A proposito di Schmidt

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #3 – Warren Schmidt

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“Sono molto sorpreso… Non so se essere felice o vergognarmi perché pensavo avessimo fatto una commedia.”
(Jack Nicholson alla premiazione come miglior attore in un film drammatico – Golden Globe, 2003).

E’ condensata in questa frase di Jack Nicholson l’abilità del regista Alxander Payne di catapultare lo spettatore nell’America reale; di raccontare con cinico realismo l’ambiente e le situazioni in cui i protagonisti, persone comuni, mai personaggi, si muovono; di connettere sempre e comunque i suoi protagonisti-antieroi con l’assurdità e la comicità che le situazioni quotidiane, per quanto tristi e dolorose, conservano nel loro dna.

Warren Schmidt ha dedicato la vita al lavoro. In un ufficio che ha tutta l’aria di uno scantinato post trasloco, troviamo Warren a fissare l’orologio a parete; l’incedere lento della lancetta dei secondi scandisce l’attesa, il termine dell’ultimo giorno di lavoro, la fine della vita professionale. Lo seguiamo alla festa che i colleghi gli organizzano per il pensionamento. Una sala che respira aria finta e rarefatta; il silenzio rotto dall’elogio del sacrificio di una vita spesa per ciò che veramente conta, il lavoro.

Ma in una società in cui siamo tutti utili e nessuno indispensabile, il nuovo prende il posto del vecchio e un giovane rampante occupa la sedia e lo spazio professionale di Warren con la velocità necessaria a non concedergli neanche la soddisfazione di un passaggio di consegne che lo faccia sentire ancora utile, anche se ormai fuori dalla Woodman, grande compagnia assicurativa di Omaha.

Warren perde la sua identità, perde la moglie, ed è vicino a perdere la figlia per sempre. Nel disperato e forse ancora inconsapevole tentativo di sentirsi utile per qualcuno, Warren si appiglia proprio al macilento rapporto con la figlia Jeannie e parte; un lungo viaggio in camper per raggiungerla alla vigilia delle nozze con quello che lui ritiene essere un insulso partner.

Da Omaha, Nebraska, a Denver, Colorado, nel desolante, desolato e a tratti circense scenario dell’estremo Midwest, incontri, illusioni, disillusioni, dubbi, malanni fisici. Neanche il libro che Warren legge durante la sua lisergica convalescenza, Awaken the Giant Within*, lo salva dalla capitolazione, dal dover accettare che le cose vanno come devono andare a prescindere e nonostante la sua presenza, o esistenza.

Warren Schmidt è l’antieroe alla fine della sua carriera, punto cruciale della vita in cui è costretto a porsi tutte le domande che non si è mai posto prima perché troppo impegnato a lavorare e a soddisfare richieste tacitamente imposte da una società “domandante”, mettendo da parte se stesso e le persone a lui più vicine; persone che scopre di non conoscere affatto.

Primo film in cui Payne utilizza il viaggio come metafora del percorso che il protagonista compie alla scoperta di sé,  A proposito di Schmidt  è una malinconica riflessione sulla caducità della vita e sul senso stesso della vita; è un film epistolare che ci fa scoprire gradualmente, lettera dopo lettera,  la vita e i pensieri di Warren. Ed è dall’unica risposta che riceve dal suo piccolo interlocutore Ndugu, per interposta persona, che troviamo, che Warren trova, il senso della sua presente esistenza.

Forse l’unica occasione di contare qualcosa come esseri umani è nella speranza e nel supporto che offriamo a chi viene dopo di noi?

* Come migliorare il proprio stato mentale, fisico e finanziario, Anthony Robbins, ed. Bompiani.

A proposito di Schmidt (About Schmidt) – Stati Uniti, 2002
Regia di Alexander Payne


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Election

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #2 – Jim McAllister

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– Jim McAllister: “Non sto parlando di etica, sto parlando di morale”
– Dave Novotny: “Qual è la differenza?”

Relazione professore-studente non “consona” ai ruoli, tradimento, scorrettezza, arrivismo, manipolazione, vendetta, debolezza di volontà; primi timidi, adolescenziali tentativi di approccio a una relazione omosessuale. Tutto questo in Election.

Al liceo Carver di Omaha, Nebraska, ci si prepara all’elezione per la presidenza del consiglio studentesco, una gara elettorale che prende il via come pura formalità, ma si trasforma presto in sfida serrata tra aspiranti presidenti che sembrano possedere tutte le caratteristiche degli animali politici adulti.

C’è Tracy Flick, fastidiosamente ambiziosa e secchiona, arrivista per codice genetico, inizialmente unica candidata. Paul Metzler, popolare e ingenuo quarterback della squadra di football del liceo, temporaneamente fuori gioco e facilmente adescato per partecipare alla corsa elettorale. Tammy Metzler, sorella di Paul, in gara per vendetta. A coordinare e supervisionare le attività elettorali c’è Jim McAllister, insegnante appassionato e amato dagli studenti, cittadino attento e marito solerte.

Jim McAllister, sinceramente convinto di dover fermare la frenetica corsa di Tracy verso il futuro che lei ritiene di meritare, tradisce nel comportamento ciò che gli riesce benissimo in teoria. Etica e morale.

Etica e morale si inseguono letteralmente e simbolicamente per tutta la narrazione, la differenza è oscura e sottile e nessuno sembra conoscerla.

La satira  di Alexander Payne non risparmia niente e nessuno: la struttura scolastica e le sue procedure, i condizionamenti relazionali e sociali, il microcosmo famiglia, le debolezze e gli egoismi degli esseri umani, la democrazia, la presunta fede religiosa. Non risparmia il suo antieroe protagonista, Jim McAllister, fallibile e imperfetto, ingranaggio di quel motore dell’America che è la classe media lavoratrice e rispettosa delle regole.

Essere umano debole si direbbe solo a fin di bene, fiero combattente di una battaglia destinata a essere persa fin dall’inizio, Jim scombina le carte, deroga alla morale con un comportamento non etico e diventa il simbolo di ciò che non può essere cambiato, simbolo della lotta ìmpari di un uomo contro una struttura sociale rigida e impermeabile.

In linea con il sottile e subdolo affetto verso i suoi antieroi, il regista concede a Jim McAllister una possibilità di riscatto, ma sempre nei termini circoscritti di una mediocrità – o normalità? – professionale e affettiva. Sempre nei termini circoscritti di un piccolo ingranaggio ben oliato.

Utilizzando la formula del teen movie e della commedia come espediente e chiudendo sul presunto riscatto di Jim McAllister, momento in cui il realismo sociale del regista domina sulla satira, il film stimola a una riflessione sui meccanismi e i valori che regolano la società americana e sulle possibili o inevitabili conseguenze di una pretesa morale, solida probabilmente solo nelle intenzioni.


Election – Stati Uniti, 1999
Regia di Alexander Payne


 

La storia di Ruth, donna americana

Alexander Payne, o di tragicomici drammi e tagliente ironia
Elegia dell’antieroe #1 – Ruth Stoops

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“Le persone diventano fanatiche per ragioni estremamente personali. Voglio dire, riguarda più loro e le loro psicosi che la causa stessa.” (Alexander Payne)

Ruth Stoops non è una fanatica. Ruth Stoops è una meravigliosa irresponsabile, verso se stessa e verso i bambini che le è capitato di portare in grembo. Forse troppi, concepiti in fugaci e squallidi momenti di cui lei probabilmente non ha memoria, persa nelle inalazioni di colla, lasciapassare per un mondo sospeso, dove la sua realtà le sembra probabilmente meno reale. Uno ancora, il quinto, e l’ennesimo arresto, spingono il giudice del tribunale a imporle l’aborto in cambio di un alleggerimento della pena.

“Meet Ruth Stoops” era il titolo che Alexander Payne aveva pensato per il suo primo lungometraggio e infatti sono proprio le persone che Ruth incontra a determinarne la parabola.

Gail e Norm le pagano la cauzione, la accolgono in una casa dove l’apparente serenità nasconde qualche desiderio di troppo di Norm e la prova, incarnata in un’adolescente ribelle, di quanto le scelte imposte unilateralmente possano diventare controproducenti. Con uno sforzo irrisorio e l’organizzazione di un incontro propagandistico contro l’olocausto americano causato dai tanti aborti praticati nel paese, i “baby savers” Gail e Norm persuadono Ruth a non abortire, nonostante le direttive del giudice.

Diane, la spia, la sua compagna Rachel e i tanti amici che orbitano intorno al gruppo “pro-choice”, gli abortisti, ribaltano la situazione, accolgono a loro volta Ruth e la proteggono dalla fazione avversa.

Ma c’è una guerra in corso e nessuno fa niente per niente. Le due fazioni si contendono Ruth a suon di assegni, facendola diventare il simbolo della scelta che molte donne americane potrebbero trovarsi a dover compiere;  la futura scelta di Ruth è un messaggio da lanciare su scala nazionale, ognuno per il proprio tornaconto.

E’ solo quando l’oggetto del contendere svanisce che Ruth realizza definitivamente che il suo benessere non è tra i principali pensieri di nessuna delle persone che sostiene di volerla aiutare, e decide allora di giocare a modo suo la partita.

Ironico fin dalla scena iniziale, Alexander Payne partecipa con questo suo primo lungometraggio al dibattito sull’aborto senza prendere le parti di nessuno, ma sottolineando la grettezza dei protagonisti nel condurre oltre questo dibattito, portandolo a un conflitto ideologico dove qualsiasi tornaconto vale più della libertà di scelta che si ha la presunzione di voler difendere. Essere “contro” come cieca ideologia quasi fine a se stessa. La causa come alibi di ingiustificato fanatismo.

Alexander Payne è però dalla parte della sua anti-eroina, a tratti sgradevole, imperdonabile, probabilmente irrecuperabile, ma per la quale non possiamo fare a meno di parteggiare, meravigliosa nelle sue umane debolezze e pedina sacrificale di una guerra non sua.

Ed è proprio nel tratteggiare le caratteristiche meno nobili degli esseri umani che il regista si trova a suo agio, a cavallo tra realismo sociale e satira, ma sempre sottilmente e subdolamente affettuoso con i suoi antieroi.


La storia di Ruth, donna Americana (Citizen Ruth) – Stati Uniti, 1996
Regia di Alexander Payne


 

La guerra dei cafoni

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C’era un tempo in cui ai “cafoni”, i braccianti, non apparteneva neanche la loro stessa vita. Morivano per un sorso d’acqua attinto dal pozzo sbagliato, nel territorio sbagliato, quello dei “signori”, gli aristocratici cui erano sottomessi e con cui condividevano unicamente la lingua parlata.

C’è un tempo in cui la rivalità tra cafoni e signori è ancora viva, è sempre rimasta viva; ma senza più sottomissione. Neanche la lingua li unisce adesso perché, nella Puglia degli anni settanta, a Torrematta, i signori parlano in italiano, i cafoni in dialetto.

Torrematta è la riserva estiva scenario dello scontro tra le due fazioni; un mondo popolato di soli ragazzi, per lo più adolescenti, a eccezione di Papaquaremma, santo protettore dei cafoni e di Pedro, padrone del chiosco in mezzo al nulla.

C’è Scaleno, il leader dei cafoni; Francisco invece comanda i signori. La dolce e risoluta Mela, suo fratello Tonino, piccolo tra i cafoni, e il cane, Mosè. Una signorina di nome Sabrina e un pericoloso outsider, né cafone né signore, Cugginu.

Mentre la guerra infuria e l’amore tra Francisco e Mela fiorisce in gran segreto, Cugginu irrompe nell’assolato non-luogo di Torramatta e si autoelegge leader dei cafoni. Farà di tutto per farli trionfare sui signori, derogando alle regole non scritte della storica guerra; facendo oltrepassare ai cafoni il confine del lecito, sconfinando nella delinquenza.

A distanza di secoli, il cerchio si chiude con pari perdite sul campo. Un’epoca finisce, ma un’altra, forse non meno pericolosa, inizia.

Storia fortemente simbolica sul piano storico e umano, “La guerra dei cafoni” si astrae da qualsiasi contesto specificamente reale per portarci in un non-luogo abitato da ragazzini, spopolato di presenze adulte e privo di riferimenti di “civiltà”. Se da un lato la storia si fa allegoria dell’evoluzione storica e dei divari sociali e linguistici tra l’Italia di ieri e quella di oggi, dall’altro si impone come favola divertente e amara che ci consegna una morale, mediata dalla carica narrativa di alcuni dei protagonisti.

Tonino è come lo scotch che tiene insieme i suoi occhiali, quelli che gli danno il potere di “vedere”: l’inutilità del conflitto; l’impossibilità di migliorare la propria condizione grazie a qualche battaglia vinta sul campo. È il collante; la ragione, tra le ragioni dei signori e quelle dei cafoni. Francisco e Mela, gli innamorati che non possono, o non vogliono, stare insieme, ma il cui amore trova ragione di essere stato. Mosè, di cui avevamo perso le tracce nel corso di una battaglia, che riapparendo libera i due gruppi dalla schiavitù della guerra.

Il conflitto cromatico tra la luce abbacinante dell’estate pugliese e il buio umido dei pozzi abbraccia il conflitto reale tra cafoni e signori accompagnandoci fino alla fine quando, proprio emergendo dal fondo di un pozzo, scopriamo che la vita ha un valore percepito, non assoluto, e che l’affrancamento da una sottomissione non necessariamente conduce alla libertà.


La guerra dei cafoni – Italia, 2017
regia di Davide Barletti, Lorenzo Conte


Virgin Mountain

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Fúsi ha da poco superato i quarant’anni, lavora come addetto ai bagagli in aeroporto e assiste quotidianamente alle partenze degli altri; lui invece non è mai andato da nessuna parte. Abita con la mamma, dalla quale non si è mai staccato. Vive esperienze che il suo unico amico dice di aver vissuto da bambino. Fa colazione nello stesso modo in cui probabilmente la fa sin da piccolo, cereali al cioccolato e latte. Il latte è il suo drink preferito.

Tutti conoscono la sua routine. Il ristorante thai del venerdì sera, i giri in macchina ascoltando la musica metal, la telefonata serale al deejay, gli appuntamenti con l’amico per giocare con dettagliatissime riproduzioni di famose battaglie, quella di El Alamein in particolare.

Fúsi è una montagna di bambino timido e impacciato, bullizzato dai colleghi, silenziosamente e subdolamente sopraffatto dalla mamma. La bambina appena trasferitasi nel palazzo è l’unica che può entrare in connessione con lui; insieme giocano, e nella feroce contrapposizione tra il mondo degli adulti, diffidente e pauroso, e quello dei bambini, ingenuo e spontaneo, l’innocenza del gioco sfiora il confine di ciò che un adulto ritiene accettabile e per il quale facilmente si spende in brutali stigmatizzazioni.

La routine viene però interrotta dal regalo di compleanno che Fúsi riceve dall’intraprendente compagno della mamma; un corso di danza country. Tentenna Fúsi, e inizialmente rinuncia, ma l’incontro fortuito con Sjöfn innesca un processo di affermazione e un’apertura verso l’altro a lui finora sconosciuti.

Entra nel mondo adulto Fúsi, impara a prendersi cura di qualcuno sapendo di non ricevere nulla in cambio, si adopera con le sue doti da tuttofare e il mondo intorno a lui sembra dirgli che è la strada giusta. Un nuovo gruppo di colleghi che lo coinvolgono e lo rispettano; una inaspettata e pacata fermezza nel contrastare la madre; la consapevolezza nuova di non essere il solo, nelle solitudini e nelle sofferenze.

A volte pensiamo di potergli vedere l’anima talmente da vicino riusciamo a guardarlo negli occhi, ed è nella sua anima che abita la verginità e l’imponenza del suo corpo è solo necessaria a racchiudere e proteggere un animo troppo gentile e puro.

Una favola sulla maturazione, tenera e coinvolgente, “Fúsi” ci suggerisce che non è mai troppo tardi per emanciparsi da una condizione di isolamento, geografico e personale, che solo le connessioni con altri esseri umani affrancano da questi isolamenti e che è sempre possibile trovare il coraggio di salire su un aereo e decidere di allontanarsi dalla propria personale Islanda.


Virgin Mountain (Fúsi) – Islanda, 2015
regia di Dagur Kári


Passeri

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Capaci di adattarsi ad ambienti diversi, stazionari, socievoli; fragili, ma dalla voce squillante e allegra. Passeri.

Dalla capitale, Reykjavík, alla penisola di ghiaccio e fuoco, Westfjords. Islanda. Dalle tante possibilità offerte dalla città, ai paesaggi sconfinati e stranianti del nord ovest. Dalla casa calda e accogliente della mamma a quella caotica e promiscua del papà. E’ il trasloco di Ari, adolescente ancora nel guscio, dalla voce soave e la vita da scoprire.

Westfjords è per Ari il ritorno ai luoghi dell’infanzia, la nonna, i muri dismessi e protettivi della scuola, la ragazza con cui è cresciuto, Lára.

Nell’eterna luce dell’estate nordica, in attesa di cominciare la scuola, Ari cerca di trovare il suo spazio e  accettare i modi e lo stile di vita di un padre perso nell’autocommiserazione e nell’alcol. Si lascia amare dalla nonna e accetta le indicazioni paterne del suo datore di lavoro. Socializza per quanto possibile con i suoi coetanei, così simili a lui e allo stesso tempo distanti anni luce.

Non canta più Ari, se non quando è solo, al riparo da chiunque lo possa sentire, da chiunque non sia in grado di capirlo. Canta per la nonna, quando lei ormai non c’è più.

Abbandonato dalla madre, abbandonato dalla nonna, mai veramente avuto dal padre, Ari è allo sbando, silenziosamente. Silenziosamente e senza ribellarsi, quasi incapace di capire quale sia la sua volontà, diventa uomo. Nel momento peggiore e nel modo peggiore. E da quel momento, i suoi primi passi verso la maturità procedono parallelamente alla progressiva discesa negli inferi dell’età adulta.

Un mondo capovolto, dove gli adulti sembrano poter vivere solo di eccessi e gli adolescenti potrebbero essere gli adulti se solo non fossero troppo fragili da diventare vittime sacrificali. Abusati fisicamente e psicologicamente, desolati e vulcanici come il paesaggio in cui vivono, è negli adolescenti tutta la luce del sole di mezzanotte.

Ari “firma” il suo passaggio alla maturità proteggendo la ragazza che ama e facendosi così carico di tutta la brutalità che li circonda. Ma l’adolescente che a ragione vorrebbe continuare a essere, è alla disperata ricerca della protezione e dell’affetto di un adulto. E lo va a mendicare, come se dei passeri gli restasse solo la necessaria ricerca di un nido, beccando le briciole dell’amore a lui dovuto.


Passeri (Sparrows) – Islanda, Danimarca, Croazia 2015
regia di Rúnar Rúnarsson


Manchester by the Sea

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La terra gelata dal freddo inverno del Massachusetts non concede deroghe, è impenetrabile, non si può scalfire, tantomeno è possibile scavarla per permettere a un corpo di trovare pace. Jon Chandler non può essere sepolto in inverno.

Lee Chandler tutti i giorni pazientemente spala la neve dall’ingresso del suo monolocale interrato a Quincy, silenziosamente fa il suo lavoro, ripara, aggiusta, sostituisce, sgombera; le docce, i tubi, le guarnizioni, le cantine, di condòmini invadenti, indiscreti, soli, forse. A Lee non interessa, niente lo smuove o lo fa sorridere. Vive per concedere a se stesso il tempo di punirsi, ancora e ancora.

Punirsi per l’azione che per legge non può essere punita. Una dimenticanza fatale in una notte tanto vivida nel ricordo quanto tragica nelle conseguenze, una notte dove tutto finisce, le sicurezze, gli affetti, l’amore per se stesso. Quello che non finisce mai è l’amore per chi non c’è più, andato via per sempre o per l’impossibilità di fare altrimenti.

Anche Lee va via, lontano da Manchester-by-the-Sea. Lontano dal fratello Jon, il nipote Patrick e Claudia Marie.

Ma adesso Jon non c’è più, in un gelido limbo frigorifero in attesa che la primavera ammorbidisca la terra, mentre Patrick reagisce con tutta la fragile potenza dell’adolescenza, vitalità, contraddizioni, dubbi. Superstite allo sbando, Patrick sta per perdere tutto, anche Claudia Marie. La barca che porta il nome della nonna, la casa accogliente dove il suo rapporto con il padre e lo zio si è consolidato, dove il suo amore per il mare e la pesca è nato e cresciuto, dove il suo spirito ha trovato gli spazi che non poteva avere in una casa troppo in disordine, troppo sporca, troppo ingombrata dall’assenza di una madre presente solo a se stessa.

Lee è il tutore scelto da Jon per il figlio, forse nella speranza di restituire al fratello un pezzo di vita. Ma la corazza di Lee è gelida e impenetrabile come la terra in cui Jon non può essere sepolto; in bilico tra ciò che è giusto per se stesso e per il nipote, prigioniero dei limiti cui non riesce a far fronte, all’arrivo della primavera la terra può essere scavata, la sua corazza concede una possibilità al compromesso.

Nei silenzi di Lee ci perdiamo. Ne siamo partecipi, sentiamo la sofferenza, vorremmo trovare le parole da fargli dire, ma non ce ne saranno mai di appropriate. E i silenzi sono l’unico modo con cui lui può reagire e sopravvivere privandosi di qualsiasi vitalità, giorno dopo giorno. Lo scontro con il nipote Patrick è un non-scontro, tacitamente uniti da sempre, accomunati dal dolore e da un legame che nessuna distanza geografica può spezzare.

Intenso e commovente, Manchester by the Sea procede per sottrazione, ridotto all’osso, sentiamo tutto, il freddo, la sofferenza, l’incapacità di un uomo di continuare a vivere senza riuscire a punirsi a sufficienza, l’amore che resta nonostante tutto.


Manchester by the Sea – Stati Uniti, 2016
regia di Kenneth Lonergan


Il cittadino illustre

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Una gomma a terra e Daniel e il suo Caronte restano bloccati, senza i mezzi per comunicare con anima viva; i fari della macchina, persa in mezzo al nulla tra l’aeroporto di Buenos Aires e Salas, illuminano solo metà del volto di Daniel Mantovani, l’altra metà è immersa nella tenebre mentre lui racconta una delle storie dei suoi libri. E’ una storia vera o di fantasia?

Scrittore per mestiere Daniel, con i suoi romanzi ha portato Salas al mondo e il mondo ha potuto vivere le sfaccettature più diverse di quel microcosmo. Esiliato per scelta Daniel nella sua casa prigione di Barcellona, da dove rifiuta categoricamente i tanti inviti a cerimonie, letture, interviste, che Nuria gli elenca pazientemente. L’assegnazione del premio Nobel per la letteratura lo ha condannato artista di ”comodo”, con più niente da dire e domandare.

E’ l’invito che arriva da Salas, luogo fuggito molti anni prima perché “da lì I miei personaggi non erano capaci di andarsene e io di tornarci”, l’unico che con sua stessa sorpresa accetta; consapevole di aver sempre desiderato tornare essendo solo occhi per evitare il dolore, decide di tornare sul serio.

E torna da vincitore, portato in trionfo e adulato, finché il microcosmo si afferma esattamente per ciò che è sempre stato. Salvo brevi attimi di riparo con qualche anima docile e disponibile, atteggiamento quasi di rivolta alla trappola vissuta quotidianamente, le tenebre di Salas si rivelano. Un paese congelato nel tempo e nello spazio, vittima di un passato tutt’altro che glorioso e al tempo stesso nostalgico di quel passato; ambivalente. Luci e tenebre.

False luci e tenebre Antonio, amico d’infanzia che vive la sua rivincita personale. False luci e tenebre il sindaco; il medico. Caleidoscopio di grettezza umana Salas. Grettezza che Daniel polarizza; per essere riuscito a scappare dalla prigione paese, per aver messo quella prigione paese nero su bianco, rendendola possibile al mondo o semplicemente cristallizzando quella realtà agli stessi protagonisti.

E se la scrittura si presenta come unica via di fuga da situazioni kafkiane anche a distanza di quarant’anni per un giovane scrittore in erba con stile kafkiano, è sul confine tra realtà e finzione che ci fermiamo, chiedendoci se stiamo assistendo al dispiegarsi della realtà o stiamo leggendo la storia di quella che, solo probabilmente, è una storia reale. Realtà e finzione.

Borges, citato più volte in contrapposizione a Mantovani come famoso scrittore argentino a non aver ricevuto il premio Nobel, immaginava il paradiso come una biblioteca. Simbolicamente la biblioteca è l’inferno figurato di Mantovani, il reale invece gode della luce del giorno; piani ben distinti della sua casa prigione. Ma è proprio sulle orme di Borges che Daniel Mantovani sembra costruire la sua tela. E’ lo scrittore a creare la storia, o la storia crea lui? Il ritorno di Mantovani a Salas è solo una coincidenza?

La realtà non esiste, non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni. Ma anche fosse tutto reale, un artista avrebbe per questo minor valore? (Daniel Mantovani)


Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre) – Argentina, Spagna, 2016
regia di Gastón Duprat, Mariano Cohn


Paterson

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Sono i sogni di Laura che creano la possibilità nelle giornate di Paterson? La possibilità di vedere concretamente un sogno attraversare la strada, scendere dall’autobus, aspettare in macchina. La possibilità di contribuire a tutti quei sogni, l’opportunità di vederli crescere.
E’ la capacità di Paterson di vedere tutto in versi ad alimentare i sogni di Laura?

Il silenzioso orologio magico di Paterson segna più o meno sempre la stessa ora quando lui si sveglia la mattina accanto alla sua Laura e in silenzio inizia la giornata.
Lui e Marvin si guardano, ma chiaramente non si piacciono.
Conduce l’autobus numero 23 per le strade di Paterson, New Jersey; sentiamo i discorsi dei passeggeri.
Le pause dal lavoro riempiono il taccuino, poche linee si trasformano in poesia.
La sera la cassetta della posta è sempre da rimettere a posto e la parete delle celebrità al pub riserva sempre qualche nuovo aneddoto sulle personalità nate o vissute a Paterson, New Jersey.
Come nella poesia che ascoltiamo dai suoi pensieri, Paterson beve una birra, guarda il fondo del bicchiere ed è contento.

Accompagnato dalle geometrie in bianco e nero di Laura e dai grugniti del bulldog Marvin, di cui si prende cura con serena indulgenza, Paterson crea bellezza che condivide solo con la sua musa. E anche quando il suo mondo crolla, come fosse una punizione per la scelta di vivere in un ventunesimo secolo retrò, gli viene donata una pagina vuota e le infinite possibilità che essa presenta.
Perché Paterson è l’adolescente seduta su un muretto in attesa della mamma o il turista giapponese che ti dice che “La poesia tradotta è come fare la doccia con l’impermeabile”. Perché la poesia è essenza. E a tutti noi è data la possibilità di cercare l’arte e la poesia nella cose della vita.

Fluttuiamo in un’atmosfera di semplice bellezza quasi surreale; ci divertiamo ad ascoltare i due ragazzini in fuga di Moonrise Kingdom (di Wes Anderson, 2012), adesso adolescenti e ultimi anarchici in città, mentre discutono del famoso anarchico che proprio a Paterson, New Jersey, ispirò la ribellione degli operai della seta all’inizio del ‘900; ci culliamo nella possibilità reale dell’amore tra persone che si accettano per quel che sono, senza giudicarsi, bulldog compreso.

Ispirato dai versi e dall’arte dei poeti legati a Paterson, New Jersey, il film è un tenero omaggio alla capacità di creare il bello dalla quotidianità, alla poesia come ispirazione di vita e non mestiere; celebrazione della parte nascosta, del “non evidente”, delle piccole cose che seppur all’apparenza insignificanti, sono parte intrinseca della vita stessa.
Paterson è poesia in immagini.


Paterson – Stati Uniti, 2016
regia di Jim Jarmusch


Captain Fantastic

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“Se dai per scontato che non esista alcuna speranza, farai in modo che non ci sia speranza. Se dai per scontato che esista un istinto verso la libertà, che ci sia un’opportunità per cambiare le cose, avrai la possibilità di contribuire a creare un mondo migliore.” (Noam Chomsky)

Un paradiso in mezzo alla foresta degli Stati Uniti nord occidentali, una piccola città stato ideale; dove ci si allena, si caccia, si coltiva la terra, si studia, ci si confronta democraticamente, si improvvisano jam session alle luci di un falò e si celebra la nascita di Noam Chomsky. Arte e cultura, essere umano e natura in profonda connessione.

E’ l’utopia autosufficiente di Ben e Leslie Cash, creata per far crescere i loro sei figli in maniera indipendente dal mondo esterno. Sei figli meravigliosi, atletici e istruiti, senza distinzione di età; Zaja, una delle più piccole, conosce Pol Pot come il primogenito Bodevan dialoga di Trotsky e Mao.

Ma l’autosufficienza dal mondo esterno non garantisce l’immunità alle sue influenze e la vita sconosciuta ai giovani Cash irrompe nel loro mondo con la perdita più grande. Inizia così il viaggio; in New Mexico per onorare la volontà della persona più cara, per riprendersi ciò che si è perso.

Un viaggio che svela, e culmina nella ribellione definitiva di Rellian, il provocatore che mette tutto in discussione e scardina lo status quo; nell’autodenuncia di Bodevan e del suo desiderio di frequentare un college per il solo motivo di poter entrare in contatto con il mondo “reale”; nella linea sottile che intercorre tra preparare un figlio al suo futuro seguendo regole antiche e l’abuso di minore.
Un viaggio che culmina nella consapevolezza che per quanto condivisa, l’utopia grava come un macigno.
E quando sembra che per Ben non ci sia più nessuno da guardare, controllare, seguire amorevolmente dallo specchietto retrovisore di Steve, i legami si rivelano per quello che sono.

Brillante e commovente, stravagante e toccante. Lungi dal celebrare l’utopia di Ben e Leslie come perfetta, Captain Fantastic sollecita riflessioni profonde sull’educazione e il sistema educativo, sull’importanza del pensiero critico, sulla decadenza del modello di società statunitense, e occidentale, rispetto a socialità, istruzione, consumo di cibo.

Ben Cash è Captain Fantastic, supereroe con il potere di credere nell’utopia e nella possibilità di realizzarla concretamente; un’utopia meravigliosa, ma fantastica, non reale, seppur non meno reale del mondo reale.
Il supereroe però non fallisce mai, capita che debba adeguarsi, fare degli aggiustamenti, ma il suo potere resta intatto, perché “Sono le nostre azioni a definirci, non le nostre parole” e la tribù Cash lo sa.


Captain Fantastic – Stati Uniti d’America 2016
regia di Matt Ross


Io, Daniel Blake

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“Io Daniel Blake sono un cittadino, niente di più, niente di meno”.

Ci sono tanti pesciolini che nuotano nell’appartamento di Daniel Blake; i pesciolini che nuotavano nell’oceano della testa di Molly, sua compagna di vita.

Molly non c’è più e Daniel, carpentiere alla soglia dei sessant’anni e della pensione, dopo anni di onesto lavoro e un infarto, ha bisogno di chiedere aiuto al governo.

Un sussidio di malattia. Un’odissea a Newcastle; un’incursione in una curva spazio temporale di un universo parallelo. E’ ciò che vive Daniel Blake, tra telefonate che non arrivano e lettere che invece arrivano anche se non dovrebbero; moduli e candidature da compilare online come se fossimo tutti dei “nativi digitali” anche se nati negli anni ‘50; professionisti che svolgono un lavoro di utilità sociale senza avere come scopo ultimo l’interesse delle persone a cui si rivolgono.

All’ufficio di collocamento, luogo simbolo dell’incompetenza governativa e del limbo di troppe persone,  l’odissea di Daniel incontra quella di Katie, mamma single di due taciturni e giudiziosi bambini, silenziosamente irrequieti.

Quattro vite sospese, in caduta libera verso esistenze che nei piani del “sistema” devono essere private anche del rispetto che un essere umano ha per se stesso. Ma nelle difficoltà Daniel e Katie si aiutano e si sostengono, creando un legame che nessun gelido e impersonale sistema può scalfire.

La lotta di Daniel e Katie è quella che ognuno di noi potrebbe trovarsi a dover combattere; il racconto di questa lotta, attraverso la quotidianità della sopravvivenza e della ricerca di un futuro migliore, è schietto e potente nella sua semplicità.
Diretto e commovente, lo sguardo di Ken Loach sui suoi protagonisti è un atto d’accusa contro l’Inghilterra delle privatizzazioni e della bedroom tax; radiografia di un paese e di un’Europa nella morsa dell’austerity che assolve i ricchi mentre porta avanti la sua propaganda contro i poveri e i disoccupati.
Uno sguardo che denuncia il dissolvimento dell’unico legame che ci identifica come specie sulla terra, l’umanità.

Ma è proprio in questo legame che dobbiamo riporre la speranza. E nella solidarietà che è possibile trovare anche in persone distanti da noi, un giovane che traffica in scarpe da ginnastica per sbarcare il lunario, una bambina che prepara il cous cous, un’impiegata che sfida le regole per potersi rendere veramente utile. Nei giovani, con cui Daniel sembra avere un rapporto speciale.

Negli esseri umani, gli unici capaci di fare la vera differenza.


Io, Daniel Blake – Regno Unito, Francia, 2016
regia di Ken Loach


Mine

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“Anche la strada sbagliata può portare a casa”.

Un soldatino inginocchiato nella posizione di tiro; tanti soldatini inginocchiati nella stessa posizione, mentre mirano al bersaglio e stanno per sparare, o forse hanno già sparato. Mike ne trova più di uno durante la sua permanenza forzata nel deserto.

Il soldatino è lui, tiratore scelto dei marines capace di stare immobile ore per professione; costretto a restare immobile ore per salvarsi la vita. Una missione nel deserto dell’Afghanistan durante la quale la sua sicurezza vacilla, i dubbi morali hanno la meglio sulla disciplina, qualcosa si incrina e lui e il suo compagno devono mettersi in salvo.

Ma il deserto è grande, le tempeste di sabbia sono protagoniste, il vento cancella le tracce, sposta le dune. I due militari si trovano in un campo minato e Mike resta completamente solo in quel campo, con un piede su una di quelle mine. Cosa fare? I soccorsi non arriveranno molto presto, le risorse sono scarse e l’ambiente inclemente, la natura feroce. Lui resta immobile.

Nonostante le tempeste di sabbia e il caldo, nonostante il freddo e i predatori affamati che gli girano intorno di notte. Nonostante un berbero solitario continui a dirgli di andare avanti, di fare quel passo perché “anche la strada sbagliata può portare a casa” e lui ne è la dimostrazione.

Il deserto diventa la gabbia di Mike, ma anche la sua zona di comfort; proporzionalmente alla vita scelta, fatta di partenze e grosse assenze per le persone a lui vicine, fuga da una realtà che richiede troppo coinvolgimento emotivo e scelte da compiere, il deserto è lo stallo definitivo che gli permette di vivere eternamente nel passato, soffrirne, e non risolversi.
Una bambina dal sorriso grande e gli occhi consapevoli lo protegge.

Siamo immobili con Mike in quel deserto. Le mine da cui il protagonista è circondato sono i ricordi, le situazioni, gli affetti, i traumi che ci inchiodano a un momento specifico della nostra vita e ci impediscono di  andare avanti. Fare un passo può rendere liberi, dal passato, dalla paura di non dover soffrire più; ma quanta guerra costa quel passo?

Mine, ordigni esplosivi concreti o simbolici; Mine, pronome possessivo inglese che concentra tutta l’azione su Mike. E’ proprio il titolo che racchiude tutto l’universo del film, esordio italiano internazionale, lucido e abile nel costruire la narrazione di un mondo interiore tormentato e assoluto dominatore di una vita.


Mine – Stati Uniti, Italia, Spagna, 2016
regia di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro


Café Society

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“La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo”.

C’è anche “La signora in rosso” di Robert Florey tra i tanti film che Bobby e Vonnie vanno a vedere nelle magnifiche sale hollywoodiane durante i pomeriggi trascorsi insieme.

Siamo nel 1935 e Bobby Dorfman, giovane e timido newyorkese trapiantato a Hollywood alla corte dello zio Phil, agente delle star del cinema, si innamora perdutamente di Veronica “Vonnie” Sybil, dolce e gentile segretaria dello zio, disillusa dal sogno hollywoodiano, con i piedi ben piantati per terra e il cuore in sospeso.

Bobby, figlio di una comica e litigiosa coppia di ebrei del Bronx, fratello minore di Evelyn, maestra elementare sposata con un mite intellettuale e di Ben, gangster di professione che persuade presunti soci e non a suon di colate di cemento, si adatta velocemente alla nuova situazione, aiutato da Vonnie e dai ricchi e potenti amici dello zio. Ma quando una lettera d’amore di Rodolfo Valentino riesce a svelare e risolvere un insospettabile triangolo amoroso, Bobby fa ritorno nella sua New York dove aiuta il fratello ad avviare l’Hangover night club, che sotto la sua direzione e grazie alle influenti amicizie hollywoodiane, diventa presto punto di ritrovo per attori, politici, modelle: la Café Society. Ed è durante una serata di lavoro al club,  intensa e affollata come tante altre, che il passato di Los Angeles torna da Bobby.

Divertente e sofisticato, Café Society gioca, con spirito e senza autocommiserazione, con i cliché legati all’industria cinematografica “malvagia e noiosa, cane-mangia-cane” e alla religione ebraica, per la quale si rimpiange la mancanza del credo nell’aldilà, cosa che garantirebbe molti “clienti” in più.
Contemporaneamente, strizza l’occhio a una dolce malinconia per gli anni d’oro del cinema, all’implacabilità del fluire del tempo e alla conseguente nostalgia per ciò che non c’è più o che rimane “in potenza”; forse anche alla nostalgia per l’unica epoca in cui un giovane poteva indossare un completo color burro d’arachidi e risultare comunque attraente.

Del racconto Woody Allen si riserva la parte del narratore, ci accompagna attraverso tutti i capitoli di questo libro a immagini e si riflette nelle debolezze e nelle isterie del suo protagonista, dolce come un cerbiatto, ma abile nell’adattarsi e sfruttare le risorse a sua disposizione.

Negli anni d’oro di Hollywood gli amanti protagonisti di Café Society, nostalgici, reali ma irrealizzabili, sono intrappolati nella lacrima d’oro che riga la guancia dell’elegante donna sulla locandina del film; legati per sempre e destinati a vivere una presenza che travalica lo spazio.


Café Society – Stati Uniti, 2016
regia di Woody Allen


L’inizio del cammino

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“Qualunque cosa accada, la vita va avanti.”

Siamo nell’outback australiano, siamo in una ricca città australiana; sentiamo un didgeridoo in sottofondo, ma anche il segnale distorto di una radio, il traffico dell’ora di punta, gli esercizi di fonetica in una classe femminile. Tutto si confonde e si mischia, tutto è interferenza.

“Fate il vostro gioco” dice una voce in francese, e il gioco delle vite continua come sempre, perso nella routine ufficio-casa, scuola-casa, nella cornice di una vita borghese. Un papà, un giovane fratello e una sorella adolescente; una mamma, anche lei in sottofondo.

Ma in un giorno qualunque qualcosa sconvolge la routine e i due fratelli si ritrovano persi nell’outback, senza acqua né cibo, senza gli strumenti per sopravvivere in un ambiente per loro ostile; la sorella cerca di accudire il fratellino, cerca di proteggerlo e di nutrirlo.

Il loro cammino verso una sperata salvezza incrocia però quello di un giovane aborigeno; per lui è il cammino verso l’età adulta, il walkabout, il rito di passaggio, il momento della vita in cui la tradizione vuole che si lasci tutto per imparare a vivere autonomamente delle risorse che madre terra concede, facendo affidamento solo sulle proprie forze. E lui lo fa, provvede per se stesso e per i due giovani fratelli dispersi.

I tre ragazzi vivono nella stessa terra, ma in due mondi separati, due mondi troppo diversi e lontani; non si possono parlare, ma si capiscono. Se il fratellino, ancora libero, nell’età dell’innocenza che non ha bisogno di canoni definiti per connettersi con la natura, riesce a comunicare verbalmente in qualche modo con l’aborigeno, la sorella instaura con lui un feeling emotivo, i due estranei condividono l’adolescenza, età della passione e della vulnerabilità.

Ma un mondo ne schiaccia un altro e schiaccia le vite delle persone che vi si sottomettono.

Con uno scarto generazionale, arriviamo alla fine con la scena iniziale; nel mezzo, la scoperta della vita e la rinuncia a essa.

Ossessionante, crudo, malinconico, potente, L’inizio del Cammino ci parla del rito di passaggio di tutti noi, di quanto l’ambiente in cui viviamo interferisca sulle nostre scelte, dell’impossibilità di comunicare o della difficoltà di comunicare in seguito alla corruzione che deriva dal crescere e diventare adulti in una società che non segue le regole della natura; ma anche del mistero della comunicazione, della magia che si può creare in situazioni  non condizionate da interferenze sociali.


L’inizio del cammino (Walkabout) – Australia, Gran Bretagna, 1971
regia di Nicolas Roeg


Segreti di famiglia

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“Qualche volta, quando ho le cuffie, penso di respirare troppo forte. Allora smetto, ma quando riprendo è ancora più forte.”

Una pagina del New York Times girata con superficialità. In quella pagina una foto, un campo profughi in Afghanistan. Una foto per cercare di descrivere la vita in guerra di troppe persone; una foto con implicazioni sulle vite di tante altre persone. Ma non ci si sofferma su quella pagina, notizie e immagini a cui sembriamo assuefatti o che ci sembrano troppo lontani da noi per meritare attenzione.

Quell’immagine è di Isabelle, famosa fotografa di guerra; professionista insaziabile che non si è mai sentita autorizzata a essere presente, a vedere e documentare il dolore delle persone; tormentata dalla portata morale delle sue azioni. Le foto hanno il compito di raccontare la storia delle persone? Sono un mezzo, devono usare le persone e il loro dolore per raccontare e fare arrivare al “pubblico” qualcosa di più grande e importante? Lei non pensa di avere il diritto di stare lì, e forse da nessun’ altra parte.

Nel momento in cui Isabelle decide di non raccontare più attraverso i suoi scatti, decide anche di morire e la sua scelta di morte, così come la sua scelta di vita, si abbatte sulle persone a lei più vicine. Gene, marito passivo, deluso dal non essere stato corrisposto nelle rinunce fatte in nome del matrimonio; Jonah, primogenito cresciuto troppo velocemente nel tentativo di raggiungere la grandezza della madre; Conrad, secondogenito adolescente, vive con la sua immaginazione, vede la madre ancora accanto a lui e riesce a far parlare il suo silenzio, più forte delle bombe. Conrad trasforma la sua sofferenza in racconto e concede alle possibili gioie dell’adolescenza di entrare nella sua vita.

E’ Conrad che ci guida. In sogno vede tornare la madre dall’Africa per la mostra a lei dedicata, è  accompagnata da un bambino, e sono le centinaia di bambini che da piccolo voleva che la madre portasse via dai luoghi di guerra, ma questo bambino è la nuova Isabelle e ha dentro di se’ tutta la saggezza di una vita.

E’ la guerra che si vive nell’intimo  più forte delle bombe; la consacrazione al proprio istinto e la dedizione nell’assecondarlo; ciò che fa rimanere fedele a se stessi. Isabelle e Conrad.


Segreti di famiglia (Louder Than Bombs) – Norvegia, Francia, Danimarca, Stati Uniti, 2015
regia di Joachim Trier


L’uomo che cadde sulla Terra

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“Io non sono uno scienziato, ma so che tutto inizia e finisce nell’eternità”.

Il quadro raffigurato nel libro che il professor Nathan Brice riceve in regalo dal figlio per il suo compleanno; è‘ la “Caduta di Icaro” di Pieter Bruegel Il Vecchio.

Icaro. Thomas Newton.

E’ un essere strano Newton, leggero, etereo, impossibilitato a provare odio.

Come nel dipinto di Bruegel, dove tutto resta immobile, calmo e indifferente, il paesaggio, il cielo, le attività umane; tutto resta immobile nonostante si stia verificando un evento straordinario, un uomo è caduto dal cielo e sta annegando. Così è per Newton. Nulla si modifica intorno a lui, la macchina da guerra umana è implacabilmente in moto secondo logiche e prassi che sembrano assodate e perfettamente normali; è a lui, in balia di queste prassi, che sta succedendo qualcosa di extra ordinario e terribile.

Icaro annega nell’indifferenza di tutti. Un uomo passeggia solitario in prossimità di una casa su un lago in un altro dipinto, anonimo, appeso alla parete di un’anonima camera d’hotel al confine con il New Mexico. Due dipinti per un destino.

Newton ha un compito da portare a termine, per farlo mette in atto il suo piano e diventa ricchissimo; passano i mesi, gli anni, ci sono persone che lavorano per lui, c’è una donna che lo ama.

Ma forse nulla si può contro gli esseri umani, gli stessi capaci di corrompere i loro corpi e le loro esistenze abdicando alla preziosa fonte di vita a loro disposizione in favore di ben altri “nutrimenti”. Newton come Icaro si è avvicinato a una forza per lui insopportabile.

Basato sull’omonimo romanzo di Walter Tevis del 1963 L’uomo che Cadde sulla Terra è un film disarmante; poesia dell’”essere” che potrebbe essere, brutalità di ciò che la “civiltà” può rappresentare, storia d’amore senza tempo.

E Thomas Newton è il te stesso alieno che vorresti aiutare a non cedere, a non lasciarsi corrompere; è il te stesso cui vorresti poter ridare la libertà, cui vorresti ridare gli occhi, gli occhi con cui vedeva la terra prima di incontrare i terrestri. E’ il te stesso impotente, che non può aiutare né aiutarsi.


L’uomo che Cadde sulla Terra (The Man Who Fell to Earth) – Gran Bretagna, 1976
regia di Nicolas Roeg


La vita è facile ad occhi chiusi

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“Ci sono canzoni che ti salvano la vita.”

Il regime di Francisco Franco, John Lennon e Antonio, professore di inglese ad Albacete, Spagna; cos’hanno in comune?

Antonio è un professore originale e anticonformista che insegna inglese ai suoi alunni utilizzando le canzoni dei Beatles; Belén e Juanjo sono due anime in fuga, rispettivamente da una società che non accetta la maternità fuori dal matrimonio e da un padre autoritario.

Le loro vite si incontrano sulla strada per l’Almeria, dove Antonio è risoluto a incontrare John Lennon, in Spagna per girare il film Come ho vinto la guerra (1967), e chiedergli di correggere il quaderno dove traduce per i suoi alunni i testi delle canzoni dei Beatles.

Il titolo del film riprende il verso “Living is easy with eyes closed” della canzone “Strawberry fields forever” dei Beatles, scritta da Lennon durante il suo soggiorno in Almeria; il verso è emblematico nel contesto narrativo del film e racchiude perfettamente la condizione esistenziale generata dalla dittatura franchista. Ognuno dei personaggi incarna in qualche modo una forma di ribellione all’ordine costituito e l’on the road per raggiungere l’Almeria non sarà per loro soltanto un viaggio geografico.

In questo scenario Antonio, anima candida dal “cuore gigante e più solo di un eremita”, che ogni sera prima di dormire legge una poesia per togliersi di dosso la sporcizia del giorno, “come una doccia”,  è il lone ranger che viaggia, si prodiga per il prossimo e riesce a realizzare il suo sogno.

Con pochi dettagli David Trueba riesce a ricreare il contesto storico del regime, una Spagna che sembra rimasta al 1936 anche se siamo quasi negli anni ’70, e allo stesso tempo ci fa respirare l’aria dei tanti spaghetti western girati nei territori desertici del sud della Spagna rievocati anche grazie alla colonna sonora firmata da Pat Metheny, a sua volta coinvolto dall’amico Charlie Haden perché impossibilitato a portare a termine il lavoro.

Il film si basa su una storia vera, il professore di inglese esiste, ha avuto il suo agognato incontro con John Lennon e forse proprio grazie a lui “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles (1967) sarà il primo LP rock a riportare I testi delle canzoni sul retro di copertina.

Aggiungendo elementi autobiografici e di fantasia a questa bizzarra storia, David Trueba riesce a creare un racconto delicato e commovente che può facilmente conquistare anche chi non si riconosce tra i milioni di fans dei Beatles.


La vita è facile ad occhi chiusi (Vivir es fàcil con los ojos cerrados) – Spagna, 2013
regia di David Trueba


Taxi Teheran

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Dall’abitacolo di un taxi ci consegna l’Iran.

E’ così che Jafar Panahi sfida il governo iraniano, gli arresti domiciliari e il divieto che grava su di lui di girare film; si inventa tassista per un giorno e il taxi è il microcosmo dei problemi e delle contraddizioni del suo paese.

Proporzionalità delle pene, condizione delle donne, censura alla cultura; tutti temi cari al regista, che ce li racconta con ironia e intelligenza, costantemente sul filo tra realtà e finzione, orchestrando perfettamente il suo cast di non-attori; ed è anche utilizzando la giovanissima nipote come portavoce delle regole cui i registi devono attenersi per non incorrere nella censura governativa e girare così un film “distribuibile”, che Panahi riassume lo stato delle cose e lancia i suoi messaggi.

Al governo, rivendicando con forza il suo lavoro di regista, con riferimenti impliciti ed espliciti a tutti i suoi film precedenti, invisi alle autorità iraniane e per questo causa della sua condanna.

Ai giovani, cui sembra affidare simbolicamente il testimone della lotta per la libertà di espressione  e ai quali lui, con la sua lotta, cerca di aprire la strada affinché abbiano la possibilità di raccontare le loro storie liberamente, senza censure né autocensure; “non lo troverai mai (il soggetto del tuo film) se resti chiuso in casa”, dice a un giovane studente di cinema mentre gli consiglia titoli di dvd pirata da acquistare.

Messaggio ancora più forte è l’immensa opportunità data dalle nuove tecnologie; i punti di vista si moltiplicano, possiamo vedere la realtà attraverso una videocamera, uno smartphone, un tablet eppure siamo sempre all’interno del taxi. Non c’è scampo, il “sordido realismo” tanto temuto dal Ministero per l’Orientamento Islamico non può più essere nascosto.

Poetico, ironico, politico. Taxi Teheran è un film forte nel suo essere semplice e diretto.

Geniale anche nell’autodenunciarsi utilizzatore di film e cd di contrabbando, perché la cultura trova sempre strade alternative da percorrere, Panahi dichiara la sua militanza per un cinema che sia specchio assoluto della realtà, per l’arte come conoscenza a qualsiasi prezzo, anche quello di essere arrestato e interdetto dal fare ciò che più ami.


Taxi Teheran (Taxi) – Iran, 2015
regia di Jafar Panahi


Giovani si diventa

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“– (I giovani) Mi disturbano così tanto che ho chiuso le mie porte
 – Forse dovresti aprire la porta e lasciarli entrare”.
(Il Costruttore Solness, H. Ibsen)

Cosa succede se una coppia di quarantenni, colti e apparentemente realizzati, incontra una coppia di venticinquenni, spavaldi e perennemente in movimento?

Josh è un documentarista in crisi professionale che ormai da anni cerca di realizzare il suo documentario perfetto, che sia materialista e intellettuale allo stesso tempo; genero di un noto e affermato regista di cui ha sposato la figlia Cornelia, a sua volta produttrice cinematografica, Josh confessa di sentirsi come un bambino che imita un adulto.

In concomitanza con l’arrivo del primo figlio per la coppia dei loro migliori amici, Josh e Cornelia virano rispetto al sentiero conosciuto e cominciano a frequentare Jamie, aspirante documentarista generoso e disinvolto e la sua fidanzata Darby, di professione gelataia; una coppia giovane, spensierata e dai gusti old fashioned.

Lasciandosi investire dalle novità, che sia una cerimonia ayahuasca o un party improvvisato per strada e tuffandosi nel passato fatto di vhs, vinili e soluzioni d’arredamento artigianali per cui i loro giovani amici vanno matti, Josh e Cornelia usano Jamie e Darby per ritornare giovani, per sentirsi giovani o forse solo per ricordarsi giovani.

Limitando un po’ l’impatto emotivo straniante dei lavori precedenti, come già in Frances Ha (2014), ma restando fedele al suo approccio antropologico-documentaristico e apparentemente paradossale sulle interazioni umane, ancora una volta Noah Baumbach ci fa fare un’immersione totale nelle assurdità di tali interazioni,  firmando un film che non solo ci mette di fronte alle difficoltà di una coppia alle prese con bisogni inespressi e attese del mondo esterno, esasperata dall’incontro/scontro generazionale con i rappresentanti del “come (forse) eravamo”, ma aggiunge al mix una riflessione sulla possibilità di mantenere la purezza del mestiere in un’epoca in cui tutti possono improvvisarsi registi.

L’anacronismo che vede i quarantenni succubi di smartphone e Netflix e i venticinquenni che vivono circondati da oggetti che arrivano direttamente dagli anni ’70 e ‘80 viene ribaltato dai diversi approcci di Josh e Jamie al mestiere di documentarista: tanto tradizionale e appassionato il primo, quanto calcolatore e spregiudicato nell’utilizzo di tutti i mezzi tecnologici a disposizione il secondo.

Così l’immensa e variegata collezione di vinili di Jamie forse non denota apertura mentale e gusti “democratici“, quanto piuttosto il senso di smarrimento che nasce dall’esigenza di volersi, o doversi, dimostrare all’altezza delle generazioni precedenti, finendo per cercare ciò che di fatto non c’è più nonostante le infinite possibilità a disposizione.

Da questa prospettiva l’amico quarantenne che si prende la briga di leggere “Le creature del buio” di Stephen King alla figlia ancora nel grembo della madre non è poi così noioso.

“Giovani si diventa” (traduzione italiana che stravolge il significato del titolo), è una commedia intelligente e brillante, che indulge sull’accettazione dello scorrere del tempo, lasciando però simbolicamente la porta aperta alla giovinezza, che sia un bambino che gioca con inquietante disinvoltura con uno smartphone, il muro di graffiti su cui si chiude il film o un nuovo giovane capitolo nella vita dei protagonisti.


Giovani si diventa (While We’re Young) – Stati Uniti, 2014
regia di Noa Baumbach


Louisiana (The Other Side)

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“Coloro che si sentono inutili sono tutto per me, coloro che non si sentono amati e che hanno perduto persone care non saranno dimenticati…”.

In questa lettera che l’anziano Jim riceve da una bambina c’è tutta la speranza di alcuni dei protagonisti del film documentario “Louisiana – The Other Side”.

In una delle nazioni considerate più ricche al mondo, in una terra di confine nel nord della Louisiana, zona rurale dove predominano povertà, disoccupazione e droga, una comunità sopravvive e, nonostante tutto, spera.

Mark, collante di una famiglia allo sbando cui, a suo modo, cerca di provvedere; progetta di scontare i mesi di carcere che gli spettano per avere la possibilità di ricominciare in un posto dove non sia la droga a scandire le sue giornate.

Jim e i suoi amici, veterani che “hanno già fatto la loro parte” per il Paese, sperano in un presidente donna, che si occupi dei problemi e delle vite degli abitanti della comunità.

Gruppi paramilitari, ex combattenti ancora in guerra con il mondo, che si preparano al giorno in cui ci sarà la rivoluzione, quando saranno chiamati a difendere le loro famiglie.

E poi, future madri apparentemente senza possibilità di redenzione; madri apparentemente senza una coscienza; bambini apparentemente senza prospettive di un futuro diverso.

Filo conduttore, la consapevolezza di un sogno forse mai esistito, quello di un’America “per tutti” grazie all’elezione del primo presidente afroamericano. Obama è qui oltremodo messo in discussione, con le parole e con i proiettili.

Roberto Minervini, guadagnandosi la fiducia dei suoi non attori (perché di finzione qui sembra non essercene), ci porta in una terra che potrebbe essere una delle tante zone rurali, povere e popolate di disadattati, che tanto piacciono alla propaganda militare per arruolare soldati, persone che di fatto non hanno prospettiva migliore se non quella di servire il proprio paese.

La contraddizione che si innesca tra l’essere bacino di reclutamento per i corpi militari e inevitabilmente in seguito patria di veterani, disillusi e disoccupati, ma pur sempre  fieri patrioti, pare essere un ciclo senza fine di morte e rassegnazione.

Nel raccontarci questa parte d’America attraverso lo sguardo mai invasivo, ma partecipativo, su Mark e la comunità di riferimento e attraverso lo sguardo più distaccato sulle attività dei gruppi paramilitari, con “Louisiana” Minervini porta alla luce le contraddizioni di un paese e di un sistema, firmando un film documentario duro, politico se non nelle intenzioni sicuramente nel risultato.


Louisiana (The Other Side) – Italia, Francia, 2015
regia di Roberto Minervini


The Repairman

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Per rispondere a una semplice domanda, ovvero cosa l’ha condotto all’infrazione che gli ha fatto perdere i punti sulla patente, Scanio inizia da lontano e comincia a raccontare l’ultimo anno della sua vita.

Lui è fatto così, Scanio Libertetti, giovane, ma forse non troppo, ingegnere mancato, amante delle cose fatte per bene, delle cose fatte prendendosi il tempo che serve, perché i dettagli sono importanti.

Tra amici che non mancano occasione per giudicarlo e uno zio panettiere che si prende cura di lui spronandolo e nutrendolo di focacce e brioches, Scanio si muove lentamente nel mondo riparando macchine da caffè; non giudica, non si arrabbia e non sembra voler cambiare le cose, vive le situazioni quasi consapevole del fatto che per lui sia l’unico modo possibile. Ma l’arrivo nella sua vita di Helena, immigrata inglese e anche lei outsider in una provincia popolata di persone che inseguono  ritmi cittadini, sembra mescolare le carte.

In ritardo con la distribuzione nelle sale (il film è datato 2013) e primo lungometraggio di Paolo Mitton, che nei titoli di testa rivendica un racconto autobiografico, The Repairman è una commedia fresca e originale che gioca tanto sulla fisicità del protagonista, quanto sulla sua capacità di vivere serenamente le situazioni più surreali.

Il film diverte, fa sorridere e affezionare a questo personaggio dai piedi a papera. E in fondo Scanio potrebbe essere l’oca che vediamo volare nel film e che si schianta sui fili dell’alta tensione, ma riprende a volare; così Scanio sembra schiantarsi continuamente con il mondo che lo circonda, ma va avanti per la sua strada cercando di attutire e filtrare la realtà, schermando la casa come la vita e perseverando nel suo essere “fuori tempo” anche per la profonda provincia cuneese in cui vive.

Lentezza, diversità, inadeguatezza, vissute o percepite tali, vengono affrontate nel film con spirito leggero e divertito; spirito diverso invece per un altro esordio alla regia del 2013, quello del piemontese Alessio Fava con Yuri Esposito. Entrambi i film, sia pur diversi per genere e  contenuti narrativi, sembrano voler porre l’attenzione sulla possibilità di accettarsi e sull’inutilità di inseguire una “normalità” che rischia di essere una costruzione sociale.

Mitton non fornisce una soluzione o un suo punto di vista preciso sulla bontà o meno dello stile di vita del suo protagonista; come Scanio non giudica.

Viene però da pensare se non sia veramente il caso di abbandonare “il nuovo concetto di Spa” a beneficio delle tradizionali terme e di accogliere uno stile di vita “slow”, magari tra i dolci pendii delle Langhe.


The Repairman – Italia, 2013
regia di Paolo Mitton


Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza)

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“A thing is a thing not what is said of that thing”.

Questo è il memo che Riggan Thomson ha in bella vista sullo specchio del suo camerino al teatro St. James di Broadway.

Lui è una star del cinema, lui era Birdman, supereroe che gli ha regalato fama e soldi, ma a cui ha rifiutato di prestare il corpo per il quarto capitolo della saga per salvaguardare la sua carriera artistica. In perenne conflitto con il suo io hollywoodiano, adesso Riggan è a Broadway, dove vuole dimostrare di essere in grado di fare qualcosa di artisticamente valido confrontandosi con un suo adattamento del racconto di Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. Senza soste lo seguiamo nei giorni che precedono l’attesissima prima.

Sullo sfondo dell’eterna dicotomia cinema-teatro, Birdman (il film) gioca con i cliché sulla superiorità artistica del secondo rispetto al primo, sugli attori e sulle conseguenze della celebrità.

Troviamo così l’attore di Hollywood che vuole costruirsi una credibilità a teatro; l’attore di Broadway, esasperato del “metodo”, sprezzante, o forse invidioso, verso quegli attori che neanche il costumista della pièce ritiene essere tali; ci sono le attrici che non hanno rispetto di sé, e per questo motivo fanno le attrici; i figli trascurati e in cura in qualche centro di riabilitazione; i critici che cinicamente etichettano le produzioni artistiche senza neanche essere andati a vederle.

Iñárritu non risparmia nessuno, dal chirurgo di Meg Ryan al mento di George Clooney, a tutti gli attori cui hanno “infilato un costume”. Non risparmia le frecciate alle produzioni causa del “genocidio culturale” e all’ego degli attori che scambiano l’ammirazione per amore e non conoscono la differenza tra celebrità e prestigio.

Ma in Birdman c’è tanto altro. Nel microcosmo creato da Iñárritu la realtà è presente a più livelli; la realtà della vita nella finzione del teatro e la finzione cinematografica che cerca di raggiungere la verità del teatro; la realtà di Michael Keaton, in passato supereroe sullo schermo, e del suo Riggan che, consapevolmente o no, è uno dei personaggi di Carver che anela ad essere amato per quello che è e anche nel mettere in atto l’azione più disperata ed estrema cui un essere umano può arrivare, fallisce.

La scelta di un apparentemente unico piano sequenza, come la scelta di inserire elementi di lavorazione del film -la voce del batterista in apertura e durante i titoli di coda e la sua presenza in due scene- sembrano essere scelte consacrate alla ricerca di queste realtà; la prospettiva dei protagonisti, la storia nella storia.

Tecnicamente e stilisticamente prezioso, il film è una riflessione sull’ossessione per la visibilità cui tutti siamo soggetti, sulla necessità di emergere ed “essere qualcuno”, che sia grazie a un film o ai social network, sulla necessità di essere amati.

Sicuramente distante dalla produzione precedente di Iñárritu, elemento di connessione è la scelta di un autore come Raymond Carver su cui imperniare il racconto. L’universo umano raccontato da Carver è popolato da anime tanto impotenti e sofferenti quanto quelle fatteci conoscere dal regista messicano con i suoi film.

Per finire, come ennesimo elemento di realtà, e forse stoccata in difesa della settima arte, in chiusura dei titoli di coda vengono quantificati i posti di lavoro creati grazie alla lavorazione e alla distribuzione del film. Forse perché creare film che non vogliono essere parte del genocidio culturale in atto contribuisce a creare valore per fortuna non solo economico?


Birdman o (l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza)
Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) – Stati Uniti, 2014

regia di Alejandro González Iñárritu


Hungry Hearts

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Un avvenimento buffo e imbarazzante, in un luogo tanto improbabile quanto ordinario, fa incontrare Jude e Mina, loro due fra le migliaia di anime sole che popolano New York, e loro si scelgono, scelgono di condividere le loro vite, i loro spazi.

Il lavoro chiama però Mina in un altro paese e lei, straniera per scelta o forse per necessità, è pronta ad andare, ma non Jude, lui non è pronto, sembra cercare un modo per farla restare e improvvisa arriva nelle loro vite la vita. Nel momento in cui si concretizza, la gravidanza di Mina definisce paradossalmente la fine dell’esistenza di uno scopo comune, la coppia cede alle individualità.

Lo scopo di Mina è difendere il bambino che porta in grembo dalla tossicità del mondo, difenderlo dal dolore e dalle sofferenze da cui nessuno ha mai messo al sicuro lei, orfana di mamma e in qualche modo anche di papà. Il bambino deve restare puro, dentro e fuori. E mano a mano che vediamo il bambino non crescere, parallelamente vediamo intensificarsi la volontà di Mina nel perseguire il suo progetto di un mondo “altro” in cui farlo crescere. Jude impotente, ma innamorato di questa donna per la quale sa di rappresentare la sola famiglia possibile, inizialmente la asseconda.

E così, in una città utilizzata forse come simbolo dello straniamento inevitabile a meno di non riuscire a condividere se stessi e non solo vite e spazi, Jude e Mina si muovono di nuovo soli, sfiorano la felicità, ma non sono capaci di condividerla.

Saverio Costanzo ci introduce ancora una volta nel mondo estremo e quotidiano, più di quanto si possa immaginare, di anime tormentate, a disagio con il mondo in cui vivono e con se stesse.

Liberamente ispirato a “Il bambino indaco” di Marco Franzoso, Hungry Hearts non è un film pro o contro la scelta di un regime alimentare o di uno stile di vita, quanto piuttosto una riflessione sulle privazioni e i malesseri che portano alle ossessioni. Lo stile narrativo utilizzato dal regista, che a tratti sfiora il thriller, ci porta nelle ansie e nelle paure che abitano l’angusto appartamento dei protagonisti; ci porta a guardare con distacco questa mamma mentre compie delle scelte non comprensibili e non condivisibili, non possiamo essere empatici verso di lei, ma non riusciamo a colpevolizzarla, perché, chi si prende cura di Mina nel suo cammino verso l’abisso? Chi fa un tentativo di entrare nel suo mondo?


Hungry Hearts – Italia, 2014
regia di Saverio Costanzo


American Sniper

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Il piccolo Chris Kyle è determinato, ha le idee chiare, è obbediente al padre e ne segue le indicazioni senza fiatare perché sa che l’uomo che prende a esempio non può sbagliare, deve essere così: il mondo è diviso in pecore deboli, lupi cattivi e cani pastore. E lui di sicuro vuole essere un cane pastore, dedito alla protezione del gregge. Lo fa con il fratellino. Lo farà per sempre.

L’uomo Chris Kyle dismette i suoi abiti da cowboy texano e si arruola nei Navy Seals in seguito agli attentati terroristici ai danni delle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 1998.

Dio, patria, famiglia. Chris è un cane pastore e non può tirarsi indietro; è un patriota figlio dell’America che fa quello che ritiene giusto per il suo paese, e il suo paese, il più bello del mondo, adesso ha bisogno di lui.

L’addestramento come cecchino, il matrimonio, la prima delle quattro partenze in missione per l’Iraq dopo l’11 Settembre 2001. In Iraq diventa la “Leggenda” perché protegge bene i suo fratelli, gli copre le spalle, si prende cura di loro e presto ci sarà anche una taglia sulla sua testa, ma lui è pronto a rispondere davanti a Dio di ogni cuore cui ha tolto i battiti.

La tempesta di sabbia che si abbatte sui soldati alla fine della quarta missione sembra simbolica; la situazione è confusa, non c’è visibilità, solo sabbia. E’ forse una metafora della condizione di guerra? E’ tutto troppo per dei “soli” esseri umani?

La sensibilità del regista ci offre per questo alcuni spunti di riflessione. Il primo forse è lo stesso “doppio” di Chris, il suo alter ego, cecchino iraniano anche lui convinto di lottare per un bene superiore; ancora, l’epilogo paradossale della storia, che vede il male annidarsi dove mai avresti pensato di doverlo cercare. Non è tutto bianco o nero, non ci può essere distinzione netta tra buoni e cattivi o la possibilità di definirli in base a principi assoluti.

Clint Eastwood non esprime nessun giudizio politico sulla guerra o sugli uomini che la combattono, per scelta o per necessità; nessun giudizio morale che ci dica se lui è pro o contro, ma non è quello l’importante. A venire fuori, al di là della storia personale di un uomo diventato  “Leggenda”, sono gli esseri umani. Quando le cose che vedi e che fai sono veramente troppo oltre il male che potevi solo immaginare? Quando si è sazi di gloria o di vendetta?

Più che giudicare Eastwood ci mette difronte alle conseguenze della lex talionis, occhio per occhio, che nulla porta di buono ai Seals, e sulle conseguenze della guerra, fisiche e psicologiche, che faranno vacillare anche il granitico Chris. Quando la sbornia adrenalinica passa, restano i fantasmi, riappare il dubbio, sale il rimorso per non avere salvato ancora più compagni, rimorso per averne persi altri; Chris troverà la sua salvezza continuando a salvare fratelli in armi, anche se non imbracciando il fucile di precisione.

Bradley Cooper restituisce un protagonista intenso, fragile, robotico; riesce a far convivere le due anime di Chris Kyle, il combattente cane pastore, votato a un patriottismo che probabilmente un non americano non potrà mai capire, protetto da una piccola Bibbia che in realtà non legge, e l’uomo.

American Sniper racconta la storia vera di Chris Kyle, un uomo che si è guadagnato il pane, ma anche forse  il rispetto per se stesso, uccidendo altri esseri umani e racchiude in sé contraddizioni e interrogativi più attuali che mai e Clint Eastwood ci regala ancora una volta un film profondamente umano.


American Sniper – Stati Uniti, 2014
regia di Clint Eastwood


Il Giovane Favoloso

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Il manifesto de Il Giovane Favoloso è capovolto.

E allora quello che abbiamo imparato a conoscere di Giacomo Leopardi forse non è tutto, forse dovremmo rovesciare anche le nostre “certezze” sul poeta e aprirci a una nuova prospettiva, allontanarci dagli stereotipi, farlo uscire dalle antologie di letteratura spesso imposte, di rado cercate.

Nella ricca prigione di Recanati, fatta di libri e mattoni perfettamente allineati come sbarre, Leopardi matura la sua finezza d’intelletto sotto il controllo autoritario del padre e il distacco schiavo delle convenzioni sociali della madre; ma il giovane Leopardi è proteso verso il mondo, brucia di fuoco di vita, si abbandona nella ricerca dell’aria e della luce, cerca la vita che sembra scorrergli accanto e che lui non riesce ad afferrare se non attraverso la sua potenza creativa.

“Odio questa prudenza che rende impossibile ogni grande azione”; è rivolgendosi così al padre e allo zio che Leopardi rompe definitivamente con il passato e lo seguiamo adulto nelle tappe di Firenze e Napoli, dove arriverà la morte.

Ma anche quando ottiene la libertà “fisica” andando via da Recanati, resta prigioniero della perdita della fanciullezza, unica condizione che permette di vivere fino alla morte. Per chi “pensa e sente” non esiste consolazione possibile, non esiste fede o ideologia cui appoggiarsi; l’”Infinito” è la condizione esistenziale, la responsabilità individuale l’unica via.

Il Giovane Favoloso, rigoroso nel rispetto degli eventi, gode di una meravigliosa libertà narrativa;  libertà che solo nella colonna sonora fa fluire e dà voce ai pensieri e ai tormenti del poeta facendo coesistere musiche di Rossini con componimenti del tedesco Sascha Ring, tanto lontani da quel contesto quanto perfettamente in sintonia con l’animo di Leopardi. Un contemporaneo di Leopardi e un nostro contemporaneo, come a voler sottolineare la costante attualità del poeta.

Martone, come fosse un testamento, ci lascia a Torre del Greco con “La Ginestra, o fiore del deserto” simbolo e specchio della condizione umana e del “Secol superbo e sciocco” per un uomo  fuori dal tempo, troppo moderno e lungimirante per essere apprezzato, troppo libero dai condizionamenti ideologici e religiosi imposti dal conformismo della sua epoca; un uomo per il quale la verità può essere trovata solo nell’esercizio del  dubbio.

Il Giovane Favoloso è la poesia di un’anima che esce dai libri e arriva al cuore e alla pancia.


Il Giovane Favoloso – Italia, 2014
regia di Mario Martone


The Look Of Silence

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“Questo è un capolavoro. E’ qualcosa di spettacolare che mi ha commosso; è come guardare i tuoi figli nascere. L’ho amato. Possiede una dignità che va oltre le parole”. (Tim Roth)

Impossibile non fare riferimento al precedente documentario del regista Joshua Oppenheimer; The Act Of Killing (2013) metteva letteralmente in scena le atrocità commesse dai responsabili, tutt’ora impuniti, del genocidio avvenuto in Indonesia nel 1965 e diventava l’occasione per i protagonisti di confrontarsi con i mostri seppelliti dentro di loro, e l’opportunità per un paese e per il mondo per riflettere sulla propria storia e sullo stato delle cose.

Ma dopo cosa succede? Cosa succede a chi sopravvive? O a chi non ha vissuto il genocidio, ma è nato per colmare una mancanza, crescendo in un clima di omertà e terrore? Come ha vissuto e come vive Adi, nato per riempire il vuoto lasciato dal fratello mai conosciuto, assassinato sotto gli occhi di tutto il villaggio. Tutti hanno visto. Tutti sanno. Nessuno è responsabile.

Nel suo processo di guarigione Adi si confronta con gli assassini del fratello. Li guarda, li ascolta, cerca di capire; fa domande che come le sue lenti da optometrista possano aiutare a mettere a fuoco la verità, la coscienza, la storia. E mentre assiste, e noi con lui, alla mistificazione degli avvenimenti e al ribaltamento della storia, come in un mondo parallelo permeato da una moralità “al contrario”, resta impassibile, e ancora, noi con lui.

Ma la speranza è che ogni piccolo passo, ogni sofferenza, possa portare alla redenzione e alla pace.

Legato a The Act of Killing, ma indipendente nel farci percepire la storia dal punto di vista delle vittime, The Look of Silence condivide con il precedente il senso visivo e la modalità per cui, pur non vedendo nessuna atrocità, riusciamo a vederle tutte chiaramente.

Con stile allo stesso tempo delicato e violento, Oppenheimer documenta la storia, le vite che non pensi possano essere reali e si rivelano essere ancora più reali e sconvolgenti.

E’ vero che non ci sono parole “giuste” per esprimere le immagini di questo documentario. E’ lento, ossessivo, silenzioso. Silenziosamente drammatico, come drammatico è il silenzio che circonda tutt’ora le popolazioni dei villaggi. Silenziosamente potente. Necessario.


The Look Of Silence – Danimarca, Finlandia, Indonesia, Norvegia, Gran Bretagna, 2014
regia di Joshua Oppenheimer


Frank

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“Come descrivere Frank?”.

Se lo chiede Jon, ambizioso tastierista dal talento acerbo e forzato, in un immaginario dialogo con i suoi invisibili follower, mentre pubblica l’ennesimo post sui suoi account social.

Tutto inizia proprio quando Jon entra per caso a far parte dei Soronprfbs, eccentrica e sperimentale band capeggiata dal criptico e misterioso Frank, il cui tratto distintivo è indossare una gigantesca testa di cartapesta.

Jon vive nel mondo della realtà percepita come tale solo se postata e degna di “like”; Frank e i Soronprfbs vivono la loro realtà, completamente dedita alla musica, collante di esistenze da outsider.

Jon cerca nella band la sua esperienza formatrice, la sua chance da outsider, convinto che la genialità, la creatività, possano scaturire solo da situazioni di disagio e sofferenza e che la propria incapacità di essere geniale sia causata dal fatto di aver sempre avuto una vita “normale”.

Così, il viaggio che la band intraprende prima per la registrazione del disco e in seguito per esibirsi al prestigioso South by Southwest Festival in Texas, diventa il viaggio della vita, che mette i due protagonisti alle corde, costringendoli a smascherare le loro paure e le loro verità.

Il regista Lenny Abrahamson sostiene che “il film non ci fa oziare in una zona di comfort perché è imprevedibile” (cit.), ed è così; si ride, si sorride e ci si diverte, ci si commuove e vorremmo che quella testa Frank non se la togliesse mai, perché sappiamo che sarebbe troppo doloroso per lui.

Con la stessa delicatezza con cui Lenny Abrahamson ci aveva fatto amare Josie in Garage (2007), ci fa adesso amare e sperare per Frank, riuscendo a comunicare senza morbosità o pietismo il disagio del disturbo mentale.

E così Frank potrebbe essere l’idea della possibilità della purezza della creazione artistica, circuita da un’imprecisata idea di fama e dalla necessità di essere accettati e amati, a costo di comporre un gingle pensando che potrebbe essere la canzone più “likeable” che mai sia stata composta.

Potrebbe essere una poesia sussurrata, ma che irrompe e ti cattura.

Ma d’altronde, “Come descrivere Frank?”.


Frank – Gran Bretagna, Irlanda, 2014
regia di Lenny Abrahamson


Solo gli amanti sopravvivono

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E’ la formella del Ghiberti che ritrae Adamo ed Eva sulla Porta del Paradiso del Battistero di Firenze che attira l’attenzione di Eve.

Adam ed Eve, i primi amanti, gli amanti eterni; in presenza, anche se lontanissimi tra loro. Tangeri e Detroit.

E dalla misteriosa e antica Tangeri Eve viaggia per ricongiungersi al marito nella decadente e abbandonata Detroit, pur sempre pulsante di vita.

Pian piano scopriamo in Adam ed Eve due splendide e affascinanti creature, testimoni e artefici occulti di secoli di arte e conoscenza. E testimoni dell’incredibile ambivalenza degli zombie, gli esseri umani, capaci di grandi bellezze e di terribili atrocità, capaci di distruggere con le loro stesse mani ciò che di bello hanno creato. Capaci di contaminare il loro stesso sangue.

Scopriamo l’esistenza di esseri eterei ed eterni, che chiamano ancora le cose con il loro nome scientifico e le cui creazioni spesso giacciono all’ombra di ben più famosi zombie.

In un gioco di simbolismi, le città riflettono gli umori dei due protagonisti, come la contrapposizione cromatica del loro abbigliamento.

Adam la “canaglia suicida”, la cui sensibilità non riesce più a tollerare il modo in cui gli zombie trattano il mondo.

Eve la luce che completa Adam, che lo sprona ad appigliarsi al bello, che esisterà finché ci sarà acqua sulla terra.

In un’atmosfera vintage e surreale, inevitabilmente notturna, rafforzata da una colonna sonora languida e ossessiva, tra citazioni e rimandi cinematografici, musicali, letterari e scientifici, il film si rivela una ballata romantica; un appassionato omaggio all’amore e alla passione creativa, divertente e incredibilmente ammaliante.

Solo gli amanti dell’amore, dell’arte, della conoscenza, della natura, sopravvivono; gli altri sono zombie senza passione, per definizione vivi solo in apparenza.


Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive) – Gran Bretagna, Germania, Francia, Cipro, Stati Uniti, 2013
regia di Jim Jarmusch


Le Meraviglie

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C’è un cammello nel cortile del casolare dove Gelsomina abita, lavora, vive. Lei è la capofamiglia, l’erede designata di una tradizione forte, cui il burbero padre non vuole rinunciare nonostante quattro figlie femmine. E Gelsomina, con i suoi 12 anni, si guadagna e merita le responsabilità in famiglia e sul lavoro. Ma l’adolescenza urla il suo richiamo, veicolato da un programma televisivo e dall’arrivo di Martin, adolescente tedesco in rieducazione forzata.

Siamo nella metà degli anni ’90 e sulle note di “T’Appartengo” di Ambra Angiolini, Gelsomina sogna un altro possibile futuro, senza il duro lavoro della campagna, senza i pesanti sacrifici richiesti dalla lavorazione del miele. Un futuro lontano dal microcosmo familiare, agreste, poliglotta e autosufficiente, perso tra le campagne dell’antica Etruria.

Ma forse il loro mondo sta per finire? Il consorzio approva l’uso di diserbanti che uccidono le api, la Comunità europea impone nuove norme igieniche e ambientali per la produzione e mancano i soldi per gli adeguamenti richiesti. Lo spiraglio sembra essere il turismo, panacea fin quando, forse, “con i soldi non ci sarà più niente da comprare”.

In un’atmosfera in bilico tra sogno, realtà e reality, il film è una riflessione sulla ricchezza e il mistero delle radici che ci legano a una terra e alle sue tradizioni, anche se non siamo autoctoni;  riflessione sull’impossibilità di preservare qualcosa che inevitabilmente è destinato a evolversi, anche in forme e direzioni che non rispondono ai nostri desideri e alle nostre aspettative.

Riflessione sulla necessità di andare oltre il sogno e realizzare che il cammello non  vuole e non deve stare in cortile.

Opera seconda di Alice Rohrwacher che con l’esordio (Corpo Celeste del 2011) condivide temi, approccio stilistico e modalità narrativa, il film riesce nel fare passare attraverso lo sguardo puro e curioso di Gelsomina il carico emotivo che ruota intorno alle vicende umane e professionali della famiglia, sviluppando armoniosamente il parallelismo che lega l’evoluzione di Gelsomina verso l’età adulta con il destino di una tradizione cui sembra non siano più concessi gli spazi per esistere.

Incorniciata da una fotografia dai delicati colori pastello, Le Meraviglie è bellissima poesia fuori dal tempo, fuori da rigide collocazioni spazio-temporali, e allo stesso tempo asciutta testimonianza della realtà.


Le Meraviglie – Italia, 2014
regia di Alice Rohrwacher


Il venditore di medicine

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Fino a che punto ci si può spingere nel considerare un farmaco alla stregua di un qualsiasi prodotto di mercato?

Bruno, informatore per conto della Zafer, grossa azienda farmaceutica, ha a disposizione molti sistemi per compiacere e convincere medici di ogni grado a “collaborare” garantendo prescrizioni di farmaci Zafer.

A fronte dei continui tagli al personale che l’azienda mette in atto nei confronti degli informatori farmaceutici ritenuti poco produttivi, per assicurarsi il posto di lavoro Bruno deve però diventare “intoccabile”; ha bisogno di conquistare uno “squalo”, un medico, primario in un Policlinico, che possa garantirgli l’ingresso e il monopolio in una grossa struttura sanitaria.

Ma sulla strada per l’intoccabilità c’è la vita che va avanti; un amico malato per cui non si riescono a reperire i farmaci in Italia, una famiglia che vuole crescere.

Ultimo anello della catena produttivo-distributiva del farmaco e pedina di un meccanismo gigantesco fatto di connivenza, corruzione e disinteresse che fa leva su bisogni sociali indotti, Bruno non è immune al fascino del benessere materiale, cartina di tornasole di un benessere percepito come reale.

Il film fa luce su alcuni meccanismi taciti che regolano l’industria farmaceutica e sulle logiche di distribuzione dei farmaci. Nodo centrale della questione è l’inclinazione al compromesso tramite la pratica del comparaggio, unita allo sconcertante sfruttamento del rapporto di fiducia tra medico e paziente, usato come alibi per qualsiasi illecito purché soddisfi le necessità economiche pretese ai vari livelli della catena.

Girato con uno stile asciutto, il film non concede un attimo di tregua nel seguire la discesa di Bruno nell’abisso. Molti i contrasti tra luce e buio che rimandano allegoricamente ai conflitti tra luci e ombre/bene e male che albergano in tutti gli individui e per riflesso nella società.

Preceduto dal premiato Dallas Buyers Club, meritevole a sua volta, seppur in un contesto storico e narrativo differente, di aver messo in luce meccanismi di distribuzione dei farmaci guidati esclusivamente da ragioni di tipo economico piuttosto che di salute pubblica, Il venditore di medicine affonda il coltello nella piaga dell’amoralità sottesa all’arricchimento dell’industria farmaceutica.

Nato da un’esperienza vissuta dal regista Antonio Morabito e basato sulle testimonianze di informatori farmaceutici, Il venditore di Medicine è un potente film di denuncia che sembra suggerire come unica via di salvezza la morale individuale.


Il venditore di medicine – Italia, 2013
regia di Antonio Morabito


Gigolò per caso

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Anche se di fatto “per caso” o per necessità, Fioravante è, come da titolo originale, un gigolò “fading”, come “quelle donne che devono essere guardate, altrimenti si spengono”.

Fioravante, fioraio part-time, all’occorrenza idraulico e tuttofare, lavora anche nella libreria dell’amico Murray, che però sta per chiudere. Per far fronte alla crisi di lavoro Murray propone a Fioravante di formare con lui una società e di cimentarsi nel mestiere più antico del mondo. La strana coppia Murray – Fioravante si ribattezza così Dan Bongo – Virgil a beneficio del “mestiere”.

La delicatezza e la destrezza con cui Fioravante crea i suoi componimenti floreali sono anche le armi inconsapevoli del successo di Virgil con le donne che si rivolgono a lui per colmare i vuoti di solitudine.

In una New York multietnica e dai bellissimi colori autunnali, a ritmo di jazz, tra il variopinto ménage familiare di Murray e la rigida condotta della comunità ebraica ortodossa cui la gentile e silenziosa Avigal, giovane vedova di un rabbino, appartiene, seguiamo l’evolversi del bizzarro business, che proprio l’arrivo di Avigal porterà su strade inaspettate.

Delicata e sofisticata commedia sentimentale, pervasa da una indefinibile saudade; la percepiamo sin dalle prime immagini di apertura, girate come se fossero un filmino familiare; la troviamo nella pudica e garbata sfrontatezza di Virgil, e nella timida e allo stesso tempo potente sinergia che vediamo nascere tra due persone che si trovano, a dispetto delle differenze e delle rigidità emotive cui entrambe sono costrette per motivi diversi.

Pur essendo un film “con” Woody Allen e non “di” Woody Allen, il suo tocco tipico si percepisce a diversi livelli, come se si fosse compiuta una contaminazione con i gusti del regista. John Turturro però non rinuncia e anzi rivendica le sue origini italiane, inserendo molti elementi nella narrazione e affidando, come già successo per il film musicale Passione (2010), due ruoli chiave, montaggio e fotografia, a professionisti italiani. Nello specifico è proprio al direttore della fotografia Marco Pontecorvo, suo amico da anni, che il regista si è ispirato per il personaggio di Fioravante, un “uomo d’altri tempi” (cit. John Turturro).

E forse, come già nel precedente Romance & Cigarettes (2005), non è mai tardi per concedere una possibilità alla possibilità dell’amore.


Gigolò per caso (Fading Gigolo) – Stati Uniti, 2013
regia di John Turturro


Nebraska

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Cosa succede quando un anziano ex alcolista, reduce dalla guerra di Corea, sgarbato e taciturno, decide di voler percorrere a tutti i costi 1400 chilometri per andare a ritirare una presunta e cospicua vincita milionaria?

Da Billings, Montana, fino a Lincoln, Nebraska, attraverso gli sterminati paesaggi del Midwest americano; questo è il lungo viaggio che Woody Grant è deciso a fare, a costo di farlo a piedi; David, suo figlio secondogenito, si convince però ad accompagnarlo nonostante il disappunto della madre.

Quarto lungometraggio girato nel suo stato natale, il Nebraska, cui rende omaggio, Alexander Payne omaggia con questo film anche la carriera di Bruce Dern, capace di dar vita a un personaggio (Woody Grant) in cui convivono ingenuità, purezza, malinconia e rassegnazione per un passato brutale ed egoista.

Payne utilizza ancora una volta il viaggio come percorso parallelo, e forse necessario, alla crescita personale dei suoi protagonisti e fa un affresco delle debolezze umane, che di fatto non hanno una localizzazione geografica precisa; come l’immaginaria cittadina di Hawthorne, città da cui Woody proviene e dove per l’occasione si riunisce tutta la famiglia, che potrebbe trovarsi  ovunque.

Famiglia, parenti vicini e lontani, amici della prima ora che Kate, petulante e vulcanica moglie di Woody, apostrofa come “avvoltoi” che, capovolgendo la realtà, iniziano a vantare crediti inesistenti nei confronti di Woody non appena la notizia della vincita milionaria si sparge in città.

Il regista sceglie un bianco e nero quasi “morbido” per raccontarci questa storia; inquadrature fisse e primi piani per scavare nel profondo dei personaggi; scelte stilistiche che sembrano voler  accentuare la malinconia e le inquietudini che tormentano i protagonisti.

Mettendo Woody al centro di questa diatriba di interessi economici, il regista ne costruisce il riscatto, suo ma anche dei figli e della moglie; e costruisce quasi un ponte tra Woody Grant e il personaggio di Ruth Stoops, al centro di ben altri interessi nel suo film d’esordio (Citizen Ruth, 1996), interpretato da un’altra Dern, Laura. Entrambi è come se riuscissero a restare fedeli a se stessi  nonostante tutto.

Forse il film più intimista di Payne, ma sempre tagliente e ironico.


Nebraska – Stati Uniti, 2013
regia di Alexander Payne


Grand Budapest Hotel

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Un racconto nel racconto, nel racconto.

Ispirato alle opere di Stefan Zweig, Grand Budapest Hotel parte dai giorni nostri per catapultarci negli anni ’30 del secolo scorso, in un immaginario stato dell’Europa centro orientale,  la repubblica di Zubrowka.

Una ragazza legge un racconto, il cui autore ci riferisce in prima persona di un viaggio compiuto nel 1968 al Grand Budapest Hotel, struttura decadente e quasi abbandonata; lì incontra il suo proprietario, Zero Moustafa, il quale a sua volta racconta al giovane autore come ha ereditato l’hotel.

Inizia così la storia del giovane Zero, apprendista fattorino al Grand Budapest Hotel e del suo mentore, monsieur Gustave H, irreprensibile concierge, amante delle ricche quanto attempate  frequentatrici dell’hotel, ma soprattutto amante della bellezza in tempi di decadenza morale.

Decadenza morale che l’avvicinarsi della guerra porta con sé. Decadenza che si annuncia nel momento in cui i due protagonisti cercano di attraversare il confine in treno e che si compie qualche anno più tardi; per questa scena il regista sacrifica l’uso della sua palette colori, in favore di un eloquente bianco e nero.

Guerra, avidità, stratificazione sociale; temi che però non intrappolano né condizionano lo stile narrativo tipico di Anderson, che crea come sempre il “suo” mondo, caldo abbraccio di un’immaginazione pura e quasi innocente.

Tra evasioni improbabili, parenti avidi e improponibili, rimandi a società segrete, inseguimenti e sparatorie, si ride di gusto, ci si emoziona e ci si commuove quando, nonostante tutto, siamo consapevoli che la bellezza cui monsieur Gustave ha dedicato la vita sopravvive grazie al racconto dell’anziano Zero.

Con The Grand Budapest Hotel Wes Anderson ci porta in un momento storico che è stato cruciale per l’umanità, senza perdere mai la grazia della sua leggerezza. Oltre a confermare il suo personalissimo registro stilistico e l’interesse per le tematiche cui tutti i suoi lavori rimandano, riesce come sempre in un racconto reale e fiabesco al tempo stesso.


Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel ) – Stati Uniti, 2014
regia di Wes Anderson


Ida

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Polonia comunista, anni ’60. Anna è novizia nel convento in cui è cresciuta perché orfana ed è in procinto di prendere i voti. Prima di compiere il passo definitivo verso la consacrazione a Dio, su invito della madre superiora, Anna va a fare visita all’unica parente che le è rimasta. Conosce così Wanda, sorella di sua madre, giudice del regime e donna “libera”.

La donna rivela alla giovane novizia la sua vera identità; Anna è ebrea e il suo vero nome è Ida.

In un paesaggio invernale innevato, le due donne, distanti in tutto, intraprendono un viaggio per scoprire in quali circostanze sono morti i genitori di Ida e dove sono sepolti.

Lungo il percorso le vite delle due donne si intrecciano più di quanto si potrebbe immaginare e il viaggio diventa per entrambe occasione di ricerca delle radici e dell’identità che la guerra ha portato via con sé.

Alla fine del viaggio, con lo sciogliersi della neve, Ida scioglie anche la sua riserva, e concede al dubbio di portarla a scoprire un mondo “altro” da quello del convento.

Conosciamo le due donne in un momento importante della loro vita, entrambe sono a un bivio e le vediamo confrontarsi con quello che sono nel profondo. Per Ida, vissuta sempre in convento, tutto è una scoperta; Wanda trova in Ida lo specchio di quel passato volontariamente rimosso e accantonato, ma fortemente presente. Il peso degli eventi avrà conseguenze importanti e porterà le due donne a cercare rifugio in posti per loro sicuri.

Le scelte stilistiche operate da Pawel Pawlikowski connotano e accompagnano i due personaggi femminili nella loro evoluzione quasi impercettibile. Tutto appare statico. Le inquadrature fisse sui personaggi, spesso ai margini dello schermo; il bianco e nero algido ed essenziale; il formato ridotto dello schermo (4:3); i lunghi silenzi. E’ come se il regista volesse limitare e fissare. Anche la progressione degli eventi appare statica; in un’improvvisata programmazione del futuro, Ida chiede continuamente “E poi?” cosa ci sarà dopo? E mentre lo fa e sembra che nulla stia accadendo, c’è in realtà un mondo interiore che avanza con forza.

Quello che sembra riuscire al regista in questo “gioco” di staticità e silenzio, è fotografare l’universo dei sentimenti e delle azioni umane, senza drammi, in modo asciutto e profondo. Ida e Wanda riassumono nel loro dramma privato il dramma di un paese e le loro ferite sono quelle, profonde e permanenti, di una generazione di uomini e donne.


Ida – Polonia, Danimarca, 2013
regia di Paweł Pawlikowski


12 anni schiavo

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Il terzo lungometraggio dell’inglese Steve McQueen è tratto da “12 anni schiavo”, autobiografia di Solomon Northup, uomo libero della contea di Saratoga nello stato di New York. Northup, musicista ingaggiato per una tournée in qualità di violinista, viene in realtà circuito e ingannato da alcuni trafficanti, privato dei suoi documenti e venduto in Louisiana come schiavo. La proprietà di Solomon passa di padrone in padrone, dal buono e quasi caritatevole Ford al perfido Epps, fino a quando, grazie all’aiuto di un abolizionista canadese, Solomon riesce a mettersi in contatto con gli amici e la famiglia, riavere i suoi documenti e tornare finalmente a casa dopo 12 anni.

Steve McQueen ci racconta ancora una volta il mondo, esteriore e interiore, di un essere umano prigioniero:  dopo Bobby Sands, prigioniero in lotta per i suoi diritti in Hunger (2008) e Brandon Sullivan, prigioniero di droghe e sesso in Shame (2011), Salomon Northup è prigioniero della schiavitù e le sofferenze che deve sopportare offrono la “scusa” per far confrontare lo spettatore con il mondo in cui gli schiavi cercavano di sopravvivere, o almeno con la sua rappresentazione.

La sensibilità propria del regista inglese è evidente nella suo stile di racconto e nella sua capacità di rappresentare in un’unica scena la distruzione del sentimento umano in favore della sopravvivenza. Solomon viene appeso per il collo al ramo di un albero, con la punta dei piedi riesce a malapena a tenersi per evitare di soffocare e intorno a lui nulla cambia,  nessuno si ferma, nessuno sembra accorgersi di lui;  tutto scorre nella quotidianità indifferente degli adulti che lavorano, dei bambini che giocano, arriva la sera e lui è lì. L’indifferenza per la sopravvivenza.

Il film tocca il nervo scoperto della “questione schiavitù” in maniera cruda e senza indulgenza; fa emergere chiaramente l’ossessione bianca per il diritto di proprietà, esteso alla carne, uso e consumo secondo necessità o capriccio, come un qualsiasi scambio di mercato.

Al di là del rischio di osannare un film perché si fa carico di un pezzo di storia moderna così delicato e bruciante, 12 anni schiavo è però un film importante, per lo stile narrativo e le interpretazioni; e anche se mai potremo capire veramente le sofferenze e le ingiustizie sopportate dalle migliaia di esseri umani che hanno subito la schiavitù, di certo il segno nella coscienza non può che diventare più profondo.


12 anni schiavo (12 Years a Slave) – Stati Uniti, 2013
regia di Steve McQueen


A proposito di Davis

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Anni ’60, Greenwich Village di New York, per tradizione fucina di nuovi movimenti e idee.

A proposito di Davis è liberamente ispirato alla vita e alla carriera di Dave Van Ronk, musicista e cantautore statunitense che nel film ritroviamo nel personaggio di Llewyn Davis.

Nelle calde tinte invernali della fotografia di Bruno Delbonnel seguiamo, per quella che potrebbe sembrare una settimana, la vita a ostacoli di Llewyn, cantante folk squattrinato, purista della sua arte, nessun compromesso e nessuna gloria; tra amici più o meno arrivisti, manager più o meno capaci e donne più o meno presenti.

L’Odissea di Llewyn, che guarda caso inizia con un gatto di nome Ulisse, compie un percorso forse solo apparentemente circolare che ci porta a pensare di trovarci, alla fine del film, esattamente dove abbiamo cominciato, dove Llewyn ha cominciato.

Forse è stato un sogno, forse è un nuovo inizio, ma alla fine non ha importanza se sia il sogno o il destino il motivo per cui Llewyn continuerà, nonostante tutto, a suonare la sua musica; il suo è “Il  viaggio incredibile”, come il manifesto del film di Walt Disney suggerisce dai muri di un cinema.

E mano a mano che seguiamo Llewyn nel suo “viaggio” ridiamo e lo amiamo perché per quanto non faccia niente per entrare in connessione con le persone che gli gravitano intorno, è autenticamente e ironicamente umano, fedele senza riserve alla musica e alla sua onestà di artista.

Mentre un giovane Bob Dylan suona sul palco del Gaslight, Llewyn ci dice “au revoir” e anche se non lo dice a noi poco male, è sicuramente un arrivederci, perché Llewyn e la sua amata musica folk restano attaccati sulla pelle.


A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis) – Stati Uniti, Francia, 2013
regia di Joel ed Ethan Coen


Dallas Buyers Club

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Ron Woodroof è un elettricista, amante dei rodei, consumatore abituale di droghe, alcol e di rapporti sessuali, rigorosamente etero, non protetti; è omofobo in un ambiente che condivide questa fobia.

Dallas Buyers Club è ispirato alla storia vera di Ron Woodroof e ci porta nel suo mondo e negli ultimi sette anni della sua vita, dal momento in cui un medico gli comunica che ha contratto il virus dell’HIV.

Ron è lo specchio della società in cui vive, ma la convinzione radicata che l’HIV sia un virus “riservato” agli omosessuali trova presto per lui una smentita.  Dopo un primo tentativo di curarsi con un farmaco sperimentale che si procura illegalmente e che si rivelerà tossico, Ron trova in Messico un medico che inizia a curarlo con un mix di farmaci non approvati dalla FDA (food and drug administration) negli Stati Uniti. Gli effetti positivi sul suo corpo lo convincono a organizzarsi per riuscire a importare i farmaci in Texas; per fare questo fonda il Dallas Buyers Club associandosi con Rayon, transgender tossicodipendente e sieropositivo conosciuto in ospedale. Inizia così per loro una battaglia, anche legale, contro la FDA.

Il film si svolge in maniera lineare e non retorica puntando sull’intensità delle interpretazioni dei due protagonisti, due outsider per motivi diversi, che si incontrano e si sostengono nel terreno comune della malattia. Ron è il cowboy che, preso coscienza del suo stato, emarginato dai suoi amici e dal suo mondo che lo considera malato perché omosessuale, inizia a combattere per se stesso e per gli altri contro la malattia e contro la FDA, guidato dalla rabbia, dalla voglia di stare ancora in sella alla vita e dalla consapevolezza che nel “sistema” qualcosa è marcio. Rayon è la parte fragile, che riesce però con il tempo a smussare gli angoli del socio, facendolo venire a patti con la sua paura del diverso.

Il film offre alcuni momenti di straordinaria, commovente e cruda umanità e, pur ispirandosi a una storia di quasi trent’ anni fa, è più che mai attuale nell’individuare nelle case farmaceutiche, in strutture sanitarie e medici compiacenti, meccanismi che sembrano guidati esclusivamente da ragioni di tipo economico piuttosto che di salute pubblica.


Dallas Buyers Club – Stati Uniti, 2013
regia di Jean-Marc Vallée