Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza)

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“A thing is a thing not what is said of that thing”.

Questo è il memo che Riggan Thomson ha in bella vista sullo specchio del suo camerino al teatro St. James di Broadway.

Lui è una star del cinema, lui era Birdman, supereroe che gli ha regalato fama e soldi, ma a cui ha rifiutato di prestare il corpo per il quarto capitolo della saga per salvaguardare la sua carriera artistica. In perenne conflitto con il suo io hollywoodiano, adesso Riggan è a Broadway, dove vuole dimostrare di essere in grado di fare qualcosa di artisticamente valido confrontandosi con un suo adattamento del racconto di Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Senza soste lo seguiamo nei giorni che precedono l’attesissima prima.

Sullo sfondo dell’eterna dicotomia cinema-teatro, Birdman (il film) gioca con i cliché sulla superiorità artistica del secondo rispetto al primo, sugli attori e sulle conseguenze della celebrità.

Troviamo così l’attore di Hollywood che vuole costruirsi una credibilità a teatro; l’attore di Broadway, esasperato del “metodo”, sprezzante, o forse invidioso, verso quegli attori che neanche il costumista della pièce ritiene essere tali; ci sono le attrici che non hanno rispetto di sé, e per questo motivo fanno le attrici; i figli trascurati e in cura in qualche centro di riabilitazione; i critici che cinicamente etichettano le produzioni artistiche senza neanche essere andati a vederle.

Iñárritu non risparmia nessuno, dal chirurgo di Meg Ryan al mento di George Clooney, a tutti gli attori cui hanno “infilato un costume”. Non risparmia le frecciate alle produzioni causa del “genocidio culturale” e all’ego degli attori che scambiano l’ammirazione per amore e non conoscono la differenza tra celebrità e prestigio.

Ma in Birdman c’è tanto altro. Nel microcosmo creato da Iñárritu la realtà è presente a più livelli; la realtà della vita nella finzione del teatro e la finzione cinematografica che cerca di raggiungere la verità del teatro; la realtà di Michael Keaton, in passato supereroe sullo schermo, e del suo Riggan che, consapevolmente o no, è uno dei personaggi di Carver che anela ad essere amato per quello che è e anche nel mettere in atto l’azione più disperata ed estrema cui un essere umano può arrivare, fallisce.

La scelta di un apparentemente unico piano sequenza, come la scelta di inserire elementi di lavorazione del film -la voce del batterista in apertura e durante i titoli di coda e la sua presenza in due scene- sembrano essere scelte consacrate alla ricerca di queste realtà; la prospettiva dei protagonisti, la storia nella storia.

Tecnicamente e stilisticamente prezioso, il film è una riflessione sull’ossessione per la visibilità cui tutti siamo soggetti, sulla necessità di emergere ed “essere qualcuno”, che sia grazie a un film o ai social network, sulla necessità di essere amati.

Sicuramente distante dalla produzione precedente di Iñárritu, elemento di connessione è la scelta di un autore come Raymond Carver su cui imperniare il racconto. L’universo umano raccontato da Carver è popolato da anime tanto impotenti e sofferenti quanto quelle fatteci conoscere dal regista messicano con i suoi film.

Per finire, come ennesimo elemento di realtà, e forse stoccata in difesa della settima arte, in chiusura dei titoli di coda vengono quantificati i posti di lavoro creati grazie alla lavorazione e alla distribuzione del film. Forse perché creare film che non vogliono essere parte del genocidio culturale in atto contribuisce a creare valore per fortuna non solo economico?


Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza)
Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) – Stati Uniti, 2014

regia di Alejandro González Iñárritu


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