La vita è facile ad occhi chiusi

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“Ci sono canzoni che ti salvano la vita.”

Il regime di Francisco Franco, John Lennon e Antonio, professore di inglese ad Albacete, Spagna; cos’hanno in comune?

Antonio è un professore originale e anticonformista che insegna inglese ai suoi alunni utilizzando le canzoni dei Beatles; Belén e Juanjo sono due anime in fuga, rispettivamente da una società che non accetta la maternità fuori dal matrimonio e da un padre autoritario.

Le loro vite si incontrano sulla strada per l’Almeria, dove Antonio è risoluto a incontrare John Lennon, in Spagna per girare il film Come ho vinto la guerra (1967), e chiedergli di correggere il quaderno dove traduce per i suoi alunni i testi delle canzoni dei Beatles.

Il titolo del film riprende il verso “Living is easy with eyes closed” della canzone “Strawberry fields forever” dei Beatles, scritta da Lennon durante il suo soggiorno in Almeria; il verso è emblematico nel contesto narrativo del film e racchiude perfettamente la condizione esistenziale generata dalla dittatura franchista. Ognuno dei personaggi incarna in qualche modo una forma di ribellione all’ordine costituito e l’on the road per raggiungere l’Almeria non sarà per loro soltanto un viaggio geografico.

In questo scenario Antonio, anima candida dal “cuore gigante e più solo di un eremita”, che ogni sera prima di dormire legge una poesia per togliersi di dosso la sporcizia del giorno, “come una doccia”,  è il lone ranger che viaggia, si prodiga per il prossimo e riesce a realizzare il suo sogno.

Con pochi dettagli David Trueba riesce a ricreare il contesto storico del regime, una Spagna che sembra rimasta al 1936 anche se siamo quasi negli anni ’70, e allo stesso tempo ci fa respirare l’aria dei tanti spaghetti western girati nei territori desertici del sud della Spagna rievocati anche grazie alla colonna sonora firmata da Pat Metheny, a sua volta coinvolto dall’amico Charlie Haden perché impossibilitato a portare a termine il lavoro.

Il film si basa su una storia vera, il professore di inglese esiste, ha avuto il suo agognato incontro con John Lennon e forse proprio grazie a lui “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles (1967) sarà il primo LP rock a riportare I testi delle canzoni sul retro di copertina.

Aggiungendo elementi autobiografici e di fantasia a questa bizzarra storia, David Trueba riesce a creare un racconto delicato e commovente che può facilmente conquistare anche chi non si riconosce tra i milioni di fans dei Beatles.


La vita è facile ad occhi chiusi (Vivir es fàcil con los ojos cerrados) – Spagna, 2013
regia di David Trueba


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Taxi Teheran

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Dall’abitacolo di un taxi ci consegna l’Iran.

E’ così che Jafar Panahi sfida il governo iraniano, gli arresti domiciliari e il divieto che grava su di lui di girare film; si inventa tassista per un giorno e il taxi è il microcosmo dei problemi e delle contraddizioni del suo paese.

Proporzionalità delle pene, condizione delle donne, censura alla cultura; tutti temi cari al regista, che ce li racconta con ironia e intelligenza, costantemente sul filo tra realtà e finzione, orchestrando perfettamente il suo cast di non-attori; ed è anche utilizzando la giovanissima nipote come portavoce delle regole cui i registi devono attenersi per non incorrere nella censura governativa e girare così un film “distribuibile”, che Panahi riassume lo stato delle cose e lancia i suoi messaggi.

Al governo, rivendicando con forza il suo lavoro di regista, con riferimenti impliciti ed espliciti a tutti i suoi film precedenti, invisi alle autorità iraniane e per questo causa della sua condanna.

Ai giovani, cui sembra affidare simbolicamente il testimone della lotta per la libertà di espressione  e ai quali lui, con la sua lotta, cerca di aprire la strada affinché abbiano la possibilità di raccontare le loro storie liberamente, senza censure né autocensure; “non lo troverai mai (il soggetto del tuo film) se resti chiuso in casa”, dice a un giovane studente di cinema mentre gli consiglia titoli di dvd pirata da acquistare.

Messaggio ancora più forte è l’immensa opportunità data dalle nuove tecnologie; i punti di vista si moltiplicano, possiamo vedere la realtà attraverso una videocamera, uno smartphone, un tablet eppure siamo sempre all’interno del taxi. Non c’è scampo, il “sordido realismo” tanto temuto dal Ministero per l’Orientamento Islamico non può più essere nascosto.

Poetico, ironico, politico. Taxi Teheran è un film forte nel suo essere semplice e diretto.

Geniale anche nell’autodenunciarsi utilizzatore di film e cd di contrabbando, perché la cultura trova sempre strade alternative da percorrere, Panahi dichiara la sua militanza per un cinema che sia specchio assoluto della realtà, per l’arte come conoscenza a qualsiasi prezzo, anche quello di essere arrestato e interdetto dal fare ciò che più ami.


Taxi Teheran (Taxi) – Iran, 2015
regia di Jafar Panahi


Giovani si diventa

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– (I giovani) Mi disturbano così tanto che ho chiuso le mie porte
 – Forse dovresti aprire la porta e lasciarli entrare.
(Il Costruttore Solness, H. Ibsen)

Cosa succede se una coppia di quarantenni, colti e apparentemente realizzati, incontra una coppia di venticinquenni, spavaldi e perennemente in movimento?

Josh è un documentarista in crisi professionale che ormai da anni cerca di realizzare il suo documentario perfetto, che sia materialista e intellettuale allo stesso tempo; genero di un noto e affermato regista di cui ha sposato la figlia Cornelia, a sua volta produttrice cinematografica, Josh confessa di sentirsi come un bambino che imita un adulto.

In concomitanza con l’arrivo del primo figlio per la coppia dei loro migliori amici, Josh e Cornelia virano rispetto al sentiero conosciuto e cominciano a frequentare Jamie, aspirante documentarista generoso e disinvolto e la sua fidanzata Darby, di professione gelataia; una coppia giovane, spensierata e dai gusti old fashioned.

Lasciandosi investire dalle novità, che sia una cerimonia ayahuasca o un party improvvisato per strada e tuffandosi nel passato fatto di vhs, vinili e soluzioni d’arredamento artigianali per cui i loro giovani amici vanno matti, Josh e Cornelia usano Jamie e Darby per ritornare giovani, per sentirsi giovani o forse solo per ricordarsi giovani.

Limitando un po’ l’impatto emotivo straniante dei lavori precedenti, come già in Frances Ha (2014), ma restando fedele al suo approccio antropologico-documentaristico e apparentemente paradossale sulle interazioni umane, ancora una volta Noah Baumbach ci fa fare un’immersione totale nelle assurdità di tali interazioni,  firmando un film che non solo ci mette di fronte alle difficoltà di una coppia alle prese con bisogni inespressi e attese del mondo esterno, esasperata dall’incontro/scontro generazionale con i rappresentanti del “come (forse) eravamo”, ma aggiunge al mix una riflessione sulla possibilità di mantenere la purezza del mestiere in un’epoca in cui tutti possono improvvisarsi registi.

L’anacronismo che vede i quarantenni succubi di smartphone e Netflix e i venticinquenni che vivono circondati da oggetti che arrivano direttamente dagli anni ’70 e ‘80 viene ribaltato dai diversi approcci di Josh e Jamie al mestiere di documentarista: tanto tradizionale e appassionato il primo, quanto calcolatore e spregiudicato nell’utilizzo di tutti i mezzi tecnologici a disposizione il secondo.

Così l’immensa e variegata collezione di vinili di Jamie forse non denota apertura mentale e gusti “democratici“, quanto piuttosto il senso di smarrimento che nasce dall’esigenza di volersi, o doversi, dimostrare all’altezza delle generazioni precedenti, finendo per cercare ciò che di fatto non c’è più nonostante le infinite possibilità a disposizione.

Da questa prospettiva l’amico quarantenne che si prende la briga di leggere “Le creature del buio” di Stephen King alla figlia ancora nel grembo della madre non è poi così noioso.

“Giovani si diventa” (traduzione italiana che stravolge il significato del titolo), è una commedia intelligente e brillante, che indulge sull’accettazione dello scorrere del tempo, lasciando però simbolicamente la porta aperta alla giovinezza, che sia un bambino che gioca con inquietante disinvoltura con uno smartphone, il muro di graffiti su cui si chiude il film o un nuovo giovane capitolo nella vita dei protagonisti.


Giovani si diventa (While We’re Young) – Stati Uniti, 2014
regia di Noa Baumbach


Louisiana (The Other Side)

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“Coloro che si sentono inutili sono tutto per me, coloro che non si sentono amati e che hanno perduto persone care non saranno dimenticati…”.

In questa lettera che l’anziano Jim riceve da una bambina c’è tutta la speranza di alcuni dei protagonisti del film documentario “Louisiana – The Other Side”.

In una delle nazioni considerate più ricche al mondo, in una terra di confine nel nord della Louisiana, zona rurale dove predominano povertà, disoccupazione e droga, una comunità sopravvive e, nonostante tutto, spera.

Mark, collante di una famiglia allo sbando cui, a suo modo, cerca di provvedere; progetta di scontare i mesi di carcere che gli spettano per avere la possibilità di ricominciare in un posto dove non sia la droga a scandire le sue giornate.

Jim e i suoi amici, veterani che “hanno già fatto la loro parte” per il Paese, sperano in un presidente donna, che si occupi dei problemi e delle vite degli abitanti della comunità.

Gruppi paramilitari, ex combattenti ancora in guerra con il mondo, che si preparano al giorno in cui ci sarà la rivoluzione, quando saranno chiamati a difendere le loro famiglie.

E poi, future madri apparentemente senza possibilità di redenzione; madri apparentemente senza una coscienza; bambini apparentemente senza prospettive di un futuro diverso.

Filo conduttore, la consapevolezza di un sogno forse mai esistito, quello di un’America “per tutti” grazie all’elezione del primo presidente afroamericano. Obama è qui oltremodo messo in discussione, con le parole e con i proiettili.

Roberto Minervini, guadagnandosi la fiducia dei suoi non attori (perché di finzione qui sembra non essercene), ci porta in una terra che potrebbe essere una delle tante zone rurali, povere e popolate di disadattati, che tanto piacciono alla propaganda militare per arruolare soldati, persone che di fatto non hanno prospettiva migliore se non quella di servire il proprio paese.

La contraddizione che si innesca tra l’essere bacino di reclutamento per i corpi militari e inevitabilmente in seguito patria di veterani, disillusi e disoccupati, ma pur sempre  fieri patrioti, pare essere un ciclo senza fine di morte e rassegnazione.

Nel raccontarci questa parte d’America attraverso lo sguardo mai invasivo, ma partecipativo, su Mark e la comunità di riferimento e attraverso lo sguardo più distaccato sulle attività dei gruppi paramilitari, con “Louisiana” Minervini porta alla luce le contraddizioni di un paese e di un sistema, firmando un film documentario duro, politico se non nelle intenzioni sicuramente nel risultato.


Louisiana (The Other Side) – Italia, Francia, 2015
regia di Roberto Minervini


The Repairman

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Per rispondere a una semplice domanda, ovvero cosa l’ha condotto all’infrazione che gli ha fatto perdere i punti sulla patente, Scanio inizia da lontano e comincia a raccontare l’ultimo anno della sua vita.

Lui è fatto così, Scanio Libertetti, giovane, ma forse non troppo, ingegnere mancato, amante delle cose fatte per bene, delle cose fatte prendendosi il tempo che serve, perché i dettagli sono importanti.

Tra amici che non mancano occasione per giudicarlo e uno zio panettiere che si prende cura di lui spronandolo e nutrendolo di focacce e brioches, Scanio si muove lentamente nel mondo riparando macchine da caffè; non giudica, non si arrabbia e non sembra voler cambiare le cose, vive le situazioni quasi consapevole del fatto che per lui sia l’unico modo possibile. Ma l’arrivo nella sua vita di Helena, immigrata inglese e anche lei outsider in una provincia popolata di persone che inseguono  ritmi cittadini, sembra mescolare le carte.

In ritardo con la distribuzione nelle sale (il film è datato 2013) e primo lungometraggio di Paolo Mitton, che nei titoli di testa rivendica un racconto autobiografico, The Repairman è una commedia fresca e originale che gioca tanto sulla fisicità del protagonista, quanto sulla sua capacità di vivere serenamente le situazioni più surreali.

Il film diverte, fa sorridere e affezionare a questo personaggio dai piedi a papera. E in fondo Scanio potrebbe essere l’oca che vediamo volare nel film e che si schianta sui fili dell’alta tensione, ma riprende a volare; così Scanio sembra schiantarsi continuamente con il mondo che lo circonda, ma va avanti per la sua strada cercando di attutire e filtrare la realtà, schermando la casa come la vita e perseverando nel suo essere “fuori tempo” anche per la profonda provincia cuneese in cui vive.

Lentezza, diversità, inadeguatezza, vissute o percepite tali, vengono affrontate nel film con spirito leggero e divertito; spirito diverso invece per un altro esordio alla regia del 2013, quello del piemontese Alessio Fava con Yuri Esposito. Entrambi i film, sia pur diversi per genere e  contenuti narrativi, sembrano voler porre l’attenzione sulla possibilità di accettarsi e sull’inutilità di inseguire una “normalità” che rischia di essere una costruzione sociale.

Mitton non fornisce una soluzione o un suo punto di vista preciso sulla bontà o meno dello stile di vita del suo protagonista; come Scanio non giudica.

Viene però da pensare se non sia veramente il caso di abbandonare “il nuovo concetto di Spa” a beneficio delle tradizionali terme e di accogliere uno stile di vita “slow”, magari tra i dolci pendii delle Langhe.


The Repairman – Italia, 2013
regia di Paolo Mitton


Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza)

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“A thing is a thing not what is said of that thing”.

Questo è il memo che Riggan Thomson ha in bella vista sullo specchio del suo camerino al teatro St. James di Broadway.

Lui è una star del cinema, lui era Birdman, supereroe che gli ha regalato fama e soldi, ma a cui ha rifiutato di prestare il corpo per il quarto capitolo della saga per salvaguardare la sua carriera artistica. In perenne conflitto con il suo io hollywoodiano, adesso Riggan è a Broadway, dove vuole dimostrare di essere in grado di fare qualcosa di artisticamente valido confrontandosi con un suo adattamento del racconto di Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Senza soste lo seguiamo nei giorni che precedono l’attesissima prima.

Sullo sfondo dell’eterna dicotomia cinema-teatro, Birdman (il film) gioca con i cliché sulla superiorità artistica del secondo rispetto al primo, sugli attori e sulle conseguenze della celebrità.

Troviamo così l’attore di Hollywood che vuole costruirsi una credibilità a teatro; l’attore di Broadway, esasperato del “metodo”, sprezzante, o forse invidioso, verso quegli attori che neanche il costumista della pièce ritiene essere tali; ci sono le attrici che non hanno rispetto di sé, e per questo motivo fanno le attrici; i figli trascurati e in cura in qualche centro di riabilitazione; i critici che cinicamente etichettano le produzioni artistiche senza neanche essere andati a vederle.

Iñárritu non risparmia nessuno, dal chirurgo di Meg Ryan al mento di George Clooney, a tutti gli attori cui hanno “infilato un costume”. Non risparmia le frecciate alle produzioni causa del “genocidio culturale” e all’ego degli attori che scambiano l’ammirazione per amore e non conoscono la differenza tra celebrità e prestigio.

Ma in Birdman c’è tanto altro. Nel microcosmo creato da Iñárritu la realtà è presente a più livelli; la realtà della vita nella finzione del teatro e la finzione cinematografica che cerca di raggiungere la verità del teatro; la realtà di Michael Keaton, in passato supereroe sullo schermo, e del suo Riggan che, consapevolmente o no, è uno dei personaggi di Carver che anela ad essere amato per quello che è e anche nel mettere in atto l’azione più disperata ed estrema cui un essere umano può arrivare, fallisce.

La scelta di un apparentemente unico piano sequenza, come la scelta di inserire elementi di lavorazione del film -la voce del batterista in apertura e durante i titoli di coda e la sua presenza in due scene- sembrano essere scelte consacrate alla ricerca di queste realtà; la prospettiva dei protagonisti, la storia nella storia.

Tecnicamente e stilisticamente prezioso, il film è una riflessione sull’ossessione per la visibilità cui tutti siamo soggetti, sulla necessità di emergere ed “essere qualcuno”, che sia grazie a un film o ai social network, sulla necessità di essere amati.

Sicuramente distante dalla produzione precedente di Iñárritu, elemento di connessione è la scelta di un autore come Raymond Carver su cui imperniare il racconto. L’universo umano raccontato da Carver è popolato da anime tanto impotenti e sofferenti quanto quelle fatteci conoscere dal regista messicano con i suoi film.

Per finire, come ennesimo elemento di realtà, e forse stoccata in difesa della settima arte, in chiusura dei titoli di coda vengono quantificati i posti di lavoro creati grazie alla lavorazione e alla distribuzione del film. Forse perché creare film che non vogliono essere parte del genocidio culturale in atto contribuisce a creare valore per fortuna non solo economico?


Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza)
Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) – Stati Uniti, 2014

regia di Alejandro González Iñárritu


Hungry Hearts

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Un avvenimento buffo e imbarazzante, in un luogo tanto improbabile quanto ordinario, fa incontrare Jude e Mina, loro due fra le migliaia di anime sole che popolano New York, e loro si scelgono, scelgono di condividere le loro vite, i loro spazi.

Il lavoro chiama però Mina in un altro paese e lei, straniera per scelta o forse per necessità, è pronta ad andare, ma non Jude, lui non è pronto, sembra cercare un modo per farla restare e improvvisa arriva nelle loro vite la vita. Nel momento in cui si concretizza, la gravidanza di Mina definisce paradossalmente la fine dell’esistenza di uno scopo comune, la coppia cede alle individualità.

Lo scopo di Mina è difendere il bambino che porta in grembo dalla tossicità del mondo, difenderlo dal dolore e dalle sofferenze da cui nessuno ha mai messo al sicuro lei, orfana di mamma e in qualche modo anche di papà. Il bambino deve restare puro, dentro e fuori. E mano a mano che vediamo il bambino non crescere, parallelamente vediamo intensificarsi la volontà di Mina nel perseguire il suo progetto di un mondo “altro” in cui farlo crescere. Jude impotente, ma innamorato di questa donna per la quale sa di rappresentare la sola famiglia possibile, inizialmente la asseconda.

E così, in una città utilizzata forse come simbolo dello straniamento inevitabile a meno di non riuscire a condividere se stessi e non solo vite e spazi, Jude e Mina si muovono di nuovo soli, sfiorano la felicità, ma non sono capaci di condividerla.

Saverio Costanzo ci introduce ancora una volta nel mondo estremo e quotidiano, più di quanto si possa immaginare, di anime tormentate, a disagio con il mondo in cui vivono e con se stesse.

Liberamente ispirato a “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, Hungry Hearts non è un film pro o contro la scelta di un regime alimentare o di uno stile di vita, quanto piuttosto una riflessione sulle privazioni e i malesseri che portano alle ossessioni. Lo stile narrativo utilizzato dal regista, che a tratti sfiora il thriller, ci porta nelle ansie e nelle paure che abitano l’angusto appartamento dei protagonisti; ci porta a guardare con distacco questa mamma mentre compie delle scelte non comprensibili e non condivisibili, non possiamo essere empatici verso di lei, ma non riusciamo a colpevolizzarla, perché, chi si prende cura di Mina nel suo cammino verso l’abisso? Chi fa un tentativo di entrare nel suo mondo?


Hungry Hearts – Italia, 2014
regia di Saverio Costanzo


American Sniper

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Il piccolo Chris Kyle è determinato, ha le idee chiare, è obbediente al padre e ne segue le indicazioni senza fiatare perché sa che l’uomo che prende a esempio non può sbagliare, deve essere così: il mondo è diviso in pecore deboli, lupi cattivi e cani pastore. E lui di sicuro vuole essere un cane pastore, dedito alla protezione del gregge. Lo fa con il fratellino. Lo farà per sempre.

L’uomo Chris Kyle dismette i suoi abiti da cowboy texano e si arruola nei Navy Seals in seguito agli attentati terroristici ai danni delle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998.

Dio, patria, famiglia. Chris è un cane pastore e non può tirarsi indietro; è un patriota figlio dell’America che fa quello che ritiene giusto per il suo paese, e il suo paese, il più bello del mondo, adesso ha bisogno di lui.

L’addestramento come cecchino, il matrimonio, la prima delle quattro partenze in missione per l’Iraq dopo l’11 Settembre 2001. In Iraq diventa la “Leggenda” perché protegge bene i suo fratelli, gli copre le spalle, si prende cura di loro e presto ci sarà anche una taglia sulla sua testa, ma lui è pronto a rispondere davanti a Dio di ogni cuore cui ha tolto i battiti.

La tempesta di sabbia che si abbatte sui soldati alla fine della quarta missione sembra simbolica; la situazione è confusa, non c’è visibilità, solo sabbia. E’ forse una metafora della condizione di guerra? E’ tutto troppo per dei “soli” esseri umani?

La sensibilità del regista ci offre per questo alcuni spunti di riflessione. Il primo forse è lo stesso “doppio” di Chris, il suo alter ego, cecchino iraniano anche lui convinto di lottare per un bene superiore; ancora, l’epilogo paradossale della storia, che vede il male annidarsi dove mai avresti pensato di doverlo cercare. Non è tutto bianco o nero, non ci può essere distinzione netta tra buoni e cattivi o la possibilità di definirli in base a principi assoluti.

Clint Eastwood non esprime nessun giudizio politico sulla guerra o sugli uomini che la combattono, per scelta o per necessità; nessun giudizio morale che ci dica se lui è pro o contro, ma non è quello l’importante. A venire fuori, al di là della storia personale di un uomo diventato  “Leggenda”, sono gli esseri umani. Quando le cose che vedi e che fai sono veramente troppo oltre il male che potevi solo immaginare? Quando si è sazi di gloria o di vendetta?

Più che giudicare Eastwood ci mette difronte alle conseguenze della lex talionis, occhio per occhio, che nulla porta di buono ai Seals, e sulle conseguenze della guerra, fisiche e psicologiche, che faranno vacillare anche il granitico Chris. Quando la sbornia adrenalinica passa, restano i fantasmi, riappare il dubbio, sale il rimorso per non avere salvato ancora più compagni, rimorso per averne persi altri; Chris troverà la sua salvezza continuando a salvare fratelli in armi, anche se non imbracciando il fucile di precisione.

Bradley Cooper restituisce un protagonista intenso, fragile, robotico; riesce a far convivere le due anime di Chris Kyle, il combattente cane pastore, votato a un patriottismo che probabilmente un non americano non potrà mai capire, protetto da una piccola Bibbia che in realtà non legge, e l’uomo.

American Sniper racconta la storia vera di Chris Kyle, un uomo che si è guadagnato il pane, ma anche forse  il rispetto per se stesso, uccidendo altri esseri umani e racchiude in sé contraddizioni e interrogativi più attuali che mai e Clint Eastwood ci regala ancora una volta un film profondamente umano.


American Sniper – Stati Uniti, 2014
regia di Clint Eastwood


Il Giovane Favoloso

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Il manifesto de Il Giovane Favoloso è capovolto.

E allora quello che abbiamo imparato a conoscere di Giacomo Leopardi forse non è tutto, forse dovremmo rovesciare anche le nostre “certezze” sul poeta e aprirci a una nuova prospettiva, allontanarci dagli stereotipi, farlo uscire dalle antologie di letteratura spesso imposte, di rado cercate.

Nella ricca prigione di Recanati, fatta di libri e mattoni perfettamente allineati come sbarre, Leopardi matura la sua finezza d’intelletto sotto il controllo autoritario del padre e il distacco schiavo delle convenzioni sociali della madre; ma il giovane Leopardi è proteso verso il mondo, brucia di fuoco di vita, si abbandona nella ricerca dell’aria e della luce, cerca la vita che sembra scorrergli accanto e che lui non riesce ad afferrare se non attraverso la sua potenza creativa.

“Odio questa prudenza che rende impossibile ogni grande azione”; è rivolgendosi così al padre e allo zio che Leopardi rompe definitivamente con il passato e lo seguiamo adulto nelle tappe di Firenze e Napoli, dove arriverà la morte.

Ma anche quando ottiene la libertà “fisica” andando via da Recanati, resta prigioniero della perdita della fanciullezza, unica condizione che permette di vivere fino alla morte. Per chi “pensa e sente” non esiste consolazione possibile, non esiste fede o ideologia cui appoggiarsi; l’”Infinito” è la condizione esistenziale, la responsabilità individuale l’unica via.

Il Giovane Favoloso, rigoroso nel rispetto degli eventi, gode di una meravigliosa libertà narrativa;  libertà che solo nella colonna sonora fa fluire e dà voce ai pensieri e ai tormenti del poeta facendo coesistere musiche di Rossini con componimenti del tedesco Sascha Ring, tanto lontani da quel contesto quanto perfettamente in sintonia con l’animo di Leopardi. Un contemporaneo di Leopardi e un nostro contemporaneo, come a voler sottolineare la costante attualità del poeta.

Martone, come fosse un testamento, ci lascia a Torre del Greco con “La Ginestra, o fiore del deserto” simbolo e specchio della condizione umana e del “Secol superbo e sciocco” per un uomo  fuori dal tempo, troppo moderno e lungimirante per essere apprezzato, troppo libero dai condizionamenti ideologici e religiosi imposti dal conformismo della sua epoca; un uomo per il quale la verità può essere trovata solo nell’esercizio del  dubbio.

Il Giovane Favoloso è la poesia di un’anima che esce dai libri e arriva al cuore e alla pancia.


Il Giovane Favoloso – Italia, 2014
regia di Mario Martone


The Look Of Silence

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“Questo è un capolavoro. E’ qualcosa di spettacolare che mi ha commosso; è come guardare i tuoi figli nascere. L’ho amato. Possiede una dignità che va oltre le parole”. (Tim Roth, Festival del Cinema di Venezia 2014)

Impossibile non fare riferimento al precedente documentario del regista Joshua Oppenheimer; The Act Of Killing (2013) metteva letteralmente in scena le atrocità commesse dai responsabili, tutt’ora impuniti, del genocidio avvenuto in Indonesia nel 1965 e diventava l’occasione per i protagonisti di confrontarsi con i mostri seppelliti dentro di loro, e l’opportunità per un paese e per il mondo per riflettere sulla propria storia e sullo stato delle cose.

Ma dopo cosa succede? Cosa succede a chi sopravvive? O a chi non ha vissuto il genocidio, ma è nato per colmare una mancanza, crescendo in un clima di omertà e terrore? Come ha vissuto e come vive Adi, nato per riempire il vuoto lasciato dal fratello mai conosciuto, assassinato sotto gli occhi di tutto il villaggio. Tutti hanno visto. Tutti sanno. Nessuno è responsabile.

Nel suo processo di guarigione Adi si confronta con gli assassini del fratello. Li guarda, li ascolta, cerca di capire; fa domande che come le sue lenti da optometrista possano aiutare a mettere a fuoco la verità, la coscienza, la storia. E mentre assiste, e noi con lui, alla mistificazione degli avvenimenti e al ribaltamento della storia, come in un mondo parallelo permeato da una moralità “al contrario”, resta impassibile, e ancora, noi con lui.

Ma la speranza è che ogni piccolo passo, ogni sofferenza, possa portare alla redenzione e alla pace.

Legato a The Act of Killing, ma indipendente nel farci percepire la storia dal punto di vista delle vittime, The Look of Silence condivide con il precedente il senso visivo e la modalità per cui, pur non vedendo nessuna atrocità, riusciamo a vederle tutte chiaramente.

Con stile allo stesso tempo delicato e violento, Oppenheimer documenta la storia, le vite che non pensi possano essere reali e si rivelano essere ancora più reali e sconvolgenti.

E’ vero che non ci sono parole “giuste” per esprimere le immagini di questo documentario. E’ lento, ossessivo, silenzioso. Silenziosamente drammatico, come drammatico è il silenzio che circonda tutt’ora le popolazioni dei villaggi. Silenziosamente potente. Necessario.


The Look Of Silence – Danimarca, Finlandia, Indonesia, Norvegia, Gran Bretagna, 2014
regia di Joshua Oppenheimer


Frank

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“Come descrivere Frank?”.

Se lo chiede Jon, ambizioso tastierista dal talento acerbo e forzato, in un immaginario dialogo con i suoi invisibili follower, mentre pubblica l’ennesimo post sui suoi account social.

Tutto inizia proprio quando Jon entra per caso a far parte dei Soronprfbs, eccentrica e sperimentale band capeggiata dal criptico e misterioso Frank, il cui tratto distintivo è indossare una gigantesca testa di cartapesta.

Jon vive nel mondo della realtà percepita come tale solo se postata e degna di “like”; Frank e i Soronprfbs vivono la loro realtà, completamente dedita alla musica, collante di esistenze da outsider.

Jon cerca nella band la sua esperienza formatrice, la sua chance da outsider, convinto che la genialità, la creatività, possano scaturire solo da situazioni di disagio e sofferenza e che la propria incapacità di essere geniale sia causata dal fatto di aver sempre avuto una vita “normale”.

Così, il viaggio che la band intraprende prima per la registrazione del disco e in seguito per esibirsi al prestigioso South by Southwest Festival in Texas, diventa il viaggio della vita, che mette i due protagonisti alle corde, costringendoli a smascherare le loro paure e le loro verità.

Il regista Lenny Abrahamson sostiene che “il film non ci fa oziare in una zona di comfort perché è imprevedibile” (cit.), ed è così; si ride, si sorride e ci si diverte, ci si commuove e vorremmo che quella testa Frank non se la togliesse mai, perché sappiamo che sarebbe troppo doloroso per lui.

Con la stessa delicatezza con cui Lenny Abrahamson ci aveva fatto amare Josie in Garage (2007), ci fa adesso amare e sperare per Frank, riuscendo a comunicare senza morbosità o pietismo il disagio del disturbo mentale.

E così Frank potrebbe essere l’idea della possibilità della purezza della creazione artistica, circuita da un’imprecisata idea di fama e dalla necessità di essere accettati e amati, a costo di comporre un gingle pensando che potrebbe essere la canzone più “likeable” che mai sia stata composta.

Potrebbe essere una poesia sussurrata, ma che irrompe e ti cattura.

Ma d’altronde, “Come descrivere Frank?”.


Frank – Gran Bretagna, Irlanda, 2014
regia di Lenny Abrahamson


Solo gli amanti sopravvivono

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E’ la formella del Ghiberti che ritrae Adamo ed Eva sulla Porta del Paradiso del Battistero di Firenze che attira l’attenzione di Eve.

Adam ed Eve, i primi amanti, gli amanti eterni; in presenza, anche se lontanissimi tra loro. Tangeri e Detroit.

E dalla misteriosa e antica Tangeri Eve viaggia per ricongiungersi al marito nella decadente e abbandonata Detroit, pur sempre pulsante di vita.

Pian piano scopriamo in Adam ed Eve due splendide e affascinanti creature, testimoni e artefici occulti di secoli di arte e conoscenza. E testimoni dell’incredibile ambivalenza degli zombie, gli esseri umani, capaci di grandi bellezze e di terribili atrocità, capaci di distruggere con le loro stesse mani ciò che di bello hanno creato. Capaci di contaminare il loro stesso sangue.

Scopriamo l’esistenza di esseri eterei ed eterni, che chiamano ancora le cose con il loro nome scientifico e le cui creazioni spesso giacciono all’ombra di ben più famosi zombie.

In un gioco di simbolismi, le città riflettono gli umori dei due protagonisti, come la contrapposizione cromatica del loro abbigliamento.

Adam la “canaglia suicida”, la cui sensibilità non riesce più a tollerare il modo in cui gli zombie trattano il mondo.

Eve la luce che completa Adam, che lo sprona ad appigliarsi al bello, che esisterà finché ci sarà acqua sulla terra.

In un’atmosfera vintage e surreale, inevitabilmente notturna, rafforzata da una colonna sonora languida e ossessiva, tra citazioni e rimandi cinematografici, musicali, letterari e scientifici, il film si rivela una ballata romantica; un appassionato omaggio all’amore e alla passione creativa, divertente e incredibilmente ammaliante.

Solo gli amanti dell’amore, dell’arte, della conoscenza, della natura, sopravvivono; gli altri sono zombie senza passione, per definizione vivi solo in apparenza.


Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive) – Gran Bretagna, Germania, Francia, Cipro, Stati Uniti, 2013
regia di Jim Jarmusch


Le Meraviglie

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C’è un cammello nel cortile del casolare dove Gelsomina abita, lavora, vive. Lei è la capofamiglia, l’erede designata di una tradizione forte, cui il burbero padre non vuole rinunciare nonostante quattro figlie femmine. E Gelsomina, con i suoi 12 anni, si guadagna e merita le responsabilità in famiglia e sul lavoro. Ma l’adolescenza urla il suo richiamo, veicolato da un programma televisivo e dall’arrivo di Martin, adolescente tedesco in rieducazione forzata.

Siamo nella metà degli anni ’90 e sulle note di “T’Appartengo” di Ambra Angiolini, Gelsomina sogna un altro possibile futuro, senza il duro lavoro della campagna, senza i pesanti sacrifici richiesti dalla lavorazione del miele. Un futuro lontano dal microcosmo familiare, agreste, poliglotta e autosufficiente, perso tra le campagne dell’antica Etruria.

Ma forse il loro mondo sta per finire? Il consorzio approva l’uso di diserbanti che uccidono le api, la Comunità europea impone nuove norme igieniche e ambientali per la produzione e mancano i soldi per gli adeguamenti richiesti. Lo spiraglio sembra essere il turismo, panacea fin quando, forse, “con i soldi non ci sarà più niente da comprare”.

In un’atmosfera in bilico tra sogno, realtà e reality, il film è una riflessione sulla ricchezza e il mistero delle radici che ci legano a una terra e alle sue tradizioni, anche se non siamo autoctoni;  riflessione sull’impossibilità di preservare qualcosa che inevitabilmente è destinato a evolversi, anche in forme e direzioni che non rispondono ai nostri desideri e alle nostre aspettative.

Riflessione sulla necessità di andare oltre il sogno e realizzare che il cammello non  vuole e non deve stare in cortile.

Opera seconda di Alice Rohrwacher che con l’esordio (Corpo Celeste del 2011) condivide temi, approccio stilistico e modalità narrativa, il film riesce nel fare passare attraverso lo sguardo puro e curioso di Gelsomina il carico emotivo che ruota intorno alle vicende umane e professionali della famiglia, sviluppando armoniosamente il parallelismo che lega l’evoluzione di Gelsomina verso l’età adulta con il destino di una tradizione cui sembra non siano più concessi gli spazi per esistere.

Incorniciata da una fotografia dai delicati colori pastello, Le Meraviglie è bellissima poesia fuori dal tempo, fuori da rigide collocazioni spazio-temporali, e allo stesso tempo asciutta testimonianza della realtà.


Le Meraviglie – Italia, 2014
regia di Alice Rohrwacher


Il venditore di medicine

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Fino a che punto ci si può spingere nel considerare un farmaco alla stregua di un qualsiasi prodotto di mercato?

Bruno, informatore per conto della Zafer, grossa azienda farmaceutica, ha a disposizione molti sistemi per compiacere e convincere medici di ogni grado a “collaborare” garantendo prescrizioni di farmaci Zafer.

A fronte dei continui tagli al personale che l’azienda mette in atto nei confronti degli informatori farmaceutici ritenuti poco produttivi, per assicurarsi il posto di lavoro Bruno deve però diventare “intoccabile”; ha bisogno di conquistare uno “squalo”, un medico, primario in un Policlinico, che possa garantirgli l’ingresso e il monopolio in una grossa struttura sanitaria.

Ma sulla strada per l’intoccabilità c’è la vita che va avanti; un amico malato per cui non si riescono a reperire i farmaci in Italia, una famiglia che vuole crescere.

Ultimo anello della catena produttivo-distributiva del farmaco e pedina di un meccanismo gigantesco fatto di connivenza, corruzione e disinteresse che fa leva su bisogni sociali indotti, Bruno non è immune al fascino del benessere materiale, cartina di tornasole di un benessere percepito come reale.

Il film fa luce su alcuni meccanismi taciti che regolano l’industria farmaceutica e sulle logiche di distribuzione dei farmaci. Nodo centrale della questione è l’inclinazione al compromesso tramite la pratica del comparaggio, unita allo sconcertante sfruttamento del rapporto di fiducia tra medico e paziente, usato come alibi per qualsiasi illecito purché soddisfi le necessità economiche pretese ai vari livelli della catena.

Girato con uno stile asciutto, il film non concede un attimo di tregua nel seguire la discesa di Bruno nell’abisso. Molti i contrasti tra luce e buio che rimandano allegoricamente ai conflitti tra luci e ombre/bene e male che albergano in tutti gli individui e per riflesso nella società.

Preceduto dal premiato Dallas Buyers Club, meritevole a sua volta, seppur in un contesto storico e narrativo differente, di aver messo in luce meccanismi di distribuzione dei farmaci guidati esclusivamente da ragioni di tipo economico piuttosto che di salute pubblica, Il venditore di medicine affonda il coltello nella piaga dell’amoralità sottesa all’arricchimento dell’industria farmaceutica.

Nato da un’esperienza vissuta dal regista Antonio Morabito e basato sulle testimonianze di informatori farmaceutici, Il venditore di Medicine è un potente film di denuncia che sembra suggerire come unica via di salvezza la morale individuale.


Il venditore di medicine – Italia, 2013
regia di Antonio Morabito


Gigolò per caso

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Anche se di fatto “per caso” o per necessità, Fioravante è, come da titolo originale, un gigolò “fading”, come “quelle donne che devono essere guardate, altrimenti si spengono”.

Fioravante, fioraio part-time, all’occorrenza idraulico e tuttofare, lavora anche nella libreria dell’amico Murray, che però sta per chiudere. Per far fronte alla crisi di lavoro Murray propone a Fioravante di formare con lui una società e di cimentarsi nel mestiere più antico del mondo. La strana coppia Murray – Fioravante si ribattezza così Dan Bongo – Virgil a beneficio del “mestiere”.

La delicatezza e la destrezza con cui Fioravante crea i suoi componimenti floreali sono anche le armi inconsapevoli del successo di Virgil con le donne che si rivolgono a lui per colmare i vuoti di solitudine.

In una New York multietnica e dai bellissimi colori autunnali, a ritmo di jazz, tra il variopinto ménage familiare di Murray e la rigida condotta della comunità ebraica ortodossa cui la gentile e silenziosa Avigal, giovane vedova di un rabbino, appartiene, seguiamo l’evolversi del bizzarro business, che proprio l’arrivo di Avigal porterà su strade inaspettate.

Delicata e sofisticata commedia sentimentale, pervasa da una indefinibile saudade; la percepiamo sin dalle prime immagini di apertura, girate come se fossero un filmino familiare; la troviamo nella pudica e garbata sfrontatezza di Virgil, e nella timida e allo stesso tempo potente sinergia che vediamo nascere tra due persone che si trovano, a dispetto delle differenze e delle rigidità emotive cui entrambe sono costrette per motivi diversi.

Pur essendo un film “con” Woody Allen e non “di” Woody Allen, il suo tocco tipico si percepisce a diversi livelli, come se si fosse compiuta una contaminazione con i gusti del regista. John Turturro però non rinuncia e anzi rivendica le sue origini italiane, inserendo molti elementi nella narrazione e affidando, come già successo per il film musicale Passione (2010), due ruoli chiave, montaggio e fotografia, a professionisti italiani. Nello specifico è proprio al direttore della fotografia Marco Pontecorvo, suo amico da anni, che il regista si è ispirato per il personaggio di Fioravante, un “uomo d’altri tempi” (cit. John Turturro).

E forse, come già nel precedente Romance & Cigarettes (2005), non è mai tardi per concedere una possibilità alla possibilità dell’amore.


Gigolò per caso (Fading Gigolo) – Stati Uniti, 2013
regia di John Turturro


Nebraska

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #6 – Woody Grant

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David “Hai detto allo sceriffo che stavi andando a piedi nel Nebraska?”
Woody “Esatto. A prendere il mio milione di dollari.”

Cosa succede quando un anziano ex alcolista, reduce dalla guerra di Corea, sgarbato e taciturno, decide di voler percorrere a tutti i costi millequattrocento chilometri per andare a ritirare una presunta e cospicua vincita milionaria?

Da Billings, Montana, fino a Lincoln, Nebraska, attraverso gli sterminati paesaggi della provincia americana; questo è il lungo viaggio che Woody Grant è risoluto a fare, a piedi se necessario. Il secondogenito David, prigioniero consapevole di una vita di anestetizzata inconsistenza, si convince ad accompagnarlo nonostante il disappunto della madre.

Alexander Payne utilizza ancora una volta il viaggio come percorso parallelo, e forse necessario, alla crescita dei suoi protagonisti e fa un affresco delle debolezze umane, universali e in quanto tali prive di una  localizzazione geografica precisa. Come l’immaginaria cittadina di Hawthorne, città da cui Woody proviene e dove per l’occasione si riunisce tutta la famiglia Grant, che potrebbe trovarsi  ovunque.

Parenti vicini e lontani, amici della prima ora, “avvoltoi” (come li apostrofa Kate, petulante e vulcanica moglie di Woody) che, capovolgendo la realtà, iniziano a vantare crediti inesistenti nei confronti di Woody non appena la notizia della vincita milionaria si sparge in città.

Un bianco e nero quasi morbido, inquadrature fisse e primi piani; le scelte stilistiche del regista  consentono di insinuarsi nell’anima dei protagonisti quel tanto che basta a svelarne i tormenti.

Quarto lungometraggio girato nel suo stato natale, il Nebraska, cui rende omaggio, Payne omaggia con questo film anche la carriera di Bruce Dern, capace di dar vita a uno sgradevole antieroe in cui convivono ingenuità, malinconia e rassegnazione per un passato brutale ed egoista.

Mettendo Woody al centro di questa diatriba di interessi economici, il regista ne costruisce il riscatto, suo ma anche dei figli e della moglie; e costruisce un ponte tra Woody Grant e Ruth Stoops, al centro di ben altri interessi nel suo film d’esordio (Citizen Ruth1996), interpretato da un’altra Dern, Laura. Entrambi è come se riuscissero a restare fedeli a se stessi  nonostante tutto.

Forse il film più intimista di Payne, ma sempre tagliente e ironico.


Nebraska – Stati Uniti, 2013
regia di Alexander Payne


Grand Budapest Hotel

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Un racconto nel racconto, nel racconto.

Ispirato alle opere di Stefan Zweig, Grand Budapest Hotel parte dai giorni nostri per catapultarci negli anni ’30 del secolo scorso, in un immaginario stato dell’Europa centro orientale,  la repubblica di Zubrowka.

Una ragazza legge un racconto, il cui autore ci riferisce in prima persona di un viaggio compiuto nel 1968 al Grand Budapest Hotel, struttura decadente e quasi abbandonata; lì incontra il suo proprietario, Zero Moustafa, il quale a sua volta racconta al giovane autore come ha ereditato l’hotel.

Inizia così la storia del giovane Zero, apprendista fattorino al Grand Budapest Hotel e del suo mentore, monsieur Gustave H, irreprensibile concierge, amante delle ricche quanto attempate  frequentatrici dell’hotel, ma soprattutto amante della bellezza in tempi di decadenza morale.

Decadenza morale che l’avvicinarsi della guerra porta con sé. Decadenza che si annuncia nel momento in cui i due protagonisti cercano di attraversare il confine in treno e che si compie qualche anno più tardi; per questa scena il regista sacrifica l’uso della sua palette colori, in favore di un eloquente bianco e nero.

Guerra, avidità, stratificazione sociale; temi che però non intrappolano né condizionano lo stile narrativo tipico di Anderson, che crea come sempre il “suo” mondo, caldo abbraccio di un’immaginazione pura e quasi innocente.

Tra evasioni improbabili, parenti avidi e improponibili, rimandi a società segrete, inseguimenti e sparatorie, si ride di gusto, ci si emoziona e ci si commuove quando, nonostante tutto, siamo consapevoli che la bellezza cui monsieur Gustave ha dedicato la vita sopravvive grazie al racconto dell’anziano Zero.

Con The Grand Budapest Hotel Wes Anderson ci porta in un momento storico che è stato cruciale per l’umanità, senza perdere mai la grazia della sua leggerezza. Oltre a confermare il suo personalissimo registro stilistico e l’interesse per le tematiche cui tutti i suoi lavori rimandano, riesce come sempre in un racconto reale e fiabesco al tempo stesso.


Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel ) – Stati Uniti, 2014
regia di Wes Anderson


Ida

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Polonia comunista, anni ’60. Anna è novizia nel convento in cui è cresciuta perché orfana ed è in procinto di prendere i voti. Prima di compiere il passo definitivo verso la consacrazione a Dio, su invito della madre superiora, Anna va a fare visita all’unica parente che le è rimasta. Conosce così Wanda, sorella di sua madre, giudice del regime e donna “libera”.

La donna rivela alla giovane novizia la sua vera identità; Anna è ebrea e il suo vero nome è Ida.

In un paesaggio invernale innevato, le due donne, distanti in tutto, intraprendono un viaggio per scoprire in quali circostanze sono morti i genitori di Ida e dove sono sepolti.

Lungo il percorso le vite delle due donne si intrecciano più di quanto si potrebbe immaginare e il viaggio diventa per entrambe occasione di ricerca delle radici e dell’identità che la guerra ha portato via con sé.

Alla fine del viaggio, con lo sciogliersi della neve, Ida scioglie anche la sua riserva, e concede al dubbio di portarla a scoprire un mondo “altro” da quello del convento.

Conosciamo le due donne in un momento importante della loro vita, entrambe sono a un bivio e le vediamo confrontarsi con quello che sono nel profondo. Per Ida, vissuta sempre in convento, tutto è una scoperta; Wanda trova in Ida lo specchio di quel passato volontariamente rimosso e accantonato, ma fortemente presente. Il peso degli eventi avrà conseguenze importanti e porterà le due donne a cercare rifugio in posti per loro sicuri.

Le scelte stilistiche operate da Pawel Pawlikowski connotano e accompagnano i due personaggi femminili nella loro evoluzione quasi impercettibile. Tutto appare statico. Le inquadrature fisse sui personaggi, spesso ai margini dello schermo; il bianco e nero algido ed essenziale; il formato ridotto dello schermo (4:3); i lunghi silenzi. E’ come se il regista volesse limitare e fissare. Anche la progressione degli eventi appare statica; in un’improvvisata programmazione del futuro, Ida chiede continuamente “E poi?” cosa ci sarà dopo? E mentre lo fa e sembra che nulla stia accadendo, c’è in realtà un mondo interiore che avanza con forza.

Quello che sembra riuscire al regista in questo “gioco” di staticità e silenzio, è fotografare l’universo dei sentimenti e delle azioni umane, senza drammi, in modo asciutto e profondo. Ida e Wanda riassumono nel loro dramma privato il dramma di un paese e le loro ferite sono quelle, profonde e permanenti, di una generazione di uomini e donne.


Ida – Polonia, Danimarca, 2013
regia di Paweł Pawlikowski


12 anni schiavo

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Il terzo lungometraggio dell’inglese Steve McQueen è tratto da “12 anni schiavo”, autobiografia di Solomon Northup, uomo libero della contea di Saratoga nello stato di New York. Northup, musicista ingaggiato per una tournée in qualità di violinista, viene in realtà circuito e ingannato da alcuni trafficanti, privato dei suoi documenti e venduto in Louisiana come schiavo. La proprietà di Solomon passa di padrone in padrone, dal buono e quasi caritatevole Ford al perfido Epps, fino a quando, grazie all’aiuto di un abolizionista canadese, Solomon riesce a mettersi in contatto con gli amici e la famiglia, riavere i suoi documenti e tornare finalmente a casa dopo 12 anni.

Steve McQueen ci racconta ancora una volta il mondo, esteriore e interiore, di un essere umano prigioniero:  dopo Bobby Sands, prigioniero in lotta per i suoi diritti in Hunger (2008) e Brandon Sullivan, prigioniero di droghe e sesso in Shame (2011), Salomon Northup è prigioniero della schiavitù e le sofferenze che deve sopportare offrono la “scusa” per far confrontare lo spettatore con il mondo in cui gli schiavi cercavano di sopravvivere, o almeno con la sua rappresentazione.

La sensibilità propria del regista inglese è evidente nella suo stile di racconto e nella sua capacità di rappresentare in un’unica scena la distruzione del sentimento umano in favore della sopravvivenza. Solomon viene appeso per il collo al ramo di un albero, con la punta dei piedi riesce a malapena a tenersi per evitare di soffocare e intorno a lui nulla cambia,  nessuno si ferma, nessuno sembra accorgersi di lui;  tutto scorre nella quotidianità indifferente degli adulti che lavorano, dei bambini che giocano, arriva la sera e lui è lì. L’indifferenza per la sopravvivenza.

Il film tocca il nervo scoperto della “questione schiavitù” in maniera cruda e senza indulgenza; fa emergere chiaramente l’ossessione bianca per il diritto di proprietà, esteso alla carne, uso e consumo secondo necessità o capriccio, come un qualsiasi scambio di mercato.

Al di là del rischio di osannare un film perché si fa carico di un pezzo di storia moderna così delicato e bruciante, 12 anni schiavo è però un film importante, per lo stile narrativo e le interpretazioni; e anche se mai potremo capire veramente le sofferenze e le ingiustizie sopportate dalle migliaia di esseri umani che hanno subito la schiavitù, di certo il segno nella coscienza non può che diventare più profondo.


12 anni schiavo (12 Years a Slave) – Stati Uniti, 2013
regia di Steve McQueen


A proposito di Davis

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Anni ’60, Greenwich Village di New York, per tradizione fucina di nuovi movimenti e idee.

A proposito di Davis è liberamente ispirato alla vita e alla carriera di Dave Van Ronk, musicista e cantautore statunitense che nel film ritroviamo nel personaggio di Llewyn Davis.

Nelle calde tinte invernali della fotografia di Bruno Delbonnel seguiamo, per quella che potrebbe sembrare una settimana, la vita a ostacoli di Llewyn, cantante folk squattrinato, purista della sua arte, nessun compromesso e nessuna gloria; tra amici più o meno arrivisti, manager più o meno capaci e donne più o meno presenti.

L’Odissea di Llewyn, che guarda caso inizia con un gatto di nome Ulisse, compie un percorso forse solo apparentemente circolare che ci porta a pensare di trovarci, alla fine del film, esattamente dove abbiamo cominciato, dove Llewyn ha cominciato.

Forse è stato un sogno, forse è un nuovo inizio, ma alla fine non ha importanza se sia il sogno o il destino il motivo per cui Llewyn continuerà, nonostante tutto, a suonare la sua musica; il suo è “Il  viaggio incredibile”, come il manifesto del film di Walt Disney suggerisce dai muri di un cinema.

E mano a mano che seguiamo Llewyn nel suo “viaggio” ridiamo e lo amiamo perché per quanto non faccia niente per entrare in connessione con le persone che gli gravitano intorno, è autenticamente e ironicamente umano, fedele senza riserve alla musica e alla sua onestà di artista.

Mentre un giovane Bob Dylan suona sul palco del Gaslight, Llewyn ci dice “au revoir” e anche se non lo dice a noi poco male, è sicuramente un arrivederci, perché Llewyn e la sua amata musica folk restano attaccati sulla pelle.


A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) – Stati Uniti, Francia, 2013
regia di Joel ed Ethan Coen


Dallas Buyers Club

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Ron Woodroof è un elettricista, amante dei rodei, consumatore abituale di droghe, alcol e di rapporti sessuali, rigorosamente etero, non protetti; è omofobo in un ambiente che condivide questa fobia.

Dallas Buyers Club è ispirato alla storia vera di Ron Woodroof e ci porta nel suo mondo e negli ultimi sette anni della sua vita, dal momento in cui un medico gli comunica che ha contratto il virus dell’HIV.

Ron è lo specchio della società in cui vive, ma la convinzione radicata che l’HIV sia un virus “riservato” agli omosessuali trova presto per lui una smentita.  Dopo un primo tentativo di curarsi con un farmaco sperimentale che si procura illegalmente e che si rivelerà tossico, Ron trova in Messico un medico che inizia a curarlo con un mix di farmaci non approvati dalla FDA (food and drug administration) negli Stati Uniti. Gli effetti positivi sul suo corpo lo convincono a organizzarsi per riuscire a importare i farmaci in Texas; per fare questo fonda il Dallas Buyers Club associandosi con Rayon, transgender tossicodipendente e sieropositivo conosciuto in ospedale. Inizia così per loro una battaglia, anche legale, contro la FDA.

Il film si svolge in maniera lineare e non retorica puntando sull’intensità delle interpretazioni dei due protagonisti, due outsider per motivi diversi, che si incontrano e si sostengono nel terreno comune della malattia. Ron è il cowboy che, preso coscienza del suo stato, emarginato dai suoi amici e dal suo mondo che lo considera malato perché omosessuale, inizia a combattere per se stesso e per gli altri contro la malattia e contro la FDA, guidato dalla rabbia, dalla voglia di stare ancora in sella alla vita e dalla consapevolezza che nel “sistema” qualcosa è marcio. Rayon è la parte fragile, che riesce però con il tempo a smussare gli angoli del socio, facendolo venire a patti con la sua paura del diverso.

Il film offre alcuni momenti di straordinaria, commovente e cruda umanità e, pur ispirandosi a una storia di quasi trent’ anni fa, è più che mai attuale nell’individuare nelle case farmaceutiche, in strutture sanitarie e medici compiacenti, meccanismi che sembrano guidati esclusivamente da ragioni di tipo economico piuttosto che di salute pubblica.


Dallas Buyers Club – Stati Uniti, 2013
regia di Jean-Marc Vallée