A proposito di Schmidt

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #3 – Warren Schmidt

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“Sono molto sorpreso… Non so se essere felice o vergognarmi perché pensavo avessimo fatto una commedia.”
(Jack Nicholson alla premiazione come miglior attore in un film drammatico – Golden Globe, 2003).

E’ condensata in questa frase di Jack Nicholson l’abilità del regista Alxander Payne di catapultare lo spettatore nell’America reale; di raccontare con cinico realismo l’ambiente e le situazioni in cui i protagonisti, persone comuni, mai personaggi, si muovono; di connettere sempre e comunque i suoi protagonisti-antieroi con l’assurdità e la comicità che le situazioni quotidiane, per quanto tristi e dolorose, conservano nel loro dna.

Warren Schmidt ha dedicato la vita al lavoro. In un ufficio che ha tutta l’aria di uno scantinato post trasloco, troviamo Warren a fissare l’orologio a parete; l’incedere lento della lancetta dei secondi scandisce l’attesa, il termine dell’ultimo giorno di lavoro, la fine della vita professionale. Lo seguiamo alla festa che i colleghi gli organizzano per il pensionamento. Una sala che respira aria finta e rarefatta; il silenzio rotto dall’elogio del sacrificio di una vita spesa per ciò che veramente conta, il lavoro.

Ma in una società in cui siamo tutti utili e nessuno indispensabile, il nuovo prende il posto del vecchio e un giovane rampante occupa la sedia e lo spazio professionale di Warren con la velocità necessaria a non concedergli neanche la soddisfazione di un passaggio di consegne che lo faccia sentire ancora utile, anche se ormai fuori dalla Woodman, grande compagnia assicurativa di Omaha.

Warren perde la sua identità, perde la moglie, ed è vicino a perdere la figlia per sempre. Nel disperato e forse ancora inconsapevole tentativo di sentirsi utile per qualcuno, Warren si appiglia proprio al macilento rapporto con la figlia Jeannie e parte; un lungo viaggio in camper per raggiungerla alla vigilia delle nozze con quello che lui ritiene essere un insulso partner.

Da Omaha, Nebraska, a Denver, Colorado, nel desolante, desolato e a tratti circense scenario dell’estremo Midwest, incontri, illusioni, disillusioni, dubbi, malanni fisici. Neanche il libro che Warren legge durante la sua lisergica convalescenza, Awaken the Giant Within*, lo salva dalla capitolazione, dal dover accettare che le cose vanno come devono andare a prescindere e nonostante la sua presenza, o esistenza.

Warren Schmidt è l’antieroe alla fine della sua carriera, punto cruciale della vita in cui è costretto a porsi tutte le domande che non si è mai posto prima perché troppo impegnato a lavorare e a soddisfare richieste tacitamente imposte da una società “domandante”, mettendo da parte se stesso e le persone a lui più vicine; persone che scopre di non conoscere affatto.

Primo film in cui Payne utilizza il viaggio come metafora del percorso che il protagonista compie alla scoperta di sé,  A proposito di Schmidt  è una malinconica riflessione sulla caducità della vita e sul senso stesso della vita; è un film epistolare che ci fa scoprire gradualmente, lettera dopo lettera,  la vita e i pensieri di Warren. Ed è dall’unica risposta che riceve dal suo piccolo interlocutore Ndugu, per interposta persona, che troviamo, che Warren trova, il senso della sua presente esistenza.

Forse l’unica occasione di contare qualcosa come esseri umani è nella speranza e nel supporto che offriamo a chi viene dopo di noi?

* Come migliorare il proprio stato mentale, fisico e finanziario, Anthony Robbins, ed. Bompiani.

A proposito di Schmidt (About Schmidt) – Stati Uniti, 2002
Regia di Alexander Payne


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