inutilità di inseguire una “normalità” che rischia di essere una costruzione sociale.

Mitton non fornisce una soluzione o un suo punto di vista preciso sulla bontà o meno dello stile di vita del suo protagonista; come Scanio non giudica.

Viene però da pensare se non sia veramente il caso di abbandonare “il nuovo concetto di Spa” a beneficio delle tradizionali terme e di accogliere uno stile di vita “slow”, magari tra i dolci pendii delle Langhe.

The Repairman – Italia 2013
di Paolo Mitton


Solo gli amanti sopravvivono

E’ la formella del Ghiberti che ritrae Adamo ed Eva sulla Porta del Paradiso del Battistero di Firenze che attira l’attenzione di Eve.

Adam ed Eve, i primi amanti, gli amanti eterni; in presenza, anche se lontanissimi tra loro. Tangeri e Detroit.

E dalla misteriosa e antica Tangeri Eve viaggia per ricongiungersi al marito nella decadente e abbandonata Detroit, pur sempre pulsante di vita.

Pian piano scopriamo in Adam ed Eve due splendide e affascinanti creature, testimoni e artefici occulti di secoli di arte e conoscenza. E testimoni dell’incredibile ambivalenza degli zombie, gli esseri umani, capaci di grandi bellezze e di terribili atrocità, capaci di distruggere con le loro stesse mani ciò che di bello hanno creato. Capaci di contaminare il loro stesso sangue.

Scopriamo l’esistenza di esseri eterei ed eterni, che chiamano ancora le cose con il loro nome scientifico e le cui creazioni spesso giacciono all’ombra di ben più famosi zombie.

In un gioco di simbolismi, le città riflettono gli umori dei due protagonisti, come la contrapposizione cromatica del loro abbigliamento.

Adam la “canaglia suicida”, la cui sensibilità non riesce più a tollerare il modo in cui gli zombie trattano il mondo.

Eve la luce che completa Adam, che lo sprona ad appigliarsi al bello, che esisterà finché ci sarà acqua sulla terra.

In un’atmosfera vintage e surreale, inevitabilmente notturna, rafforzata da una colonna sonora languida e ossessiva, tra citazioni e rimandi cinematografici, musicali, letterari e scientifici, il film si rivela una ballata romantica; un appassionato omaggio all’amore e alla passione creativa, divertente e incredibilmente ammaliante.

Solo gli amanti dell’amore, dell’arte, della conoscenza, della natura, sopravvivono; gli altri sono zombie senza passione, per definizione vivi solo in apparenza.

Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive) – Gran Bretagna, Germania, Francia, Cipro, Stati Uniti 2013
di Jim Jarmusch


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