Il filo nascosto

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“Baciami prima chi inizi a sentirmi male.”

Reynold Woodcock è il vestito che crea. Il filo che cuce e custodisce i segreti tra le pieghe della stoffa è lo stesso che imbastisce i suoi segreti, le sue ossessioni. Dopotutto “Si può cucire quasi ogni cosa nella stoffa di un soprabito. Da bambino ho cominciato a nascondere cose nelle fodere dei vestiti, solo io ne conoscevo l’esistenza.”

I suoi vestiti sono sontuosi, ricercati, quasi barocchi, maniacalmente sartoriali e Reynolds Woodcock è lo stilista da cui tutte le donne vorrebbero essere vestite e lusingate. E’ il genio creativo che agisce al riparo delle sue ferree abitudini.

Lo vediamo durante il rituale della mattina, la colazione con la musa. il suo taccuino. Cyril, la sorella onnipresente. Il potere che esercita sulle donne che vestono i suoi abiti. Rituali che lo isolano dal mondo; movimenti silenziosi affinché nessuna interruzione resti con lui. Un mondo di gesti e silenzi studiati, impercettibili movimenti del viso che appena dissimulano rabbia, rancore, frustrazione, disappunto.

Un’altra tessera della routine, qualche giorno di riposo nella casa di campagna dopo la consegna di un importante lavoro, l’incontro con la nuova musa. Alma cade nella sua rete, si lascia affascinare, si lascia vestire, va a vivere nell’atelier, impara a convivere con le sue abitudini e ad assecondarle, come fanno tutti.

Tante, troppe persone abitano la giornata di Reynolds e Alma cerca testardamente la sua strada nel rapporto con lui. Una strada che mina l’architettura perfetta delle certezze di Reynolds. E quando sembra essere giunto il momento di passare il testimone a un’altra musa, Reynolds capisce di avere bisogno di lei, suo malgrado.

“Una casa che non cambia è una casa morta” dice Reynolds prima di decidersi a un cambiamento inconcepibile per lui fino a quel momento; ma la casa morta, l’odore di morte che inizierà a sentire quando le cose cominceranno di nuovo a non andare bene, altro non sono che il fantasma.

Il filo del titolo non è nascosto, è fantasma, phantom nella versione originale. E’ il filo che custodisce segreti nelle pieghe degli indumenti. Fantasma è la madre, che lo tormenta nel sonno e nei deliri e che lui cerca di tenere a bada con il controllo totale della sua vita. Reynolds pare muoversi come un fantasma, leggero, chiuso nella sua ossessione creativa. Emana un potere che in realtà non gli appartiene, appartiene a Cyril.

Nelle guerre silenziose che Reynolds mette in atto con le sue muse tutte soccombono tranne Alma, che decide di combattere ad armi pari. Lo intossica e lo cura. Lo libera dalla sua condanna o la perpetua, cambiando l’oggetto delle sue ossessioni. Il filo fantasma che lo legava indissolubilmente alla madre, lega adesso Reynolds ad Alma.

Nella ciclicità del loro rapporto Alma trova il modo per averlo tutto per sé, inerme e indifeso, e poi di nuovo forte. Il gioco di morte e rinascita, sottomissione e predominio che mettono in atto è il perno del loro amore.

Ossessivo e maniacale come il rapporto tra i due protagonisti, come la cura messa nella ricostruzione dell’universo umano che gira intorno all’atelier londinese negli anni ‘50, Il filo nascosto gioca sulla scala crescente di tensione generata dal morboso accordo che permette ad Alma di sconvolgere e ricomporre, distruggere e ricostruire il mondo silenzioso e impositivo di Reynolds.


Il filo nascosto (Phantom Thread) – Stati Uniti, 2017
di Paul Thomas Anderson


 

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